N° 72 del 13 ottobre 2017


Editoriale

CATALEXIT

L’ultima moda che sta letteralmente spopolando nella vecchia Europa è quella di uscire dall’Europa medesima, meglio da quel complesso organismo, per molti incomprensibile, che col nome di Unione Europea è stato trionfalmente costituito soltanto nel 2003, quindi nemmeno una quindicina di anni fa, col sogno di rivaleggiare con gli Stati Uniti d’America fino a diventare la prima aggregazione di stati al mondo e che invece da qualche tempo, dopo i primi sinistri scricchiolii, sembra ora fare acqua da tutte le parti.

I malumori sono iniziati con le manovre nei settori più sensibili, economia e finanza, fatte di rigide ricette a base di tagli di spese (la famigerata spending review), vere e proprie “diete fiscali” finalizzate a fronteggiare la crisi ed a diminuire il debito pubblico dei paesi con la finanza più allegra, come la Grecia e il nostro belpaese, col risultato di far aumentare a dismisura i mal di pancia nel popolo che si è andato man mano disilludendo e disamorando dal sogno pan-europeista.

Da noi non si è andati mai oltre il folclore celodurista di quei buontemponi della Lega Nord, che sguazzavano nel diffuso malumore e nella frustrazione dell’operoso popolo nordista, per invocare una secessione in cui nemmeno loro hanno mai creduto veramente.

Invece  primi a formalizzare l’uscita, manco a dirlo, sono stati quegli inguaribili nazionalisti degli inglesi, che non avevano mai aderito del tutto, rimanendo sempre con un piede fuori dall’Europa, tant’è vero che non avevano mai abbandonato la loro amata Sterlina per adottare il più anonimo Euro.

Adesso è il turno della Catalogna, che vuole staccarsi dal resto della Spagna. Qui la situazione è all’opposto dell’Inghilterra, perchè mentre nell’isola di Albione gli scozzesi vogliono rimanere in Europa, gli irriducibili catalani, con un territorio paragonabile ad un paio delle nostre regioni, come la Lombardia e l’Abruzzo, ma con molti meno abitanti, si sentono in grado di fare il grande salto, per andare dove non lo sanno nemmeno loro.

Fernando Antonio Casiere si diverte appunto ad immaginare scenari fantapolitici apocalittici, in cui la parcellizzazione del territorio è sempre più microscopica, dove singoli quartieri chiedono la secessione dal resto del paese fino alla più assurda delle separazioni: quella da noi stessi.

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