feb 17, 2013 | Post by: admin Commenti disabilitati

IL TRAM (prima parte) di Stefano Scillitani

 

«Avere una promozione rende certo solo uno stipendio più alto, ma non necessariamente assicura una collocazione sul territorio più piacevole di quella che si ha! Se si vuole fare carriera si devono sopportare anche dei sacrifici». Questo è quello che mi aveva detto il mio direttore di zona.

Lavoravo in un’agenzia di assicurazioni e mi era stata accordata una promozione, ma l’agenzia di cui dovevo diventare responsabile era situata in un paesino sperduto. Le agenzie di nuova apertura erano molte e molte erano quelle che avrei preferito rispetto a quella che mi era toccata. Quando cercai di far rilevare la mia parziale insoddisfazione dicendo che non sapevo nemmeno dove fosse quel maledettissimo paesino, lui mi rispose in quella maniera.

Ero molto bravo nel mio lavoro, anche se non mi piaceva, ed ero molto più quotato di tanti altri, ma si sa, non si va avanti solo per meriti. Così accettai la destinazione e mi predisposi ad una vita più noiosa di quella che già facevo. Fu l’inizio della fine.

La cosa si prospettò ancora peggio di quanto avevo immaginato quando arrivai a destinazione. Non era una città…, ma non lo si poteva definire un paese. Agglomerato quasi urbano cresciuto in maniera rapida ed irrazionale attorno al misero centro storico, le sue case erano disordinatamente distribuite su un’ampia superficie piana.

Lo spazio tra gli edifici era esasperante e faceva un isola di ogni singola costruzione. In uno di quei fabbricati era la mia nuova casa. Una settimana per renderla vivibile prima di dedicarmi all’organizzazione dell’ufficio.

L’impatto con la mia nuova realtà fu un gradino al di sotto del traumatico. Appena incominciati un po’ di lavori bussò alla porta un ometto basso, capelli crespi e grigi che risaltavano lo scuro del viso. Il naso si perdeva nella piega degli occhi e nel viso cotto dal sole.

Mi notificò di essere il mio vicino e con fare sgarbato mi intimò di non fare chiasso eccessivo. Aggiunse riferendomi che quello era uno stabile tranquillo, non sarebbero state gradite festicciole né la presenza di signorine.

Inoltre mi impose anche degli obblighi culinari. Diceva di non sopportare l’odore di untume (cosa di cui comunque dubitai a giudicare dalle macchie di grasso sulla sua camicia) e disse di limitarmi con i fritti. Insomma un bel benvenuto non c’è che dire.

Andai a fare della spesa per la cena. Arrivato alla cassa la cassiera dello spaccio con l’insegna “SUPERMERCATO” mi identificò individuandomi per nome. Figura eccessivamente magra, sormontata da una montagna di capelli ricci che, sfidando con estremo successo la forza di gravità, si muovevano con una leggerezza sproporzionata rispetto alla loro voluminosità.

Era stata informata prima di me di quando sarei arrivato e con orgoglio mi spiegò uno per uno tutti i passaggi attraverso i quali la soffiata le era pervenuta.

Al quindicesimo abbandonai temporaneamente questa esistenza terrena senza che si accorgesse di nulla e rientrai nella mia essenza corporea allorquando, continuando il suo interminabile monologo, mi stava consigliando cosa cenare e come prepararlo. Quando mi chiese se cercavo moglie raccolsi le buste e, senza curarmi di raccogliere il resto, mi allontanai. Quel posto mi stava decisamente stretto.

L’ufficio era in estrema periferia, agli antipodi di casa mia; aspettai un bel po’, ma l’autobus probabilmente doveva passare dopo il caffè dell’autista, così mi avviai a piedi. Per prima cosa passai per la redazione di un giornale locale, in esecuzione degli ordini che mi erano stati impartiti. Un fogliaccio che veniva distribuito gratis e che trattava pettegolezzi vari e si sovvenzionava con le inserzioni pubblicitarie di negozi e locali di dubbio gusto.

Mi era stato imposto di cercare collaboratori sul posto, ma dubitavo sul fatto che ne avrei trovati. Il paese era di vecchi; i giovani che avevano studiato dovevano scapparsene via da lì come mosche davanti ad una nuvola di flit.

Quelli che restavano sapevano a malapena leggere e fare di conto. Per lo più venivano utilizzati dalla loro tribù di appartenenza come macchine agricole. Mi chiedevo addirittura che cosa se ne facessero di una agenzia assicurativa in un posto come quello.

Comunque avevo dei fondi da gestire e mi servivano collaboratori, così feci inserire un annuncio siffatto: «A.A.A. cercasi collaboratori non sufficientemente analfabeti in ufficio assicurativo di nuova apertura. Debosciati astenersi». Il soggetto a capo della redazione mi disse che sarebbe uscito dopo sette giorni perché l’edizione della settimana in corso l’avevano distribuita la settimana prima.

Uscii più confuso che mai ed andai ad ispezionare quello che sarebbe stato il mio ufficio. Camminando notai qualcosa che distrattamente avevo avuto sotto gli occhi fino ad allora.

Delle rotaie di tram erano presenti ovunque. Né erano avanzi di tempi andati in quanto passavano anche davanti a case di nuova costruzione, quindi la messa in posa doveva essere recente. Non vedevo scambi, ma passavano davanti a ciascun portone di ogni palazzo di quel paesone mediante un percorso a serpentina contortissimo.

Guardandole mi venne in mente di averle viste passare anche sotto casa mia. Ne fui felice, mi sarei informato al più presto degli orari, così non sarei più stato succube dei tirannici e schizoidi schiribizzi dell’autista dell’unica linea di bus. Mi ricredetti subito, il servizio non doveva essere di tanto migliore in quanto arrivai a destinazione senza essere superato da alcun scampanellante mezzo su rotaie.

«La vita qui deve scorrere molto lenta», pensai, «anzi, non deve scorrere affatto». Ispezionai il buco di locale che mi era stato assegnato. Mi aspettavo di peggio, comunque il tutto risultava sempre poco gradevole. Un garage mancato con buchi per finestre, una nicchietta per bagno e macchie evidenti di umidità. Riuscii comunque a terminare i lavori sufficienti per renderlo presentabile giusto in tempo per l’arrivo delle apparecchiature.

Proprio mentre il tecnico stava finendo di montare gli ultimi schedari ed armadi per le pratiche si presentò un giovane sorridente e simpatico. La cosa mi colpì molto, di giovani non ne avevo visti molti e quei pochi avevano ben poco da sorridere in quel posto. Sguardi gravi ed interrogativi mi avevano squadrato ed accompagnato dalla discesa del pullman, con cui ero arrivato, fino ad allora, con l’unico scopo di farmi capire che lì ero fuori posto.

Il pollaio era già piccolo per i galli già residenti. Il fatto che gli sorrisi anch’io dovette colpire anche lui che, rimasto spiazzato, ci mise un po’ per incominciare a parlare.

«Mi dica pure», incominciai.

«Non darmi del lei, e non volermene se faccio altrettanto, qui non siamo abituati. Ho letto l’annuncio sul giornale e mi interessa molto. Mi chiamo Stefano Sella e mi sono diplomato ragioniere l’anno scorso, non proprio negli anni e non con ottimi voti, però sono pieno di buona volontà, se può bastare…». Al mio capoufficio in città non sarebbe certamente bastato, ma ora il capo ero io.

Il lavoro non sarebbe stato eccessivamente complicato, almeno agli inizi, ed il ragazzo avrebbe imparato pian piano, e comunque non intendevo recidere così in tronco l’unico contatto umano che avevo da che ero giunto. Ormai parlavo con la voce registrata dell’ora esatta. Così diedi una copia delle condizioni di assunzione al tipo dicendogli di farle esaminare da chi volesse e, se erano di suo gradimento, di portarmele firmate per il giorno dopo.

Intanto, a causa dei miei sani principi, non possedevo una macchina e il problema di muovermi con comodità mi stava a cuore. Siccome davanti al mio ufficio c’era una delle fermate dell’autobus, incominciai a studiarmi gli orari.

Devo dire che erano molto vari, la frequenza andava dalla mezz’ora all’ora ed un quarto. A volte, quando apriva le porte, potevo vedere che accanto al sedile dell’autista c’erano buste della spesa sicuramente di sua proprietà, e non si mancava di vedere il mezzo parcheggiato davanti al bar del paese. In realtà la maggior parte degli indigeni possedeva un automobile, la sfoggiava come segno di prestigio sociale e la utilizzava anche per brevi spostamenti. Chi non la possedeva evitava di uscire ma, se costretto, al massimo a piedi. Mai in autobus!

Tuttavia il servizio di bus era comunale e l’unico autista dell’unica linea, che risultava essere l’unico passeggero a bordo nel corso della giornata, risultò essere il nipote dell’attuale e perenne sindaco, e ciò spiegò il motivo per cui un individuo era pagato per guidare un mezzo pubblico sempre completamente vuoto. Ciò spiegò anche la sua temerarietà nel non rispettare le tabelle di marcia.

Anche le rotaie passavano davanti al mio ufficio, ma del tram nessuna traccia. La cosa più brutta di tutte era comunque la mia emarginazione. Negli atteggiamenti, nei modi di fare delle persone di lì vi era il palese tentativo di farmi sentire un estraneo. Erano comunque tutti molto educati con me; fatto sta, però, che non appena entravo in un bar o dal barbiere le chiacchiere finivano, le discussioni rimanevano inevase né mi era data possibilità di socializzare. Non riuscivo ad andare oltre la conferma delle condizioni meteorologiche della giornata.

Ero di città ed ero un rivale temibile nel perenne gioco “chi sono io e chi sei tu” e, sebbene tuttora impiegato, ero oggetto di invidia da parte di chi non sapeva leggere né scrivere. La solitudine può essere piacevole quando è una scelta, ma quando è una imposizione non la auguro a nessuno, e pur senza un accordo comune, era stata proprio quella la condanna dell’intera cittadina, l’isolamento.

Il giorno dopo, goccia d’acqua per l’assetato nel deserto, ritornò il giovane che aveva risposto al mio annuncio con i fogli tutti completati negli spazi con i puntini. Era molto simpatico e fu divertente istruirlo nel suo nuovo lavoro. L’utilità della sua assunzione non tardò a manifestarsi.

Era un ottimo tramite con il resto della comunità. Penso che molta gente non si sarebbe nemmeno avvicinata all’ufficio se non ci fosse stato lui. Era di lui che chiedevano quando entravano in sede. Le cose le capiva bene e bene le sapeva spiegare. Certo se avesse parlato in quei termini ad un professore di economia, senz’altro gli avrebbe fatto rizzare i capelli in testa. Era poco tecnico, ma era il linguaggio che serviva a quella massa di pecoroni. Pian piano si vinse la diffidenza della popolazione che ci osteggiava. Non si fidavano, non riuscivano a capire come mai qualcuno avrebbe dovuto rimborsargli il raccolto in caso di incendio, o ripagare in parte il trattore in caso di furto, ma dopo l’affare Bolli ogni diffidenza fu vinta.

Bolli fu il nostro primo cliente. Era un lontano parente del mio giovane impiegato che, siccome lavorava a commissione, lo aveva convinto a stipulare una polizza. Così Bolli assicurò l’aratro.

Era un bell’aratro di nuova concezione, a quattro vomeri ribaltabili. Con i consueti aratri a vomeri fissi per rivoltare il terreno sempre nello stesso senso, era necessario, una volta raggiunta la fine del solco, ritornare indietro e ricominciare con il solco affiancato. Con questo aratro invece era sufficiente, una volta alla fine del campo, far ruotare i vomeri sistemati specularmente a coppie di due sul loro asse, e ricominciare l’aratura tornando indietro senza mai invertire il senso del taglio del terreno. Era una novità e Bolli era il primo ad averla.

Il suo prestigio era cresciuto così tanto che decise di incrementare l’eccezionalità del fatto decorando il tutto con una bella assicurazione. Una cosa semplice di furto e incendio. Il padron Bolli fu saggio non volendolo, infatti la notizia di un così clamoroso acquisto fece il giro di tutta la provincia, e giunse anche alle orecchie di qualcuno tanto abile da addormentare i cani, scassinare il portone del capannone degli attrezzi e portarsi via l’aratro senza che nessuno se ne accorgesse. Il signor Bolli fece la denuncia ai Carabinieri, i quali avviarono una timida indagine al termine della quale il previdente fattore ricevette, quasi per intero, l’importo del danno subito.

Fu un brutto colpo per la mia agenzia, ma fu un ottimo investimento. La notizia fece scalpore e la clientela non tardò ad arrivare. Io ero contento, ma Stefano era addirittura felice; mi disse che la realizzazione del suo sogno si avvicinava sempre di più. Non indagai oltre, ma il giorno dopo una macchina parcheggiò davanti l’ufficio.  Stefano ne discese guardandomi dal vetro della porta con un sorriso che andava da un orecchio all’altro.

«Vieni fuori, vieni a vedere!» disse tutto eccitato. Lo accontentai ed acconsentii acchè mi mostrasse l’automobile con lo stesso orgoglio di un bambino che mostra ad un compagno il suo nuovo giocattolo.

«Sono il più giovane del paese ad avere una macchina tutta sua; l’ho comprata dal cognato di un mio amico: gli ho dato una parte dei soldi adesso, il resto glielo darò a rate».

La macchina non era granché, una media cilindrata un po’ in là con  gli anni, ma con il motore ancora efficiente, anche se con qualche rumore di troppo. Dal tubo di scappamento usciva un fumo denso che mi infastidiva; infatti gli chiesi di spegnere il motore. Nonostante sia un naturalista ed abbia una repulsione per le automobili mi complimentai con lui per l’acquisto.

«Bella, ma sei sicuro che sia tutto a posto?»

«Tutto a posto proprio no, la frizione ogni tanto si incanta; ma basta dare una spinta più decisa che torna a posto; il cambio gratta un po’ e l’impianto freni è da rivedere. Sono lavori che farò non appena avrò i soldi necessari. Per il resto va bene così».

Il fatto di voler possedere una macchina più per motivo di orgoglio che per effettiva necessità era una cosa che non potevo digerire, ma fu una cosa che tenni per me. Quell’avvenimento però destò in me la voglia di qualche ecologica comodità, così chiesi:

«A proposito, mi sai dire qualcosa sul tram, orari…, fermate…»

«Tram, quale tram?»

Mi sentii un po’ preso in giro. «Come quale tram, quello che passa su queste rotaie, ce n’è dappertutto in questo strambo paese».

Guardò le rotaie come se le vedesse per la prima volta. «Aaaaah…, ti riferisci a queste rotaie. Penso che rimarrai deluso. E’ vero sono dappertutto, ci sono da prima che nascessi, ma non ho mai visto qualcosa correrci sopra, mi dispiace. Però c’è un servizio autobus, anche se lascia molto a desiderare. Sa, l’autista dell’unico autobus è Peppino, e col fatto che è nipote del sindaco e che nessuno lo tocca, lo usa come fosse roba sua».

Avuta questa  ulteriore conferma di ciò che avevo fortemente sospettato, mi decisi a comprare una bicicletta. Una sera mi intrattenni in ufficio più del solito. La stagione primaverile era arrivata ed io, in quelle sere in cui l’odore dell’aria cambia, mi sento spinto da una irrefrenabile voglia di fare e di lavorare. Mi piace uscire dopo tanta fatica la sera tarda in modo da sentire meritata quell’arietta fresca, pungente, ma non fastidiosa, che ti fa rizzare i peli delle braccia, ma non per il freddo.

Montai in bicicletta e feci due volte il giro del paese prima di tornare a casa. Era passata da poco la mezzanotte e le strade erano deserte. Non c’era anima viva in strada, così mi fu facile notare un vecchietto dalle spalle curve, una delle quali mantenuta da sotto l’ascella da un bastone tagliato a misura, fermo sul marciapiede, in un punto in cui le rotaie passavano vicino al bordo. Guardava fisso davanti a se, era immobile e con gli occhi sgranati. Il fatto che gli passai davanti non lo infastidii, anzi, sembrava che non mi avesse visto affatto.

Frenai la bicicletta e tornai indietro, pensavo che stesse male. Mi fermai dinanzi a lui.

«Si sente bene, vuole che l’accompagni a casa?»

Non ebbi risposta. Il vecchietto con i capelli bianchi nascosti da un cappellaccio e con i baffi folti ingialliti dal cibo e dal fumo era lì e mi guardava attraverso. All’improvviso si sentì uno scampanellio. Il vecchio si animò.

«Togliti di lì!!! Spostati!!! Vattene via!!!»

Più spaventato che ubbidiente mi spostai e salii sul marciapiede a qualche passo da lui, portandomi la bicicletta in spalla. Lo scampanellio fu illuminato dalla luce e si rivelò quello che era in apparenza. Un tram era apparso seguendo a velocità lenta, ma costante, le rotaie. Era un tram vecchio, ma in ottime condizioni; era silenziosissimo, con le cromature lucide e splendenti, i pannelli di legno che facevano da carrozzeria in perfetto stato e tenuti ad arte; un unico fanale centrale, dalla luce densa, bianchissima. I vetri erano fumè e non c’era modo di intuire quanti passeggeri fossero a bordo.

Si fermò davanti al vecchio, le porte si aprirono. Il vecchio ebbe una reazione violentissima. Il bastone fu usato a mo’ di clava contro i vetri e i pannelli di legno, mentre dalla bocca del canuto signore uscivano sputi e parolacce mai sentite.

Tornai a casa stupito così tanto per il comportamento del vecchio che pensai soltanto il mattino dopo al fatto che avevo visto un tram.

(fine prima parte)