feb 17, 2013 | Post by: admin Commenti disabilitati

LE DIMISSIONI DI BENEDETTO XVI: L’ULTIMA TENTAZIONE DEL PAPA di Davinci

 

Cari amici e lettori oblomoviani, sento la necessità di offrirvi una riflessione distonica e dissonante rispetto al pensiero corrente che circola in questi giorni dopo la notizia sconvolgente della rinuncia al pontificato, delle cosiddette dimissioni del papa.

Nei salotti buoni della politica e della televisione e dalle voci ufficiali della stampa e dalla Chiesa di Roma sento un coro unanime di appoggio e sostegno alla scelta del papa. Ha fatto bene; scelta da rispettare; scelta coraggiosa ed innovativa; la chiesa si apre al mondo mostrando la fragilità umana del papa…e potrei continuare. Un insieme di pensieri e riflessioni che appaiono umanamente ineccepibili, ma che non mi convincono affatto e che al di là delle teorie complottistiche e dietrologiche, che pur possono essere validamente argomentate, ma che non voglio affrontare, hanno da subito provocato in me una riflessione sul terreno spirituale.

Questo è il terreno in cui mi voglio muovere e stimolare la vostra riflessione: sul piano, per cosi dire, interno alla spiritualità, al cristianesimo e al suo messaggio. E’ certamente vero che ogni scelta umana va sempre rispettata, e lungi da me dare un giudizio ultimo sul Papa; ma è proprio vera, rispondente a verità, nel senso di conforme al vangelo, la scelta del papa di rinunciare al suo mandato Petrino?

Può il papa permettersi di rinunciare? Certamente sì per il diritto canonico (articolo 332 del diritto canonico), quindi scelta lecita e legalmente ineccepibile; ma anche spiritualmente è tale?

Vengono in mente due grandi figure che dinanzi alla sofferenza hanno fatto scelte diverse: la prima è quella di Giovanni Paolo II. Ancora fresco il ricordo e le immagini di una sofferenza indicibile e del suo voler testimoniare fino alla fine, nella sofferenza sua propria in corpo e spirito, il suo essere cristiano, cioè in Cristo. Il papa, nell’ottica di fede, non è un cristiano qualunque ma il vicario di Cristo in terra, vale a dire la persona che con pensieri, messaggi ed azioni incarna ciò che duemila anni fa incarnava Gesù di Nazaret. Giovanni Paolo II non è sceso dalla croce, ma testimonia fino alla fine abbracciando la Croce.

La seconda figura che mi viene in mente è quella di Madre Teresa di Calcutta, donna che ha incarnato in terra la carità cristiana. Assillata dal dubbio della fede per molti anni, ha vissuto il buio della fede o deserto della fede, ma ciò nonostante ha continuato a portare avanti quella che sentiva come la sua chiamata, la sua vocazione nel mondo.

Allora il punto è questo. Se cristianamente si avverte ed accetta la chiamata, la propria vocazione, la propria missione, come di origine divina, allora non si fa marcia indietro. Questo non lo dico io ma il vangelo, il punto costante di riferimento di ogni Cristiano. Il vangelo per i cristiani esige radicalità e ancor più per chi è (o ricopre il “ruolo” di) vicario di Cristo in terra, senza deroghe o eccezioni o adattamenti.

Penso ad alcuni passi evangelici a proposito della chiamata (vocazione) “chi mette mano all’aratro e si volge indietro non è degno del regno dei cieli”; ancora Gesù stesso, sulla cui vita si informa e conforma il papa prima di ogni cristiano, nell’orto del Getzemani disse: “Padre se puoi allontana da me questo calice (sofferenza), ma sia fatta non la mia ma la tua volontà”; così il nazareno (o Nazireo, ma qui si aprirebbero altre discussioni e fronti) ha accettato la propria croce, la mortificazione del proprio io, della propria regalità, della propria dignità di figlio di Dio, per mettersi al servizio e all’obbedienza di un piano salvifico più grande, ben sapendo di dover passare attraverso la via crucis della sua passione e morte, in vista della resurrezione.

Questo è il c.d. Kerigma vale a dire il fulcro, il centro dell’annuncio cristiano: la fede nella morte e resurrezione del Cristo. Questo è il fulcro irrinunciabile ed irriducibile della verità cristiana di fede.

Papa Benedetto XVI, dinanzi ad una pur indicibile e inenarrabile sofferenza morale invece, ha  compiuto una scelta non cristiana ma umana, cosicché appare in tutta la sua evidenza un ossimoro: il Papa che più di ogni altro si è battuto contro la relativizzazione morale, ha compiuto una scelta figlia del “pensiero relativo”, del tutto è lecito purché giustificabile razionalmente, ed una scelta machiavellica del fine giustifica i mezzi: vale a dire lascio per il bene della chiesa.

Pertanto quella che alla maggior parte della gente appare come la scelta giusta o lecita a me appare una resa al pensiero secolarizzato (non conformatevi alla mentalità di questo secolo recita San Paolo) e dominante, ma non una scelta profondamente ed autenticamente cristiana.

Allora l’interrogativo finale un po’ provocatorio che giro a voi è il seguente: questo è un nuovo inizio per la chiesa o è l’inizio della fine?