feb 17, 2013 | Post by: admin Commenti disabilitati

NAPOLEON di Giuliano Berti Arnoaldi Veli

 

Un francese di Orléans, che si chiamava Jacques, raggiunse nel luglio del 1944 una piccola brigata partigiana sull’appennino bolognese. Aveva ventiquattro anni, disse di essere un aviatore catturato dai tedeschi, disse che lo avevano mandato in Italia al lavoro forzato, e che era scappato appena gli era capitata l’occasione. Si aggregò alla brigata; che non era esattamente una brigata bellicosa. Era formata da giovani del posto, in buona parte renitenti alla leva della Repubblica di Salò, pochi di famiglia borghese. Un giovane aspirante giornalista che si unì a loro, Enzo, scrisse che erano ragazzi  accomunati dalla ricerca di una certezza, di una fede, e l’avevano trovata in un nome: “libertà”. Il comandante era, per loro fortuna, un ufficiale vero dell’esercito italiano discioltosi dopo l’8 settembre, il Capitano Pietro, pugliese di Taranto, dalla autorità indiscussa.

Jacques fu dunque aggregato alla piccola brigata. Alla macchia, si sa, ci si sceglie un nome di battaglia. Chi ricorda il film dei fratelli Taviani La notte di San Lorenzo, ha anche visivamente presente quanto sia importante, e carica di significato, la scelta di quella sorta di seconda identità che è il nome di battaglia. Che è bensì un mascheramento, ma al tempo stesso una segreta confessione di sé.

Jacques prese per sé il nome di Napoléon, segno di coraggio e di audacia, ma anche di orgoglio e (forse) di nostalgia di casa.

Con i giovani compagni della brigata si legò di amicizia immediata. Perchè Jacques era rumoroso, esuberante, chiacchierone, guascone. Checco, il più giovane della brigata, ricordava che per prima cosa Jacques volle insegnargli tutte le parole oscene che conosceva, in italiano e in francese. Lello ricordava che era fissato con le femmine, parlava continuamente di amori veri e immaginari. Era anche molto coraggioso nelle azioni di guerra. Si era procurato, in una di queste, un fucile tedesco (un ta-pum) e lo teneva fieramente con sé. Sul manico del fucile, aveva inciso con un coltellino le parole “VIVE LA FRANCE”.

All’inizio dell’estate la brigata aveva catturato un soldato tedesco, Hans. Quelli dell’altra brigata glielo avevano detto: dovete fucilarlo, Ma come si fa ad uccidere, e poi a sangue freddo, a guardare negli occhi un uomo che muore? Così lo tennero con loro, alla macchia, il loro prigioniero.

Ma il tempo in guerra è accelerato, le stagioni se ne vanno a passo di giava, arriva l’autunno. I tedeschi lanciano dei rastrellamenti, e la brigata decide di ripiegare verso macchie più sicure. Andiamo verso gli americani, a loro consegneremo Hans. Nel ripiegamento, cala la nebbia, ci si accorge che i nemici sono vicini, si va disordinatamente. All’arrivo nelle nuove postazioni, Hans è sparito. E anche Napoléon, e anche Binda non sono con gli altri.

Nella nebbia, si saprà poi, Napoléon ha perso la strada, si è rifugiato in una casa, che poi è stata occupata dai tedeschi. La sua prontezza e il suo coraggio gli salvano la vita: sono francese, ero un prigioniero dei partigiani e sono scappato, dice. Mostra i documenti tedeschi che gli erano stati dati quando era al lavoro forzato. I tedeschi finiscono per credergli, ma non fino in fondo. Lo portano con loro in un luogo non distante, che si chiama Castelluccio di Moscheda. E lì rimane qualche tempo, certo aspettando una nuova occasione propizia. Ma lì arriva anche Hans, insieme ad altri. Hans lo riconosce subito. Hans che ha avuto paura di morire, che è stato graziato dai partigiani, ma non ricambia la cortesia. Questo francese era con loro, era uno di loro, dice. A nulla vale più il coraggio. Napoléon viene fucilato, seduta stante, in un boschetto di castagni e quercioli, di fronte alla chiesa di Castelluccio, e lì viene seppellito. E così è morto Jaques, anzi Napoléon, per avere contravvenuto alle leggi di guerra, come Piero nella canzone di Fabrizio de Andrè, come lui sepolto in un campo, come lui vegliato da mille papaveri rossi.