mag 22, 2013 | Post by: admin Commenti disabilitati

AUTODAFE’ DI UNA CIVILTA’? di Alfredo Padalino

 

Quando un tempo, nelle umili ma dignitose case del Sud, le granitiche madri di estrazione contadina gettavano nella spazzatura un pezzetto di pane, magari caduto sbadatamente sul pavimento sporco o perché vecchio e ammuffito, lo baciavano dapprima religiosamente, facendosi, a volte, anche il segno della croce. Un rito simbolico, questo, di pochi secondi, eppur carico di sacralità popolare, necessaria a rimarcare agli svagati piccoli astanti, come quel tozzo di filoncino quotidiano fosse un dono del Signore, di cui tanti non potevano beneficiare; soprattutto – ricordavano con amarezza – durante i cupi anni dell’ultima guerra, la Guerra per antonomasia! E a quelle ricorrenti frasi che suonavano ormai anacronistiche, la prole, così evoluta solo perché – come diceva Pasolini – allevata in epoca consumistica e obbligata alla scuola media unica, sorrideva fino allo sberleffo, tacciando gli adorati genitori di superstizione medioevale.

Passavano, intanto, quegli anni caratterizzati dall’opulenza diffusa e dalla cultura di massa, e nasceva, per converso, nelle nuove generazioni il bisogno di assimilare maggiori quantità di soul food, il cibo per l’anima, anche in versione prét à porter, economica e tascabile, diversamente assecondando il canuto sacerdote che, durante l’omelia domenicale, soleva ripetere: “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Leggere, infatti, è un po’ come mangiare l’alterità a bocconi, introiettandone la variopinta fenomenologia, attraverso intrecci di parole stampate, nutrendosi pertanto di tutto ciò che non siamo: pensieri, vicende ed emozioni che non ci appartengono, ma che servono alla crescita interiore, a corroborarci nella mente, sviluppando una maggiore autoconsapevolezza del nostro ruolo nel mondo.

E così, dopo averne fatto portentose scorpacciate, al limite della bulimia libraria, giunse inesorabile il momento critico in cui si cede alla tentazione di ricavare spazio negli angusti bilocali postmoderni, liberandoci di quell’alimento spirituale in sovrappiù e, purtroppo, ingombrante, poiché dotato, in effetti, di un volume materico discreto, ma giorno per giorno in espansione, che negli anni si trasforma, senza quasi accorgersene, in ulteriore elemento di arredo domestico da spolverare. Che fare, allora, di quella catasta di Mille lire della Newton Compton, di cui avevo deciso di disfarmi? Non certo raccoglierli per farne una pira al centro della stanza o per gettarli nel cassonetto differenziato della carta. Ne ho fatto, invece, una bella serie di pile inscatolate, regalandole a un’associazione privata, che si occupa di assistenza e istruzione ai più bisognosi.

Ma un rammarico persiste in me anche oggi che di libri ne ho in quantità industriale e in edizioni di certo migliori. Riguarda quell’unica volta in cui ho dovuto cestinare vecchi sussidiari, usurati oltremodo dal tempo: nel farlo, ho provato lo stesso senso di colpa con cui mia madre buttava via il pane ormai immangiabile. Adesso che ne scrivo, confesso di pentirmene giacché, sebbene bruttini, obsoleti e rovinati, quei testi scolastici d’antan erano pur sempre una testimonianza autobiografica non solo di me stesso, ma di un’Italia che non c’è più.

Come si fa, dunque, soltanto a pensare di bruciar libri!? Farlo in pubblico, inoltre, richiama alla memoria l’autodafé dei roghi dell’Inquisizione spagnola e della Germania nazista. È il mondo alla rovescia del romanzo fantapolitico di BradburyFahrenheit 451”, da cui François Truffaut trasse uno splendido film, dove in una società futuribile di individui spersonalizzati, la cui vita repressa oscilla fra psicofarmaci e Tv di regime omologante e rimbecillente, il corpo dei pompieri ha il compito non di spegnere incendi, bensì di appiccarli, dando alle fiamme quegli oggetti cartacei innocui, muniti di copertina, chiamati libri. Gli scritti pubblicati trasmettono nient’altro che parole, vocaboli portatori, nella migliore delle ipotesi, di grandi narrazioni e idee visionarie, e nella peggiore, invece, di racconti disimpegnati che stimolano comunque, ugualmente la fantasia a infrangere i limiti asfissianti della realtà quotidiana. E le suggestioni, i sogni procurati da una lettura qualsiasi, non possono essere tollerati da un governo totalitario, anche se veste panni costituzionali à la page.

Figurarsi poi se il testo è dettato in prima persona e in lingua araba al suo Profeta dall’Essere supremo. In questo caso, infatti, l’involucro materiale contiene la Parola per eccellenza, “l’essenziale invisibile agli occhi”: il Verbo divino, anzi Dio stesso.

Fuoriusciamo ora dalla fiction letteraria e immergiamoci nella cronaca americana.

Bruciare libri è un atto elementare, infantile, che non implica nessuna abilità particolare. Quel che ha compiuto a più riprese il reverendo Jones negli USA non è solo blasfemo per i veri credenti dell’Islam e provocatorio per i laici di cultura musulmana; è un gesto egocentrico, paranoico ed esibizionista. Se fosse nato in Italia, al futuro reverendo sarebbe toccata fin da bambino un’approfondita diagnosi clinico-funzionale, con tanto di insegnante di sostegno alle costole. Lo stesso trattamento di supporto didattico, d’altronde, incautamente risparmiato dal sedicente Cerchio magico della Scuola bosina, al neolaureato albanese di Gemonio, Renzo Bossi.

Prima che incivile, distruggere una copia del Corano è un gesto idiota. La parola di Allah è più forte e duratura della “galassia Gutenberg”, poiché si rivela con tutta la sua potenza anche nel mondo digitale tra il Web e i Tablet, senza contare i progressi tecnologici negli anni a venire. Se dovesse sparire all’improvviso ogni traccia del Testo sacro, i singoli fedeli potrebbero sempre conservarlo dentro di sé, imparandolo a memoria, alla stregua degli uomini-libro citati nel romanzo di Bradbury. Ma in un senso ancora più profondo, e per questo più universale, la voce divina segna l’esistenza di una civiltà, non solo perché è messa per iscritto ma, soprattutto, perché è inscritta nei cuori dei più devoti che, talvolta, pur di ritornare all’autenticità originaria, spezzano le catene della consuetudine passiva, del conformismo esegetico, per sostenere una lettura divergente che apre nuovi orizzonti di senso, prefigurando personalità rigenerate e comunità utopiche e libertarie. È la stessa vita umana, pertanto, a farsi carico del libro, modellandosi a sua immagine e somiglianza, a seconda degli occhi e dei polpastrelli che vi si posano sopra. Scrive infatti Bradbury: «Non sono i libri che vi mancano, ma alcune delle cose che un tempo erano nei libri. Le stesse cose potrebbero essere diffuse e proiettate da radio e televisori. Ma ciò non avviene. No, no, non sono affatto i libri le cose che andate cercando. Prendetele dove ancora potete trovarle, in vecchi dischi, in vecchi film e nei vecchi amici; cercatele nella natura e cercatele soprattutto in voi stessi».

Ma tutto questo è puntualmente ignorato dai fanatici di ogni risma ideologica, siano essi americani, norvegesi o sauditi.