mag 22, 2013 | Post by: admin Commenti disabilitati

CHIUDETE LE CURVE! 10.000 ANNI DI VIOLENZE GIOVANILI di Nicola Lembo

 

L’evoluzione umana (con la sua ultima tappa, il sistema nervoso) si è fermata più o meno 10.000 anni fa, quando l’uomo ha definitivamente adottato la tattica di modificare l’ambiente per adattarlo alle proprie caratteristiche fisiche, piuttosto che aspettare di vedere trasformate le proprie funzioni e componenti biologiche affinchè fossero queste ad adattarsi meglio all’ambiente.

E’ il meccanismo che ha consentito la rapida conquista di tutto il pianeta da parte della specie umana, fino alle regioni più inospitali: si è rivelato infatti più semplice indossare una pelliccia o costruirsi un’abitazione calda piuttosto che attendere che l’evoluzione ci dotasse di un guscio o di un’abominevole massa di peluria.

Quindi nasciamo con un sistema nervoso centrale che è lo stesso che era in dotazione ai nostri progenitori di 10.000 anni fa, per cui abbiamo bisogno di processi educativi di adattamento per non comportarci secondo le leggi della savana e comprendere invece le regole di convivenza civile codificate nelle realtà contemporanee.
Di conseguenza molta dell’aggressività giovanile deriva da “difetti” di adattamento, oltre che da più vari fattori culturali ed ormonali.

Questo disagio nelle civiltà moderne trova canali tipici per ogni generazione: fino al più recente passato erano i conflitti bellici a convogliare in forme “utili” l’aggressività giovanile. Nel secondo dopoguerra per un paio di decenni si è rifuggito da forme di violenza generazionale, probabilmente per l’impressione prodotta dalle devastazioni belliche, ma con le generazioni che la guerra non l’hanno vista si é tornati alla “necessità” di spurgare il consesso civile da questo disagio.

Per un decennio, fra i ‘60 ed i ‘70, le manifestazioni di insofferenza sociale hanno trovato collocazione spontaneamente esprimendosi, come è più naturale, con una critica violenta al sistema politico-economico generale, espressa con varia esuberanza, dalle manifestazioni politiche ad atti di guerriglia armata.

C’era anche spazio per gli spiccioli, spesi da chi non se la sentiva di fare scelte impegnative e pericolose, ma doveva comunque esprimere la propria adolescenza inquieta, per cui si andava a “sfondare” ai concerti, al grido di “la cultura non si paga” anche quando si pagavano 500 lire di ingresso.

Si noti bene che nello stesso periodo gli stadi di calcio erano un’oasi di pace (il solo Paparelli beccò un razzo in un occhio, ma quello fu un gesto di idiozia, non di rivolta).

Nei decenni successivi, e fino ad oggi, la protesta politica appare depotenziata, per cui situazioni anche molto critiche incontrano solo dissensi verbali, il più delle volte pacati e sereni.

Dove non si vive più é negli stadi, diventati inopinatamente il campo di battaglia della guerriglia degli anni ‘70: da trent’anni quindi le curve degli ultras forniscono asilo a chi non ha subìto il necessario adattamento psico-educativo; é un trasferimento di campo forse casuale, ma di sicuro provvidenziale per chi aveva da temere dalle manifestazioni di ribellione giovanile (Scalfaro, ministro degli interni nei governi di Craxi: “il calcio risolva i SUOI problemi…”).

E’ intuibile il motivo per cui non si cerca una soluzione alle tensioni che irrazionalmente si accumulano intorno agli stadi: se questi “disadattati” non fanno casino in curva, dove vanno? Chissà cosa succederebbe con una sospensione del campionato…