giu 15, 2013 | Post by: admin Commenti disabilitati

UN SECOLO FA: EMILY DAVISON E IL DERBY DELLA VITA di Alfredo Padalino

La mattina del 4 giugno 1913 il gruppo di cavalli da corsa montati dai rispettivi fantini sta per affrontare ormai la Tattenham, l’ultima curva del prestigioso Derby di Epsom, quando all’improvviso dal pubblico sbuca dietro la recinzione di sicurezza una spettatrice ben agghindata, con in mano una sciarpa estratta all’istante dal suo abito, che reca una scritta inneggiante al voto femminile. In pochi secondi si porta sulla pista e, dopo aver schivato alcuni cavalli e gridato qualcosa, impatta rovinosamente nel purosangue di sua maestà britannica, re Giorgio V. È un attimo: la donna, il quadrupede e il fantino sono riversi a terra, e solo l’animale dà segni di vita. Una marea umana ora invade l’anello di gara. La più importante corsa ippica del mondo è sconvolta da quello che sembra essere un incidente assurdo, provocato dal gesto avventato di un’incauta astante o, probabilmente, di una squilibrata.

E tuttavia Emily Davison non è una pazza o forse lo è, come tutti coloro, in fondo, che si battono fino al sacrificio estremo della propria vita, per rivendicare un diritto ritenuto universale e pertanto indisponibile. La prima martire del femminismo contemporaneo è una quarantenne di Londra, militante nel movimento delle suffragette fondato dalla leggendaria Emmeline Pankhurst; di professione fa l’istitutrice, grazie al titolo di studio conseguito nel prestigioso S. Hughs College di Oxford, in un’epoca in cui alle donne è ancora precluso l’accesso a molti corsi di laurea, appannaggio esclusivamente degli uomini perfino nella civilissima Inghilterra post-vittoriana.

Lanciandosi al collo di Anmer – il destriero reale guidato da Herbert Jones – l’attivista vuole portare sulla ribalta sportiva più importante del tempo la questione dell’eguaglianza politica tra i sessi, anche se, a distanza di un secolo, restano molti dubbi sulle sue vere intenzioni; esistono infatti diverse registrazioni filmate della giornata e numerose testimonianze oculari della vicenda. Immagini e dichiarazioni raccontano tuttavia versioni discordanti, risultando in effetti plausibile sia che la Davison, in quel frangente, intenda soltanto infilare tra le briglie del cavallo il suo vessillo di protesta, così da farlo risaltare sul rettilineo finale a beneficio soprattutto del palco d’onore, sia che voglia in realtà, freddamente, immolarsi per la causa. Recenti ricostruzioni storiche propendono per quest’ultima tesi.

La morte sopraggiunge, dopo quattro giorni di agonia, nell’ospedale di Epsom e il 14 giugno, nella capitale del più vasto e potente impero della storia, si celebrano le esequie dell’eroina di Epsom con migliaia di suffragette al seguito, tra due ali di folla in religioso silenzio al passaggio del lungo corteo.

Quindici anni più tardi, ad un altro funerale, quello della Pankhurst, lo sfortunato Jones deporrà una corona di fiori con una dedica commossa indirizzata anche alla povera Miss Davison. Il fantino rimarrà per sempre turbato dall’accaduto, al punto da terminare i suoi giorni tragicamente, uccidendosi col gas domestico all’età di settant’anni.

Ad appena un anno dal Derby fatale, lo scoppio della Grande Guerra avrebbe accelerato bruscamente il corso degli eventi che condurranno alla conquista femminile dei diritti politici; infatti nell’ultima fase del conflitto, nel 1918, il Parlamento di Westminster estenderà il voto alle donne, consentendone inoltre l’eleggibilità, ma con alcune restrizioni legate all’età e alla condizione coniugale, limiti aboliti finalmente nel 1928.

Le coraggiose inglesi della Belle Époque combattono anche oggi al fianco dello loro sorelle indignate e resistenti, ovunque ci siano soprusi, nella Russia delle Pussy Riot deportate in Siberia, nella Tunisia di Amina – la Femen a seno nudo, nel Pakistan della piccola blogger Malala, ferita gravemente davanti alla sua scuola, nell’India della studentessa violentata in autobus dal branco, nell’Iran della bellissima Neda, uccisa da un miliziano governativo, o nell’Italia del femminicidio quasi quotidiano.

La corsa non è finita, rantola un Messala morente a Ben Hur, fresco vincitore del Circo. E già, c’è una concorrente che prosegue ancora la corsa: Miss Davison!