giu 15, 2013 | Post by: admin Commenti disabilitati

ALL’IMBRUNIRE, IMPROVVISAMENTE…..UNA MAGICA VISIONE IN CORTE di Giusi Fontana

 

“Scomposizione della materia”: mostra di Luisa Curato, presso lo showroom dell’artista – Palazzo Curato – piazza San Giacomo – Lucera – fino al 22 giugno

“…

quando un giorno da un malchiuso portone

tra gli alberi di una corte

ci si mostrano i gialli dei limoni;

e il gelo del cuore si sfa,

e in petto ci scrosciano

le loro canzoni

le trombe d’oro della solarità”

(Montale, I Limoni)

Questi versi di Montale potrebbero fare da giusta introduzione al racconto di una “bella” visione: quella che il Palazzo Curato, la sera di venerdì 7 giugno, ha regalato a chi, come me, ha avuto il piacere di entrare nella sua corte: non solo il giallo montaliano, ma una gamma variegata di colori e forme, espressa nei quadri di Luisa Curato, hanno mirabilmente fuso antico e moderno – il palazzo e la mostra che la sua doppia corte ospitava – in un’atmosfera suggestiva, ricca di richiami simbolici e di riferimenti a figure e usi del passato, rivisitati attraverso una lente sottilmente deformante (come in “Federico II e il suo impero” o ne “La macchina”), carica anche di un portato onirico, nelle allusioni a sogni tradotti in immagini (come ne “Il sogno di Beatrice”) o nella stessa lettura trasognante della realtà.

L’impatto, nella cornice di un allestimento che, al crepuscolo, ha assunto la sua dimensione perfetta, è stato di quegli incontri inaspettati con la bellezza che rinfrancano l’animo. E il colore, nelle sue ampie variazioni, funge da riempimento e svuotamento: ha dato e ha tolto, alle forme e ai vagheggiamenti di esse; con effetti, nel primo caso, di una pittura che quasi esce dalla tela, con forza, ad “acchiappare” lo sguardo; nel secondo, di spazi anche bianchi e tinte più tenui, che lasciano una maggiore libertà di “lettura” a occhi più discreti, come un invito più personale, e intimo, a farli entrare, piano, nella scena.

“Scomposizione della materia”: questo il titolo della mostra, e questo il quadro che fa da capofila al percorso, nel quale già si riassume, in una sintesi questa volta nitida ed essenziale,  il passaggio, più o meno ovunque presente, a due dimensioni: dalla terra – nel caso specifico la nostra, vicina e tangibile, espressa col richiamo al portale della cattedrale – al cielo. Ma un cielo lontano, un cielo “anteriore”, da intendersi nel senso di un oltre dell’immaginazione, di uno spazio antimaterico e intangibile da cui discendono linee, come a significarne la provvisorietà, la consapevolezza che è “giù” che si deve tornare, all’ancoraggio.

In tutte le opere ritornano linee che uniscono ciò che è scomposto, alcune più evidenti, altre più nascoste nelle pieghe dei colori; altre ancora sovrapposte, come la corda di salvataggio che, nell’allestimento in corte delle prime tre sere, scendeva sul quadro “La barchetta in mezzo al mare”: segno di una salvezza dai gorghi abissali che si fa, stavolta, materia concreta, “tocco”.

Ad un primo fuggevole approccio, la forza del colore genera un moto per lo più centrifugo (la scomposizione, appunto); sostando però sulle tele, sul movimento che in esse si genera, in quell’andirivieni dalla veglia al sogno, dalla terra all’acqua, dal bianco al nero, qualcosa si ricompone: i cerchi e le curve diventano geometrie del possibile e, contemplata la possibilità del sogno, gli occhi tornano aperti, a vedere un centro.

Prima che la frammentazione produca l’incubo  si ridisegna, metaforicamente, una dimensione di sostenibilità dell’essere. Dove? In quel “tra” rappresentato dalle linee, marcatori di una congiunzione/divisione tra spazi, più o meno abitati da forme, più o meno agitati da spettri, cromatici. Dove, e non “come”; perché la linea, sottile e confusa, è un “luogo”, il  luogo del ritorno, la “via”: una via ora dritta ora storta, ora corta ora lunga, ma sempre passibile di essere percorsa in tutte e due le direzioni: dall’alto verso il basso, da destra verso sinistra, reversibilmente.

E infine: tra cielo e terra, in sospensione, era anche “L’altalena della lettura”: installazione non di poca importanza e, direi, di grande efficacia, che ha dato un tocco di leggerezza, nonché di respiro poetico, al contenuto pittorico; come una lontanante presenza di parole che si è fatta senso, solo apparentemente inarrivabile, di uno scenario. Peccato non poterla più vedere, quell’altalena sospesa ai due angoli della corte d’ingresso – dal momento che ora la mostra è ospitata nello showroom adiacente il palazzo: alzando lo sguardo, quasi a memoria icastica di un invito a sognare, essa regalava l’immagine microcosmica di un mondo fatto di parole, portato dai libri senza peso … appeso a un filo.

Una linea verticale.