giu 29, 2013 | Post by: admin Commenti disabilitati

SPEZZARE IL CERCHIO (prima parte) di Stefano Scillitani

L’uomo stava seduto a terra davanti ad un macigno piatto che gli faceva da appoggio per i fogli su cui stava scrivendo.

Giammai, credo, che la mia mente, come quella di chiunque altro, seppure forgiato e abituato alla assurdità di certi eventi e dagli studi delle dottrine più improbabili, giammai nessuno, dicevo, avrebbe potuto immaginare quanto mi è accaduto.

Ciò che vado a narrare ha reso definitivamente forte in me la convinzione che il risultato di ogni nostra azione sia solo la conseguenza dell’intrecciarsi dei fili manipolati, in modo talvolta crudele, da quelle che gli antichi romani chiamavano Parche, o comunque della volontà di forze oscure talmente potenti da fare cose che escono dai normali schemi in cui abbiamo relegato la realtà delle cose ed il mondo stesso, così come lo conosciamo, ed in cui viviamo.

Figlio di ricchi commercianti veneti ho sempre preferito la navigazione agli studi che mio padre mi imponeva, cosicché non perdevo mai occasione di imbarcarmi su di una delle sue navi dirette verso le altre città italiane per svuotare in esse il carico delle loro capaci stive, o verso paesi più esotici e lontani.

Fu proprio in un viaggio di questi che cominciò la mia sventura.

Eravamo diretti verso una delle città più enigmatiche delle indie.

I marinai di mio padre non facevano che raccontare le leggende più varie e fantastiche e rispetto alle quali neanche il capitano mostrava la solita indifferenza.

Per tutto il viaggio notai che qualcosa aveva fatto breccia nella sua consueta imperturbabilità ed anche la sua affabilità nei miei confronti era, in un certo senso, cambiata. Una sera arrivò addirittura a confidarmi che era stata solo la grande amicizia che lo legava a mio padre ed alla mia famiglia a convincerlo ad intraprendere quel viaggio per caricare la nave di spezie e tessuti che un mercante di quel posto aveva offerto a mio padre ad un prezzo più che ridicolo.

Solo adesso posso capire il perché di tante remore.

Difatti la navigazione in quelle acque non apportò nessun motivo di preoccupazione. Risultò addirittura monotono per quanto fu privo di difficoltà.

Un vento costante e favorevole contribuì ad abbreviare la durata del viaggio, quasi ansioso di spingerci verso il nostro destino.

Fui a tal punto suggestionato dai racconti di un vecchio marinaio riguardo quella città, che rimasi addirittura deluso quando attraccammo al suo porto.

Questo uomo antico, la cui vita era possibile leggere dalle rughe che solcavano il suo viso, scolpite dal vento per ogni singolo capitolo della sua esistenza, per tutto l’itinerario continuò a raccontarmi che la città dove eravamo diretti era stata costruita dagli stessi loro Dei pagani e che i suoi abitanti erano i discendenti di un gruppo di pastori nomadi a cui era stata donata come premio per loro devozione.

Le cose più strane capitavano a chi, straniero, vi metteva piede.

In realtà non mi apparve diversa dalle tante città che avevo visitato nei miei numerosi viaggi. Le case basse erano le stesse tipiche di quelle regioni.

L’unica cosa che interrompeva la monotonia di quel posto era un enorme tempio.

Già da lontano era evidente come fosse stato pazientemente cesellato in ogni sua parte e, incredibilmente multicolore, si ergeva proprio al centro di quella cittadina e del cui suolo occupava gran parte.

Le case vi si addossavano come a cercarne la vicinanza, come per implorarne la protezione.

Contrastava visibilmente con il resto del centro abitato come se fosse stato costruito prima di tutto il resto e tutto il resto gli fosse successivamente cresciuto intorno.

Qualcosa di strano comunque c’era, lo potevo sentire, ma rimaneva impalpabile, indefinibile.

Questa sensazione si concretizzò, una volta a terra, nella familiarità con cui la gente ci trattava. Familiarità da non confondere con l’ospitalità tipica delle popolazioni di certe regioni che non sono così povere da considerare uno straniero come una ulteriore difficoltà e peso da sostenere.

La gente di quel posto ci trattava come se ci conoscesse già, come se lì ci fossimo già stati.

L’affabilità di quella gente, infatti, non era generale e diffusa ma, rivolta ad alcuni, non era rivolta ad altri. A me stesso un gruppo di persone offrì da bere, mentre scendevo, come per dare ristoro dal viaggio ad un amico atteso che si rifà vivo dopo anni di assenza.

Senza che lo richiedessi mi fu indicata la casa del mercante e capii che si offrivano di accompagnarmi.

Strana inquietudine mi diedero per tutto il seppur breve tragitto gli occhi di una donna coperta di strane vesti, che certamente significavano una sua qualche posizione all’interno della comunità, e che mi seguivano senza abbandonarmi un attimo, lasciandomi una sensazione di disagio e di profonda angoscia, come quella vissuta da qualcuno che, in una stanza buia che crede vuota, ode un rumore.

Il cammino per la casa del mercante era breve e vi giungemmo subito. Era molto prossima all’edificio sacro visto prima in lontananza.

Pare che quest’uomo fosse uno dei pochi del posto ad avere la possibilità di allontanarsi dai confini di quella regione ed autorizzato a commerciare con gli stranieri.

Era la prima volta che ci incontravamo, eppure mi salutò calorosamente chiamandomi per nome. Non ci feci caso più di tanto visto che avrebbe potuto essergli stato riferito da mio padre quando si incontrarono a Venezia.

La trattazione sul prezzo definitivo delle merci si svolse in una maniera così veloce e vantaggiosa che praticamente avevamo già concluso l’affare quando le prime portate del pranzo, a cui eravamo stati invitati, furono servite a tavola.

Per il resto della giornata potemmo dedicarci al buon mangiare ed alla buona compagnia.

Ci servirono un vino molto saporito, ma molto leggero, niente per me di più insidioso.

Difatti, con la coscienza della sua poca alcolicità, bevvi in maniera eccessiva cosicché fui costretto, a giornata avanzata, ad allontanarmi da quell’interminabile banchetto ed uscire a prendere una boccata d’aria.

Si era fatto buio presto, le strade della città si presentavano con poca gente in giro e scarsamente illuminate. Unito a ciò, un gran girare di testa fece in modo che dopo poco non sapessi più dove io fossi. Una cosa era certa, quello che mi stava davanti era il tempio, o almeno una delle sue propaggini.

Non so se fosse per effetto del vino ma, man mano che seguivo il suo perimetro, si andava confermando la sensazione che avevo avuto guardando quell’edificio da lontano.

Il tempio non aveva forma, sembrava uscire dal terreno in maniera irregolare, come quelle piante le cui radici al loro inizio, prima di piantarsi saldamente e profondamente nel terreno, cercano una strada alla rinfusa, una direzione, delimitando una base senza una forma ben definita.

Altra cosa strana è che, per quanto mi sforzassi, non riuscivo a trovare un punto di congiunzione tra i blocchi di pietra che avrebbero dovuto formare le pareti, come se quel massiccio edificio fosse formato da un unico enorme macigno.

E poi le sue forme erano così tortuose che era difficile trovare un pezzo di muro dritto, a filo, anzi certe figure che le pareti arrivavano a formare rimanevano in piedi non si sa come, sfidando le più elementari regole architettoniche e di gravità.

Le pareti erano completamente coperte di figure, alcune terrificanti, altre affascinanti, in una tortuosità continua di immagini senza contorni e confuse l’una con l’altra e così perfettamente cesellate da non rivelare la minima traccia di scalpello anche all’esame più attento, come se quelle immagini fossero state tirate fuori e modellate dalla roccia molle ancora incandescente.

Osservavo queste e mille altre stranezze quando realizzai che, spinto da una irrefrenabile curiosità, mi ritrovavo a camminare cercando qualcosa.

Una entrata.

(continua sul prossimo numero)