giu 29, 2013 | Post by: admin Commenti disabilitati

LA PIETRA SUL LIBRO (prima parte) di Luciano Ciavarella

Non sapeva più che pesci pigliare e soprattutto a che santo votarsi.
Dalla redazione ormai lo pressavano tutti i giorni: avevano bisogno di un pezzo di cronaca o di costume che brillasse per novità e allegria.

“Non ci mandare più cronache di omicidi, stupri, rapine o di altre violenze simili. E’ estate e la gente ha voglia di sorridere; vedi un po’ tu come cazzo devi fare, ma sbrigati”.

Se ne andava in giro per la città con le mani in tasca e la testa alta. L’atteggiamento tipico di un turista, ma in realtà Giorgio aveva ben altro a cui pensare. Quarant’anni ben portati, fisico atletico, passo sicuro, ma uno sguardo che tradiva una fanciullezza che non lo aveva mai abbandonato: sia per lo stile di vita condotto, quanto per il giocoso e goliardico carattere che ne faceva uno dei
perdigiorno meglio pagati della città. Era stato assunto alla Gazzetta dieci anni prima grazie ai buoni uffici di un suo zio vescovo, che il giorno in cui mise piede per la prima volta al giornale, gli disse “Uagliò, mò ti ho sistemato, vedi di non farti cacciare”. Ecco, quel “Vedi di non farti cacciare” gli ronzava nella testa come un moscone, un moscone che dopo qualche virata acrobatica nel fresco di un appartamento, tentando di riguadagnare uno spazio aperto, sbatte insistentemente contro l’illusoria libertà di un vetro chiuso.

Aveva bisogno di una storia nuova da raccontare e in quei giorni, nella provincia assolata e sonnacchiosa, l’evento più eclatante che era rimbalzato agli onori delle cronache, fu la rottura del meccanismo che da duecento anni comandava le lancette dell’enorme orologio del municipio
di Alcione, piccolissimo comune del tavoliere.
Ok, pensò Giorgio, vado a trovare in ufficio Bellicapelli; quello sa tutto di tutti e di sicuro qualcosa da raccontarmi ce l’ha.

L’ufficio di Bellicapelli era da sempre il primo tavolino del bar Novecento, locale storico della città; lui era seduto come al solito, al tavolino/scrivania. Lo trovò che consultava, con la testa affondata nelle pagine, Il Corriere dello Sport.

“Pieretto, come va ?” urlò gioviale Giorgio. Nessuno poteva chiamarlo Bellicapelli, si incazzava come una iena; anche perché era completamente calvo.
“E come vuoi che vada? Malissimo. Il Milan non vince da una vita, ho l’auto rotta e in più questa città sta diventando di una noia mortale”.

Casco male, pensò Giorgio, ma fidandosi del suo istinto si mise a sedere e senza dire una parola. Aspetto’ che lo spettacolo cominciasse. Infatti dopo qualche minuto di silenzio . . .
“Beh, una novità ci sarebbe”.
“E quale?” Rispose speranzoso il cronista rabdomante.
“E’ arrivata una nuova, alla discesa di Santa Lucia; una sventola da paura”.
“E secondo te questa sarebbe una notizia?” Rispose Giorgio in modo alterato.
“E no, bello mio; questa è una notiziona, perché la bellona in questione non solo batte, ma legge anche”.
“Legge?”
“Si, tra un cliente e l’altro legge dei libri. E’ diventata la tenutaria culturale di tutti gli arrapati cronici della città”.

La notizia incuriosì Giorgio a tal punto che, lasciato in un batter d’occhio il suo confidente, inforcò una bicicletta che da settimane era poggiata contro il muro della chiesa, in attesa di un nuovo padrone, così come un randagio che si è perduto.
“Cacchio, non ho mai vissuto una situazione così ridicola; in quella strada ci sono solo prostitute e chiunque la imbocchi lo fa per un unico scopo, e fin qui ci siamo. Ma che la gente pensi che io vada a puttane in bicicletta; beh questo non lo sopporto”.

Tali erano i pensieri di Giorgio mentre pedalava. Attraversò un grande appezzamento di terra in cui notò da lontano Olmo e Sofia che raccoglievano fiori. Da quando si erano fidanzati sembravano in preda a una crisi bucolico amorosa; erano diventati insopportabili e li evitavano tutti. E così fece anche lui, accelerando con il capo chino sul manubrio, quasi fosse impegnato in un traguardo volante al Giro d’Italia.