lug 29, 2013 | Post by: admin Commenti disabilitati

FOGGIA 1943: CONTABILITA’ DI MORTE LEGGENDARIA? di Alfredo Padalino

 

Per decenni gli abitanti di Dresda, le sue autorità politiche e gli intellettuali più in vista della Germania, hanno convenuto nel ritenere il famigerato bombardamento aereo del febbraio 1945 un atto di guerra ingiustificato da parte degli Alleati, costato alla splendida città d’arte centinaia di migliaia di morti, oltre alla distruzione totale del suo inestimabile patrimonio culturale. La cosiddetta Firenze dell’Elba fu colpita dal più violento e devastante “carpet bombing” dell’intero conflitto, se escludiamo gli ordigni atomici sganciati su Hiroshima e Nagasaki. Per cinquantacinque anni la stima delle vittime ha sempre oscillato di molto, mantenendosi tuttavia al di sopra di una soglia ragguardevole che sfiorava, secondo alcuni, quasi 1/3 dei circa 650 mila residenti di allora. Dopo diversi studi pubblicati da vari storici che contestavano la ridda di ipotesi catastrofiste, accolte ormai come veritiere e incontrovertibili, finalmente la Municipalità locale decise di istituire una commissione d’inchiesta indipendente per accertare, una volta per tutte, l’effettiva contabilità dei caduti di quella tragica notte di fine inverno. E così nel 2010 gli esperti nominati dal Consiglio comunale produssero una relazione, stimando in circa 25 mila persone la cifra delle vittime di Dresda, un numero vicino a quello di 30 mila fornito dalle stesse autorità naziste nell’immediatezza dell’attacco aereo.

Anche nel caso dei terribili bombardamenti aerei su Foggia del ‘43 occorrerebbe agire analogamente, affidando a un gruppo di ricercatori il compito di appurare la reale entità delle vittime provocate dai nove raid angloamericani. La cifra ufficialmente accettata di oltre 20 mila morti – il 25% della popolazione – è francamente iperbolica, considerando che Coventry (l’altra città inglese sottoposta a bombardamento a tappeto) e, appunto, Dresda ebbero rispettivamente lo 0,6% e il 4% di deceduti sotto le bombe naziste o alleate. Per raggiungere, in proporzione, il numero di caduti foggiani, Coventry avrebbe dovuto subire ben quaranta raid di quella portata e Dresda addirittura sei “area bombing”, immaginando in entrambi i casi la popolazione cocciutamente insediata tra le macerie degli edifici, anche durante le incursioni successive, invece di cercare più verosimilmente riparo altrove: un comportamento privo di buon senso e votato al suicidio quando, in realtà, già dopo i primi pesanti bombardamenti, una grande città industriale come Torino, ad es., vedeva dimezzata la quantità dei residenti, distribuiti molto più saggiamente nel territorio circostante, pur di sfuggire alla ripetuta e violenta pioggia di fuoco.

E infatti la stessa logica di protezione civile, diremmo oggi, fu applicata anche in seguito all’aggressione di Foggia, unico caso di città italiana distrutta al 75% e, perciò, totalmente evacuata. È più realistico immaginare, pertanto, dopo lo shock dei primi assalti dal cielo, un immenso deserto comunitario, un fantasma urbano nel cuore del Tavoliere, ricoperto solo di detriti e preda delle mire terroristiche dell’aviazione alleata, poiché i foggiani superstiti, la stragrande maggioranza, erano ormai al sicuro altrove.

Il capoluogo dauno contava, settant’anni fa, circa 79 mila abitanti; ma le denunce di morte presentate nel funesto ’43 ammontavano solo a 974. La cifra di 20 mila scomparsi è quella fornita successivamente dagli Uffici comunali nell’aprile del ’45, sottraendo gli assenti, a quella data, dagli abitanti residenti invece nel maggio 1943. Ma questo ingente numero di non presenti poteva essere costituito da tutti gli uomini abili alla leva, dai diciannove anni in su, impegnati sui vari fronti bellici e non ancora rientrati perché uccisi, feriti, dispersi o prigionieri nei campi tedeschi, russi o angloamericani, oltre che dai tantissimi sfollati ed evacuati; in ultimo, certamente, dai poveri civili finiti sotto le macerie.

Inoltre i dati Istat riportano come, fino all’Armistizio dell’8 settembre, il numero di vittime italiane dei bombardamenti aerei fu di circa 18 mila complessivi, quindi addirittura inferiore alle perdite subite dalla sola città di Foggia, laddove si convalidi il numero oggi accreditato: un fatto a dir poco anomalo.

A tal proposito il settimanale “Il Foglietto”, nell’edizione del 31/10/1957, pubblicava una lettera a firma di Giovanni Rosato, presidente dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra, inviata all’on. Stefano Cavaliere, sostenitore in Parlamento del conferimento della Medaglia d’Oro al valor civile alla città di Foggia, per sollecitare il Comune pugliese a fornire il numero esatto dei caduti, onde risolvere finalmente la “vexata quaestio” della macabra contabilità sorta dalla palese contraddizione tra i dati pubblicati  in quel periodo dall’Istituto di Statistica per l’intera Capitanata (appena 608 morti) e quelli rilasciati invece dagli Uffici municipali del capoluogo. A cinquantasei anni di distanza, e dopo ben due importanti onorificenze nazionali (nel frattempo è sopraggiunta anche la Medaglia d’Oro al valor militare), l’Associazione sta ancora attendendo una risposta chiarificatrice e storicamente fondata.

Un’altra considerazione s’impone, a questo punto, in ordine al fattore demografico. Nel censimento del 1936 Foggia contava 62 mila abitanti, divenuti alla vigilia dei bombardamenti già 79 mila. Nel censimento del 1951 ne risultavano 97 mila. Abbiamo pertanto un trend di crescita del 27% nei primi sette anni e del 24% nei successivi otto. Una tendenza tutto sommato abbastanza coerente, anche se in lieve diminuzione nel periodo postbellico, a causa dell’immane distruzione dell’abitato, del collasso economico-sociale e delle vittime. Se invece prendessimo come riferimento attendibile la cifra diramata dagli uffici municipali nell’aprile del ’45, ossia 59 mila residenti, in appena sei anni, fino al ’51, i foggiani avrebbero vissuto un ripopolamento senza pari della propria città, con un boom demografico addirittura del 65%: un aumento stratosferico, surreale, senza precedenti, che presuppone quanto meno lo svuotamento dei centri minori della Capitanata, soprattutto del Subappennino, fenomeno in effetti realizzatosi, ma assai lentamente nel tempo e in maniera sensibile solo dopo gli anni ’50, con la grande emigrazione interna tuttavia diretta, in prevalenza, verso il Triangolo industriale del nord.

Bisogna ripartire così da quel migliaio di morti documentati proprio a conclusione del ’43, per ricostruire seriamente, attraverso un meticoloso lavoro d’archivio, la vera entità delle vittime foggiane che, nonostante tutto, non potevano superare, in percentuale, quelle di Torino, Milano, Genova ecc., che di raid ne subirono molti di più.

Mi auguro che le Autorità competenti del Comune medaglia d’oro al valor civile e militare, vogliano farsi carico di questo appello informale di accertamento della verità storica, nel rispetto del dolore dei sopravvissuti e dei loro parenti, perché come insegnava Aristotele: «pur essendoci care entrambe le cose, gli amici e la verità, è dovere morale preferire la verità».