ago 29, 2013 | Post by: admin Commenti disabilitati

“FORSE NON SARÀ UNA CANZONE” – TI RICORDI DI ITALIA 90? di Annarita Favilla

Non capita anche a voi di ritrovare ogni tanto cimeli di quel che fu “Italia 90”? Una penna, un portachiavi o una spilletta in qualche cassetto dimenticato, l’etichetta di un asciugamani o una bandierina… fino a schede telefoniche, poster, e a quelli che ormai sono autentici pezzi da collezione per feticisti.

Impossibile – per chi, a qualsiasi età, c’era – dimenticare l’atmosfera di quei mondiali di calcio. Facciamo allora un tuffo indietro nel tempo.  E “se bastasse una (sola) canzone”, come cantava (sempre nel ’90) Eros Ramazzotti? Infatti una ne basta. Da lì parte tutto ciò che vi si possa abbinare, in un magma di ricordi, emozioni e sogni in cui – inspiegabilmente, e forse per la prima volta in maniera così leggera eppure pesantemente latente nella memoria massmediatica italiana –  i contorni di privato e collettivo sbiadiscono fino a confondersi completamente.

http://youtu.be/xelv-APgePU

E’ l’8 giugno del 1990, ed è il giorno in cui allo Stadio Meazza di Milano si alza il mega sipario radiotelevisivo e va in scena la 14ma edizione dei campionati mondiali di calcio. La Fifa aveva scelto già nell’84 l’Italia come prossima nazione ospitante, facendo schizzare se possibile alle stelle la già comprovata febbre calcistica del suo popolo. Tutto per un po’ si tinge di blu. Si tratta del blu indossato in campo dai nostri azzurri, del blu del mare estivo, come del mare che lambisce e unisce i continenti, il blu sereno di sole del cielo italiano ma – soprattutto, oltre qualsiasi riferimento “naturalistico” – è il tono rassicurante scelto per colorare i caratteri del logo ”Eurovisione” e che contrassegna la nuova fase dell’”Europa senza frontiere”, apertasi insieme alle crepe nel muro (da qualche mese crollato) a Berlino. Un colore destinato a diventare tinta emotiva, i cui rimandi simbolici – e possibili coniugazioni estetiche – vengono sapientemente dosati da una poderosa macchina organizzativa ostinata a confezionare il miglior evento, avvalendosi di ogni nuova tecnologia legata all’immagine.

Lo spettacolo abbagliante delle stelline che assalgono i contenuti già imperversa, e qui – va detto – siamo all’Italia a.B. (insomma: avanti Discesa in Campo di Berlusconi; anche se, evidentemente, c’era già chi stava lavorando per lui: vedi, tanto per dirne una, alla voce Legge Mammì [http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Mamm%C3%AC] e ai vari “decreti Berlusconi” craxiani). Io avevo più o meno 8 anni ma ricordo il programma Rai “Europa Europa”, quello in cui alla fine tutti aspettavano la telefonata a casa per vincere il montepremi di gettoni d’oro in palio; lo ricordo per un clamoroso scherzo di mio cugino a mia madre, che corse al telefono urlando “Europa Europa!!” nello stesso momento in cui Fabrizio Frizzi o Elisabetta Gardini nello schermo terminarono di digitare il numero di turno, dunque ripensando a cose come questa non mi meraviglio troppo della scarsissima conoscenza delle dinamiche istituzionali europee (cosa puoi dire a chi ha deciso di mandare al parlamento di Bruxelles, ad esempio, Iva Zanicchi o Barbara Matera?), specie in quest’anno cruciale di crisi economica e politica durante il quale tutto il peso della loro vacuità – in termini di effettiva percezione sociale valoriale e reale – si è fatto sentire.

Ciao è il nome del simbolo-mascotte di “Italia ‘90” più votato dai giocatori del Totocalcio; con i suoi cubetti verde-bianco-rossi uniti a formare un ometto stilizzato che si muove calciando la palla, campeggia su qualsiasi oggetto o superficie privi della facoltà di respirare ma, secondo le grandi imprese, dotati di un irresistibile appeal pubblicitario. Chiunque respirasse, invece, non ha potuto fare a meno di ascoltare “Un’estate italiana”, la sigla ufficiale di questi Mondiali. “Notti magiche, inseguendo un gol” è il ritornello-tormentone cantato dal duo di rocker nostrani Nannini-Bennato. Ormai lanciatissima nelle radio italiane, la canzone straripa dal tempo della fruizione privata e invade i luoghi di aggregazione (o viceversa), riecheggia per le strade e attraverso gli stabilimenti balneari, assolvendo ottimamente al compito di cementificare – mentre, fuor di metafora, numerosi cantieri vennero aperti per ammodernare ed erigere nuovi stadi – le coscienze intorno a un evento di tale portata.

Ma di tutti gli sprechi, gli appalti e gli incidenti più o meno evitabili se ne potrà parlare poi (anche perché a breve scoppierà Tangentopoli); adesso è il momento di “essere i numero uno” come suggerisce il titolo del pezzo di Tom Whitlock (quello della “Take my breath away” di Top Gun), del quale “Un’estate italiana” è la versione nostrana. Il testo italiano è forse più poetico e allusivo rispetto all’originale, in linea con la tradizione melodica e autoriale della nostra musica popolare: racconta di “un’avventura in più” da vivere, “senza frontiere e con il cuore in gola”, ti dice che probabilmente “non sarà una canzone a cambiare le regole del gioco” ma che vale la pena comunque abbandonarsi al brivido e inseguire quel sogno di vincere “che comincia da bambino”. In entrambi i casi la musica (e la produzione) è opera di Giorgio Moroder, pioniere italiano nel campo dell’elettronica e disco music, e compositore di pluripremiate colonne sonore.

Tante probabilmente furono le personali notti magiche che gli italiani avrebbero di lì in poi ricordato, mentre questo singolo balzava in vetta alla classifica non solo come il più ascoltato, ma anche come il 45 giri – pubblicato nel novembre 1989 e cantato in playback durante la cerimonia ufficiale di apertura – in assoluto più venduto dell’anno, l’ultimo prima della sparizione di questo ormai obsoleto supporto dal mercato discografico. Altrettanto numerosi, e tra loro concatenati, sono i fatti del mondo di cui l’anno 1990 si fa portatore, o forse diremmo meglio incubatore. Campioni del mondo sono (per la terza volta) i tedeschi dell’Ovest, ma sarà l‘ultima partita che “le due Germanie” giocheranno con maglie diverse: è l’8 luglio e il processo di unificazione economica è già partito, il Checkpoint Charlie è stato rimosso e il muro a Berlino sta definitivamente cedendo.

Di lì a pochissimo – dopo un vertice G7 che si apre alla perestroika di Gorbačëv – 160.000 berlinesi, e l’Europa intera davanti alla tv, potranno “vedere” The Wall dei Pink Floyd. E poi ancora: in Sudafrica Nelson Mandela è libero dopo 28 anni di carcere, e a marzo verrà sancita l’abolizione dell’apartheid; a maggio l’Organizzazione Mondiale della Sanità depenna l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali; la Lady di ferro Margareth  Thatcher in Inghilterra è in crisi e a novembre si dimette, dopo i suoi 15 anni di governo “liberal-conservatore”. In Italia c’è – sempre –  Giulio Andreotti al governo (se Wikipedia non sbaglia trattasi del suo VI insediamento su un totale di 47 disponibili dall’esistenza della forma repubblicana); il ventaglio parlamentare è costituito da Dc, Psi e Psdi, Partito Repubblicano e Partito Liberale, mentre il fu Partito Comunista Italiano è impegnato nei congressi e dibattiti della storica “svolta” all’ex quartiere Bolognina del capoluogo emiliano (a ottobre Achille Occhetto presenterà il nome e il simbolo del nascente Partito Democratico della Sinistra – Pds).

Rai Tre manda in onda a marzo 1990 – alla vigilia del congresso di Bologna – il documentario “La Cosa” (http://youtu.be/eTpQLDNpdEw) di Nanni Moretti, girato all’interno di alcune sezioni PCI italiane in quel periodo. Muore il comunismo e muoiono anche i CCCP; sarà un caso, ma dopo un concertone a Mosca e San Pietroburgo (con tanto di militari sovietici tra il pubblico) il gruppo – anzi, il suo leader punkettone Giovanni Lindo Ferretti – si ritiene soddisfatto e decide di rinominarsi CSI.  Annarella (http://youtu.be/rykdYjE1rNQ), canzone facente parte dell’ultimo disco come Cccp intitolato “Epica Etica Etnica Pathos”, chissà mai perché, non avrà tutto il successo di Un’estate italiana.

Dalle parti italiane, comunque, pare che ogni tanto precipiti un aereo: dopo il DC9 abbattutosi su Ustica dieci anni prima, incidente sul quale sarà a breve presentata una Commissione Parlamentare d’inchiesta (secondo la quale le autorità militari e gli organismi politici avrebbero ostacolato e depistato le indagini), nel corso di un’esibizione acrobatica vicino Treviso precipita al suolo un caccia sovietico SU27, provocando due morti e diversi feriti. Intanto siamo quasi alla prima guerra del Golfo, perché l’Iraq invade ad agosto il Kuwait e dopo poco il governo italiano invierà rinforzi alla marina statunitense. Continuando col capitolo “segreti di stato”, a luglio c’era stata anche l’assoluzione in secondo grado degli imputati per la Strage di Bologna. Ma, visto che si parla di segreti, non posso non ricordare l’impressione che mi fece a quell’età – sempre 8 anni – il volto tumefatto della povera Laura Palmer, il cui corpo fu rinvenuto avvolto in quella plastica sporca; i miei cambiarono canale immediatamente, chissà che strana espressione avevano formato i lineamenti del mio viso. La serie “Twin Peaks” (con David Lynch in generale) la scoprii poi all’università, innamorandomene per sempre e così tanto da avere una sorta di orgoglioso pregiudizio critico nei confronti di qualsiasi serie tv venuta dopo. Un’altra visione scoperta in là negli anni con gioia è stata “In nome del popolo sovrano” di Luigi Magni, che chiudeva la trilogia del regista concepita contro il potere temporale della Chiesa. Ogni tanto vado ad ascoltarmi la colonna sonora (http://youtu.be/m019icQEmIc), immaginando come mai non sia diventato questo il nostro inno.

Non è semplice andare indietro nel tempo rinvenendo mele marce in mezzo ai bei ricordi; specie per una generazione come la mia che, secondo Le Statistiche Economiche E Occupazionali, è stata “così sfortunata!” (in verità vi dico, non preoccupatevi, sopravviveremo lo stesso: ci avranno tolto varie opportunità, di sicuro però non il materiale per grosse risate e ironia pungente). E’ difficile, più che altro, vedere ancora oggi alcune presenze riconfermarsi o ri-crearsi nel panorama politico e culturale popolare. A tratti non se ne può veramente più. Il cliché ideologico che sfila quotidianamente ai nostri occhi, attraverso gli stessi media di sempre, spesso mi sa proprio di pallone Italia 90 sgonfio, ammaccato, inutile, eppure proprio in virtù di tali caratteristiche messo lì spavaldamente in esposizione nel museo dello stantìo nazionale.

Ma a me, al massimo, viene voglia di dargli un gran calcio e “viverla, così, quest’avventura”. L’estate sta finendo, e ad ognuno il suo gol.