set 13, 2013 | Post by: admin Commenti disabilitati

“SUR LE CHAMIN DE L’ÉCOLE”, O DELLA FORTUNA CHE NON SAPPIAMO DI AVERE di Anna Rita Martire

Tra una strage in Siria e un rivoltante ricorso a Strasburgo annunciato da Berlusconi, il telegiornale di ieri mi ha inaspettatamente regalato un nodo alla gola, a metà tra il dolce e l’amaro.

È stato presentato al Festival di Locarno il film-documentario del regista francese Pascal Plisson intitolato “Sur le chamin de l’école”, che nella traduzione italiana suona con un più prosaico “Vado a scuola”; il film racconta le storie di quattro ragazzi che, ogni giorno, devono affrontare lunghe distanze e svariati pericoli per arrivare a scuola.

Il regista, che vive in Kenya da anni, durante un viaggio nella savana incontrò tre giovani Masai che, invece delle lance, portavano sulle spalle tre tracolle di tela. Interpellati, gli spiegarono che erano in cammino per raggiungere la scuola al di là della collina, mostrandogli con orgoglio la lavagnetta di ardesia e la penna; si congedarono presto, perché non volevano arrivare in ritardo.

Plisson fu subito ispirato da quell’incontro, e si mise alla ricerca di altre storie da raccontare che avessero come protagonisti bambini così determinati a conquistarsi il diritto all’istruzione.

Il progetto, durato in tutto tre anni, portò alla scelta delle vicende di Jackson, Zahira, Samuel e Carlito, rispettivamente di Kenya, Marocco, India e Argentina.

Con sapiente maestria stilistica, il regista non utilizza voci fuori campo per narrare le giornate dei quattro piccoli studenti, ma lascia libero corso ai dialoghi freschi e spontanei dei protagonisti, catturando con la videocamera sprazzi della loro quotidianità.

Per entrare in confidenza con loro, Plisson ha trascorso una settimana a casa delle rispettive famiglie, nell’intento di non incorrere in errori che potessero turbare la naturalezza dei piccoli.

Ha poi assoldato persone del posto, per portare l’occorrente a dorso di muli, durante i dodici giorni di ripresa dedicati ad ogni singolo bambino.

Jackson percorre quindici chilometri nella savana, sfidando la stanchezza e il rischio di imbattersi in elefanti e altri animali; Zahira frequenta una scuola così lontana da casa sua che è costretta a tornare in famiglia solo ogni venerdì; Carlito attraversa la Patagonia a cavallo per venticinque chilometri; Samuel, nel Bengala, può arrivare a scuola solo grazie all’aiuto dei due fratelli che spingono la sua improvvisata carrozzella tra pietre e fiumi. Samuel è disabile, tutto ciò che ha è una sedia di plastica con due ruote montate sotto e un sorriso che ti fulmina il cuore.

Samuel vuole fare il dottore, e sicuramente ci riuscirà.

È fin troppo facile fare della retorica spicciola, ma tant’è … correrò il rischio.

Il film non è doloroso, non c’è traccia di pietismo a buon mercato in quelle immagini; ci sono semplicemente dei bambini che, con una naturalezza incredibile per un occidentale “ricco”, vivono la loro condizione con entusiasmo e giocosità, complici e collaborativi.

Io non dico niente.

Basta sostare in una qualsiasi piazza italiana in queste ultime sere di vacanza per cogliere l’abisso che separa i nostri figli da quei bambini.

I veri fortunati sono loro, i bambini di Plisson. Saranno loro a conquistarsi il futuro e il mondo di domani.

Perché?

Perché nelle loro facce non c’è la stupida competitività che noi mamme modaiole abbiamo trasmesso ai nostri bambini, non si vedono neanche, le mamme di Jackson, Zahira, Samuel e Carlito, nel trailer del film.

Non c’è la corsa al grembiulino e allo zainetto firmato, l’ostentazione di superiorità a colpi di voti e “bravissimo” sul quaderno, gli inviti alle feste di compleanno selezionati in base alla dichiarazione dei redditi o alla griffe della borsa della mamma …

Ho assistito, in una cartoleria affollatissima, ad una scena penosa: una madre tutta unghie e messa in piega ha costretto la povera negoziante a tirare fuori più di venti quaderni, nella vana speranza che il suo giovane rampollo trovasse una copertina di suo gradimento; sforzo peraltro inutile, dal momento che il ragazzetto ha girato i tacchi, sbuffando stizzito: “Se non c’è il quaderno di Spiderman, andiamocene”.

Il mondo sarà di Zahira e Samuel, questo è sicuro.

Anche perché, nella nostra raffinata cittadina di provincia (e non solo) dove i devoti si sprecano, ho conosciuto anche qualche genitore illuminato che si augura di tutto cuore che il proprio virgulto non capiti in classe con qualche bambino diversabile … quelli vanno bene solo alla messa della domenica come vicini di banco, per più di un’ora non si possono tollerare.

Mi auguro che i dirigenti scolastici di ogni ordine e grado propongano in futuro la visione di questo film, magari durante la cosiddetta “giornata dell’accoglienza”, ossia il primo giorno di scuola; non tanto per gli alunni quanto per le famiglie.

Abbiamo da imparare dal piccolo Samuel, dal suo sguardo pulito che ti squarcia l’anima; altro che andare a scuola in macchina anche per pochi metri, perché se piove il bambino non può camminare a piedi.

Stiamo privando i nostri figli di quella fatica necessaria per crescere lungo la strada tortuosa che li porterà ad essere uomini e donne, adulti non solo all’anagrafe.

I capannelli di mamme all’uscita di scuola, i discorsi sul niente, i regali costosi alle maestre, le feste ipocrite di fine anno, il gossip sugli insegnanti, le facce annoiate dei nostri bambini che vivono la scuola come una condanna … sono il fallimento del nostro modello di vita.

Per quei bambini della savana e del deserto una speranza io la vedo; per i nostri, mi dispiace, proprio no.