set 13, 2013 | Post by: admin Commenti disabilitati

DAME E CAVALIERI DI UN’ITALIA STRAPAESANA di Alfredo Padalino

Il Ferragosto lucerino è un concentrato di idiosincrasie strapaesane che tuttavia, a volte, si trasformano in sapidi dibattiti sui massimi sistemi intorno al campanile maggiore. Succede così che un breve scritto, circolato sul web a ridosso delle festività appena trascorse, possa scuotere le coscienze dei credenti, guadagnando consensi anche tra agnostici e senzadio.

L’intervento di un giornalista sui net journal locali è un circostanziato estratto teologico-politico sulla cultura lucerina, un instant book di un ateo non devoto bensì postmoderno, sensibile più di altri ai richiami confessionali e partecipe come pochi agli eventi religiosi cittadini, grazie all’imprinting educativo ricevuto in seminario e, in fondo, “perché non possiamo non dirci cristiani”, per dirla con Benedetto Croce. Non estraneo poi alla sinistra gramsciana, l’autore dello scritto è ben consapevole dell’importante ruolo svolto dai cattolici italiani, brillantemente delineato da Togliatti nell’imminenza del voto costituente sull’art. 7 della Carta fondamentale della Repubblica, primo vero esempio di compromesso storico tra democristiani e comunisti.

Non meno importante, nel caso in esame, è il principio di reciprocità per il quale l’ingerenza vaticana nelle vicende interne di un Paese, deve essere controbilanciata dalla medesima intromissione dei laici nelle faccende ecclesiastiche. Infatti, su alcuni temi specifici, come la bioetica, le Conferenze episcopali orientano politicamente il voto di elettori e parlamentari; allo stesso modo, pertanto, qualunque semplice cittadino deve poter esercitare il proprio diritto di critica verso il mondo della fede.

All’articolista ironico è sfuggita, tuttavia, la contraddizione implicita tra il biasimo riversato contro le nefandezze compiute dalle milizie d’Oltremare e la sottaciuta genealogia delle feste patronali di Lucera, originate giustappunto da una feroce impresa armata diretta a cancellare definitivamente l’immonda colonia saracena, voluta da Federico II di Svevia e tollerata dagli Angioini almeno fino all’anno giubilare indetto da Bonifacio VIII nel 1300. La Chiesa, insomma, ricordando solennemente il ricongiungimento dell’antica comunità dauna alla grande famiglia della cristianità, rievoca e celebra in effetti un’operazione bellica assai cruenta, oggi si sarebbe definita una pulizia etnico-religiosa, erede legittima dello spirito di crociata infuso a suo tempo dal papato nella nobiltà europea.

Non tutto il male, quindi, proviene dalla periferia; il centro ha le sue responsabilità, avallando prassi di vita religiosa astruse e obsolete. Le associazioni cattoliche che si richiamano agli altisonanti nomi di ordini cavallereschi millenari costituiscono sopravvivenze arcaiche del Corpo mistico, in cui convivono problematicamente tradizione e modernità, tanto da configurare negli ultimi decenni, soprattutto qui in Italia, una situazione visibilmente schizofrenica di “scisma sommerso” come la definiva il filosofo Pietro Prini.

Il disappunto serpeggiante tra la popolazione trova voce e sfogo, qualche volta, anche nella tirata sarcastica di un buontempone in odor di eresia, ponendosi come una critica della mentalità pura del luogo, quasi un pretesto letterario per scoperchiare i sepolcri imbiancati della religiosità elitaria, grottescamente intrecciata con le gerarchie di status rinvenibili nella società civile. E una tale rappresentazione piramidale di sé e del mondo è ostentata, per giunta, indossando una collezione di abiti vintage che altrove, nel profondo Nord, sarebbero appannaggio piuttosto dei raduni paraceltici del leghismo cisalpino.

Nella Valle del Po, infatti, la “vera fede” flirta laicamente con i poteri forti attraverso la Compagnia delle Opere, braccio economico di Comunione e Liberazione, da circa trent’anni formidabile cavallo di Troia associativo per conquistare la governance delle Regioni settentrionali, Lombardia in testa. Oggi non è più trendy esser Templare; le massonerie bianche agiscono diversamente. Al Meeting di Rimini non è richiesto il mantello crociato, ma un look moderno, sobriamente ricercato e di lusso, cui fa da contraltare un sentimento di appartenenza così forte che dal Pirellone giunge fino alle stanze di Palazzo Chigi. L’Italia del cattolicesimo che conta veste Lupi e Mauro.

Nel Mezzogiorno, invece, il circolo magico dell’establishment osservante è dedito a una devozione anacronistica, di maniera, che scivola nel barocchismo autocelebrativo, fatto di cortei teatraleggianti, come messa in scena di una posizione sociale ragguardevole e di spessore, riconosciuta in modo trasversale, ma che di fatto si assottiglia velocemente in prossimità dei confini municipali o, al massimo, del comprensorio giurisdizionale, tra l’altro in via di estinzione. Non potendo osare più di tanto, forse per un’intrinseca debolezza culturale dell’intero Sud, la classe dirigente indigena, sotto le spoglie di umili dame e impavidi cavalieri, si accontenta di ben apparire sul palco di basole del centro storico, alla stregua di mesti figuranti retrodatabili all’Ancien régime, quando l’acuto Torquato Accetto ammoniva i contemporanei a distinguere la simulazione dalla dissimulazione onesta.

Organizzare pellegrinaggi in Terra Santa e preservarne la minuscola comunità di correligionari, necessita davvero di un drappello di zelanti tutori investiti ad hoc? Quanti fedeli vanno e vengono dai Luoghi Sacri, senza per questo appartenere o raccomandarsi a una congregazione pia di ex combattenti. Basta una buona agenzia di viaggi magari dello stesso entourage diocesano. Si chiama turismo religioso. E per la solidarietà verso il Patriarcato latino di Gerusalemme, non occorre certo raccogliere denaro, presentandosi come un fantomatico priore in calzamaglia. All’occorrenza vi è sempre l’8 per mille e le molteplici esenzioni fiscali, insieme alla questua giornaliera delle singole parrocchie, gestita dal clero secolare e dai volenterosi credenti che vi prestano servizio disinteressato, incuranti delle sirene esibizionistiche.

Piccoli gesti di carità quotidiana e partecipazione sentita alle ritualità liturgiche sono il miglior habitus che può sfoggiare il cristiano cattolico apostolico romano. Tutto il resto è vanità.

Secondo il cardinal Martini, la Chiesa che Ratzinger aveva raccolto dalle mani di Wojtyla era in ritardo di ben due secoli, ma come nel resto del meridione, anche a Lucera il cattolicesimo ristagna nel rococò travestito da Medioevo, su per giù alla prima metà del ’700, l’epoca in cui visse il dotto Francesco Antonio Fasani, l’unico esempio mirabile di santità autoctona. Figlio di un’età così densa di contrasti, misera e sfarzosa, egli tuttavia incarnava in pieno la Regola del poverello di Assisi, applicandola concretamente alla realtà diseredata di quel capoluogo provinciale del Regno napoletano, esprimendone così l’avanguardia etica: forse solo un fulgido incidente di percorso nella lunga storia della Civitas Sanctae Mariae.