ott 07, 2013 | Post by: admin Commenti disabilitati

LA LEGGENDA DI KASPAR HAUSER E’ UNA CAGATA PAZZESCA! di Michele Colucci

Continuo a leggere apprezzamenti e giudizi lusinghieri su quello che considero il più brutto film degli ultimi anni, “La leggenda di Kaspar Hauser” di Davide Manuli, datato 2012 ma uscito nelle sale nel luglio scorso e pertanto ho deciso, sia pur controvoglia, di intervenire forzando la mia natura, in quanto solitamente recensisco i film che mi sono piaciuti e che desidero segnalare agli altri. Ma qui sta diventando un problema etico, di giustizia; bisogna sfatare quello che sta diventando immeritatamente un caso cinematografico di sopravvalutazione di un cialtrone, il regista, spacciato addirittura per visionario (ma le sue più che visioni sono vere e proprie allucinazioni) per scongiurare il pericolo che tanti poveri sprovveduti, dopo avere visto film senza averci capito alcunché, pensino di essere loro gli inadeguati, di non avere strumenti culturali a sufficienza per cogliere l’arte sublime, invece di dedurre, molto più correttamente, che se il messaggio non arriva, se la pellicola non coglie nel segno è perché è il film ad essere del tutto sconclusionato.

Si legge nella recensione di Gemma Adesso, pubblicata su di un periodico della Fondazione Apulia Film Commission, che è già stato consacrato dal web come film cult. E’ proprio quello che bisogna evitare, finché si è in tempo, per esorcizzare il rischio che nascano addirittura degli epigoni, che il ciarlatano riesca ad abbagliare giovani cineasti in erba, ancora privi delle necessarie autodifese. Rischio tutt’altro che improbabile stante la congerie di recensioni inneggianti al miracolo che frotte di recensori codini hanno dedicato al Maestro.

Sentite cosa è stata capace di inventarsi la precitata Gemma Adesso: “Davide Manuli è l’alieno del cinema italiano, i suoi film indagano con esattezza la claustrofobica permanenza di un Fuori invisibile che gli consente di fare a pezzi la storia, ramificare l’inconsistenza della trama lasciando emergere solo la goffaggine della presenza dell’io in un mondo che non si può abitare ma solo occupare con la pesantezza di un corpo fuori norma”. Si passa con indifferenza dall’idolatria al vaniloquio. Non preoccupatevi più di tanto se non ci avete capito un tubo. Si tratta di aria fritta.

L’unica sensazione claustrofobica suscitata dal film è quella che attanaglia lo spettatore dopo i primi dieci minuti di proiezione, vinta solo dal masochismo, innato nello spettatore professionista, di rimanere a vedere dove si vuole andare a parare. Il Fuori invisibile è il misterioso mondo da cui proviene il protagonista (che nell’originario “L’enigma di Kaspar Hauser” di Werner Herzog, capolavoro del 1974, premiato al Festival di Cannes dell’anno seguente col gran premio speciale della giuria, veniva ritrovato nella piazza di Norimberga mentre il nostro lo fa spuntare fuori dalla schiuma del mare di Sardegna, novella Venere androgina vestita di un’indecente tuta bianca). Se proprio dobbiamo definire una trama inconsistente, bene è proprio quella del film di Manuli, perché il film originale era tutt’altra cosa: una deliziosa parabola sull’innocenza e sul rifiuto del diverso.

La goffaggine è l’imbarazzante cifra stilistica che accomuna tutti gli attori. Goffo e impacciato nel ballare è l’alieno, che viene avviato dallo sceriffo ad un’improbabile carriera di DJ, come altrettanto privo del minimo garbo è il suo tutor, impersonato da Vincent Gallo, che appare in due parti: una di pusher, con tanto di moto, tuta integrale da biker e casco, e l’altra di sceriffo, con un’espressività – se possibile – addirittura inferiore all’altro personaggio, che gira tutte le scene col volto coperto dal casco. Per non dire di Fabrizio Gifuni nei panni di un prete con accento pugliese, che stride come un gesso sulla lavagna con l’americano volgare di Gallo ed il gramelot anglofono dell’alieno (che per tutto il film non riesce a biascicare altro che “my name is Kaspar Hauser”) che dagli spudorati recensori viene nobilitato al rango di “linguaggio essiccato” (ma che c….. vorrà dire mai?).

In un’intervista il regista sostiene di avere scelto una Sardegna insolita, rispetto a quella da cartolina, per conferire al film, girato in un bianco e nero piatto, quel senso di straniamento che tutta la storia vuol trasmettere. In realtà il villaggio abbandonato (di pescatori?) poteva trovarsi dovunque, mentre le scene girate sulle spiagge, con lo sfondo del mare, annullano ogni amenità cromatica grazie al b/n e, per non lasciare spazio nemmeno alla magia dei suoni che il mare sa trasmettere, coprendo tutto col rumore assordante della musica elettronica di Vitalic, vero protagonista del film, autore di una colonna sonora che definire ingombrante non rende che in minima parte l’idea.

Poi però leggi che tra gli sponsor figura la Ragione Sardegna, ed allora ogni discorso precedente va a farsi benedire. Eravamo disposti anche a perdonare l’idea dell’alieno sputato dalle acque, ma a questo punto no, perché la malignità insita nello spettatore di cinema professionista spinge a fare la seguente riflessione: se come sponsor si fosse proposta una fabbrica di trasformazione di rifiuti in compostaggio, da dove sarebbe sbucato il nostro eroe, dal letame? Si spiega così il riferimento del titolo al capolavoro demenziale della coppia Villaggio – Salce.

Concludo l’intervento con un ammonimento morale: diffidate dei recensori estasiati, degli Adoratori del Genio Assoluto e quando si parla di registi visionari (altri esempi? Nicolas Winding Refn e Terrence Malick tra tutti) mettete subito mano alla pistola (in senso metaforico, solo per parafrasare l’aforisma attribuito a Goebbels) perché ultimamente, venuti meno i veri visionari (vedi Altman, Fellini, Wenders e così via) quelli che non riescono proprio a farne a meno tendono ad abusare un po’ troppo dell’aggettivo, accoppiandolo a caso, a registi che di visionario hanno solo il desiderio di sfondare.

P.S.: sta partendo una campagna per far risvegliare dall’insana infatuazione Fabrizio Gifuni, particolarmente a rischio in quanto giunto al secondo film consecutivo girato con Manuli, avendo recitato anche nel precedente Beket. I nostalgici dei suoi personaggi epici come il partigiano Johnny o lo psichiatra Basaglia de La città dei matti oppure l’Aldo Moro del recente Romanzo di una strage, sono invitati ad aderire.