ott 24, 2013 | Post by: admin Commenti disabilitati

LA TERRA PROMESSA DEI TARANTOLATI PENTITI di Michele Colucci

Unza Unza Band “Terra – Arret” – 2013 CD autoprodotto

Il nuovo disco della Unza Unza Band, terzo della serie, si intitola con un palindromo dialettale che è una dichiarazione programmatica: infatti la pronuncia di Terra in dialetto dauno, letta all’incontrario suona Arret, che significa dietro, nel senso di passato. E proprio il passato è quello che la band folk dauna vuole lasciarsi alle spalle.

Innanzitutto il genere musicale: non più tarantelle e pizziche, che alla terza/quarta esecuzione consecutiva cominciano a venire a noia persino a chi le suona e divertono solo chi le balla, ma un folk etnico che sconfina nella word, cui ha contribuito il fondamentale apporto del nuovo batterista, un Mario Canfora dalle infinite collaborazioni ed esperienze, che aggiunto al nucleo storico costituito da Pierluigi Vannella (chitarra e voce) e Guido Paolo Longo (fisarmonica), ha finito per conferire al gruppo un suono diverso, più corposo e accattivante, affinato dal basso, cui si alternano Giancarlo Leggieri, Luciano Pannese e Nicola Scagliozzi e dai numerosi ospiti, di cui mi limiterò a citare le collaborazioni più significative.

Ma il salto di qualità compiuto dalla band non finisce qui. Continua nella scelta dei brani, quattro dei quali sono composizioni del cantastorie garganico Matteo Salvatore – tra cui Lu soprastante (storia di ordinario sfruttamento dei braccianti da parte dei caporali) e Tuppe tuppe (intenso racconto di una tentata violenza del datore di lavoro su di una minorenne in cerca di lavoro, interpretata alla voce da Katia Mucciarone, che termina tragicamente) – l’ennesimo omaggio al più grande compositore di stornelli che ruotano intorno alla civiltà contadina della metà del secolo scorso, che intende chiudere i conti con l’eredità del maestro.

Seguono due brani tradizionali, uno di Pietra e l’altro di Motta Montecorvino, entrambi con protagonista l’asino (‘U ciuccie), che nella società rurale dei nostri paesi non costituiva soltanto l’unico mezzo di locomozione del contadino, ma un insostituibile strumento di lavoro, da trattare con più affetto di un familiare, persino della stessa moglie, al punto da tremare al solo pensiero che un giorno o l’altro Lui potrebbe morire e lasciarlo solo (lo struggimento nella seconda canzone è efficacemente reso da un solo alla fisarmonica di Guido Paolo Longo).

Non mancano le composizioni originali: quella di Guido Paolo Longo, Vento dal sud, uno strumentale elegante dove predominano il clarinetto di Gianluigi Valente e il mandolino, suonato nell’occasione da Bernando Bisceglia dei Sud Folk, mentre Gianluigi Vannella fa la parte del leone, con tre brani che testimoniano tutto il suo eclettismo, spaziando da echi classici (Intro sulla quarta corda) al folk di Se nen te firme cchiù che termina con una godibile coda salsa, fino al choro brasiliano contaminato di Choro saraceno, che porta allo scoperto la sua passione per le musiche etniche carioca.

Chiude la raccolta Areve de vuleve, una ballata composta da Alessandro Apollo, altro talento locale non adeguatamente valorizzato, special guest che interpreta alla voce una tenera storia d’amore al tempo della raccolta delle olive.

L’album è un concept, come si usava negli anni settanta, ma senza un filo conduttore unico che accomuna i brani, piuttosto come un continuum, nel senso che mancano le pause tra una traccia e l’altra ed ogni brano finisce con un accordo di sospensione che si risolve nel brano successivo.

Altro punto di forza del lavoro è la meravigliosa grafica rètro, con un corposo libretto corredato dei testi originali con le traduzione a fronte, opera di Tomomot, al secolo Adolfo Botta, grafico foggiano trapiantato a Venezia, dove opera insieme a Sara Poli, vero e proprio valore aggiunto del disco che, essendo totalmente autoprodotto, è la dimostrazione tangibile di come sia possibile oggi confezionare prodotti culturali di alto livello anche al di fuori dei circuiti commerciali più usuali.

Con questo disco – assicura Vannella – abbiamo chiuso con il recupero della tradizione. Basta guardarsi indietro, insomma, per riprendere il palindromo del titolo. La Unza Unza Band guarda avanti, verso un futuro che passa per la canzone d’autore, che è la nuova Terra promessa, la rotta naturale verso cui veleggia sicura la prua del vascello dei nostri prodi.