ott 24, 2013 | Post by: admin Commenti disabilitati

IL COMUNISMO DURA TRE ANNI, COME L’AMORE? di Alfredo Padalino

Secondo Marc, il cinico viveur protagonista di un fortunato romanzo francese del 1997, l’amore durerebbe solo tre anni. Qualcuno obietterà che è perfino troppo.

Anche i governi a trazione socialcomunista liberamente eletti dal popolo hanno la stessa data di scadenza o anche meno. C’è forse un nesso misterioso tra relazioni affettive di coppia ed esecutivi di sinistra radicale?

Il modello è fornito dai Fronti popolari del 1936. Il Frente popular guidato da Manuel Azaña, cui si opporrà con un alzamiento militare il generale Franco e la Spagna più conservatrice e reazionaria, prevalendo infine nel ’39 sulle forze repubblicane dopo una feroce guerra civile, appunto dopo tre anni. Inoltre, il coevo Front populaire di Leon Blum in Francia con vita ancor più breve, sfiduciato dal Senato transalpino già nell’autunno del ‘38.

Il Secondo conflitto planetario rimette tutto in discussione.

Dopo l’Armistizio separato tra gli Angloamericani e l’Italia, l’avvio della Resistenza partigiana contro il nazifascismo, il nostro Paese ormai spaccato a metà tra la Repubblica mussoliniana di Salò e il Regno sabaudo del Sud, vede il rientro di Palmiro Togliatti da Mosca e la sua disponibilità, una volta liberata Roma, a far parte degli esecutivi Bonomi, Parri e De Gasperi, diretta espressione del C.L.N., dal quale, al termine del conflitto bellico, nasce dapprima la Consulta Nazionale e poi, dopo il referendum istituzionale, l’Assemblea Costituente. E così nel 1944 entra nella compagine ministeriale oltre a Pietro Nenni anche il carismatico Segretario del PCI, detto “il Migliore”. La loro permanenza al governo si protrae fino alla visita di Stato del leader democristiano negli USA compiuta nel maggio ’47, quando in cambio delle promesse da parte dell’Amministrazione Truman di ingenti aiuti finanziari alla ricostruzione del Paese, il nostro premier decide di dare il benservito agli alleati di governo fedeli a Stalin.

Fattori estranei alle dinamiche interne di una comunità condizionano pesantemente le scelte politiche della classe dirigente, rivelando la nuova logica di potere funzionale alla geopolitica dei due blocchi contrapposti.

L’esperienza collaborativa tra partiti ideologicamente antagonisti sulla scena internazionale, segnata dall’incipiente Guerra fredda, rappresentano la forma inaugurale di quel compromesso storico che Enrico Berlinguer riporterà in auge negli anni ’70 in seguito al golpe cileno di Pinochet, che pone termine all’esperimento governativo di sinistra, molto radicale, operato dal presidente Salvador Allende.

Santiago – Roma: il mondo è ormai così piccolo che il battito di una farfalla scatena uragani a distanze intercontinentali. Come mai?

La globalizzazione degli eventi politico-culturali è un fenomeno che precede quella squisitamente economica, già descritta da Karl Marx nel suo celeberrimo Manifesto del 1848, dove prende il nome di mondializzazione. Proprio nell’annus mirabilis della Primavera dei popoli, l’effetto domino che da Parigi incendia l’intera Europa, viaggia ancora a cavallo; pochissimo sviluppate infatti sono le neonate linee telegrafiche; quanto basta tuttavia a rendere esplosiva un’atmosfera sociale già compressa e surriscaldata da trentatré anni di Restaurazione. Laddove nel Settecento le notizie dei fatti inauditi che giungevano dalle colonie britanniche d’Oltreoceano influenzano con una certa lentezza le vicende interne degli ordini sociali di qua dall’Atlantico, impiegando un quindicennio per sedimentarsi nella coscienza collettiva e fecondare una nuova temperie che spazzerà via l’Ancien Régime.

Con Napoleone le idee rivoluzionarie trovano milioni di baionette e una mobilità geografica foriera di grandi cambiamenti. I moti carbonari sono quasi ovunque effimeri, ma si propagano abbastanza velocemente ponendosi come la prova generale dell’imprevedibile, profondo rivolgimento europeo che fa esclamare a tutti: “è successo un Quarantotto!”. Agiscono adesso sul teatro degli eventi storici anche le masse operaie, issando la bandiera rossa in sostituzione del tricolore. Da questa stagione di caos benefico, le great expectations dei miserabili escono tuttavia malconce, represse nel sangue in pochi mesi.

Non tre anni ma otto giorni, come negli accordi contrattuali.

E non dissimile è il destino della Commune di Parigi del 1871, affossata nel massacro di circa ventimila cittadini della Ville Lumière, tra cui molte centinaia di donne e bambini.

La via della palingenesi sociale diviene realtà, inaspettatamente, nella Russia zarista da poco divenuta una fragilissima repubblica di stampo occidentale. I successivi tentativi di creare altrove nuovi embrioni di Stati bolscevichi falliscono ovunque, almeno fino alla vittoria trionfale dell’URSS sulla Germania hitleriana. Qui la farfalla ricomincia a batter le ali e le tempeste sovietiche giungono a Praga e ancor più lontano in Cina, Vietnam, Corea, Cuba.

Sembra allora che solo una rigida tirannia popolare, disumana e totalitaria, possa inverare la profezia dei socialisti scientifici. E tuttavia la caparbietà di pochi e la coscienza di molti non demordono dal ricercare una flebile luce in questa impasse del tempo, escogitando la formula magica per conciliare l’inconciliabile, la sintesi degli opposti con tutti i necessari distinguo. È possibile una sinistra di governo senza compromettere le fondamenta dello Stato di diritto? Archiviati gli esperimenti politici prebellici, si tentano altre strade.

Nell’ultimo trentennio del Novecento l’ingresso dei socialcomunisti nella stanza dei bottoni si concretizza in Paesi con un PIL relativamente molto elevato: nell’America latina è il Cile a fare da laboratorio politico, in Europa invece è la Francia della Quinta Repubblica. Si ha, pertanto, tra il 1970 e il ’73 l’esperienza della Unidad Popular di Salvador Allende dall’esito tragico e, infine, gli esecutivi guidati da Mauroy tra il 1981 e l’84 durante il primo settennato di François Mitterand.

Se ormai sappiamo quasi tutto del malfunzionamento rovinoso dei regimi partoriti dalla Rivoluzione d’Ottobre, è ancora incerto il motivo del fallimento delle coalizioni liberamente elette dal popolo. Il fattore esterno qui è preponderante, ma non sempre, come nel caso della caduta dei secondi ministeri Blum e Mauroy. E tuttavia, vero è che in tutti gli altri casi, furono in effetti situazioni altamente drammatiche, lotte fratricide, golpe militari, pesante ingerenza straniera, ad agevolarne la prematura dipartita. Senza tali pressioni violente e concentriche, probabilmente all’indomani della luna di miele ci sarebbe stata l’alba di un lungo matrimonio. Congettura affascinante da relegare però all’ucronia, la storia alternativa fatta con i “se”. E solo in questo ambito di indagine fantasmagorica che amore e comunismo potranno dirsi due facce della stessa medaglia.