nov 09, 2013 | Post by: admin Commenti disabilitati

IL FOTOGRAFO DEL MALE: WILHELM BRASSE di Antonio Carbone

Da alcuni giorni in  Senato si sta discutendo se istituire una legge che rende reato il negazionismo, cioé si vuole regolare per legge e punire coloro che con diverse motivazioni negano il genocidio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale.

Personalmente io sono contrario per principio a regolare con le leggi qualsiasi espressione di pensiero, per quanto possa essere aberrante o stupida un’espressione della mente umana; l’importante è che tale opinione non configuri di per sè un’ipotesi di reato. Sopratutto su fatti storici documentati da tantissime fonti incontestabili.

Perso in queste riflessioni, mi è tornato alla mente che il 23 di ottobre scorso è trascorso un anno dalla morte di un fotografo: WILHELM BRASSE.

Chi era Brasse? Questo nome quasi sicuramente a tanti non dice niente, ma sono sicuro che tantissimi hanno visto le sue indimenticate e drammatiche foto.

Brasse Wilhelm era un polacco deportato nel 1941 dai nazisti nel campo di concentramento di Auschwitz col numero 3444, e dato che era un fotografo, gli attribuirono il compito di ritrarre per lo schedario nazista gli internati che  giungevano nel campo. Sia detto per inciso: i tedeschi sono sempre precisi, anche nel male.

A lui questo lavoro gli salvò la vita, e in una intervista del 2005, dopo anni in cui non ha voluto mai parlare, come molti dei sopravvisuti dell’olocausto, ha raccontato la sua incredibile storia.

Brasse ogni giorno in una stanza, su di uno sgabello, ritraeva i nuovi arrivati con foto segnaletiche da archivo: donne, uomini, vecchi e bambini. Li fotografava con una ritualità cinica e contabile, poi li schedava e da quell’archivio il famigerato dott. Mengele sceglieva le sua vittime, per esperimenti pazzeschi, tanto crudeli quanto inutili, che finivano inevitabilmente con la morte delle povere vittime.

Per cinque anni il fotografo vede passare davanti al suo obiettivo i volti di persone che poco dopo sarebbero state uccise. Immortala gli occhi di bambini terrorizzati, di anziani esterefatti, di donne umiliate e vilipese; insomma una quantità spaventosa – circa 50.000 scatti – di espessioni che chiedevano nelle loro forzate pose un aiuto che nessuno poteva dare loro

Come disse Bresse: “quelle persone una volta fotografate diventavano immediatamente inutili e uccise”.

Ebbe l’ordine dai nazisti nel gennaio del 1945 di distruggere quelle foto, ma Brasse fece solo finta di obbedire, e a rischio della vita  nascose tantissime foto in una baracca del campo dove furono trovate dai liberatori russi. Il “fotografo contabile” aveva intuito che quelle immagini potevano rappresentare e diventare una drammatica testimonianza di quella orribile vicenda che è stato l’olocausto.

Oggi quella terribile anagrafe di morte ci racconta di sguardi, di occhi, di espressioni di volti che, a distanza di tanti anni, sono ancora vivi e chiedono in silenzio a tutti noi: PERCHE?

Per chi volesse approfondire l’argomento è uscito un libro a cura di Luca Crippa e Maurizio Onnis dal titolo : La vita di Wilhelm Brasse, il fotografo di Auschwitz – Piemme edizioni; inoltre si trova una nutrita gallerie delle sue foto sulla rete.

Lo consiglio vivamente ai negazionisti.