dic 03, 2013 | Post by: admin Commenti disabilitati

STORIE DI CADAVERI di Enzo Verrengia

 

Il mese dei defunti è trascorso. Dunque, viene meno il rischio di urtare la pubblica suscettibilità se si sceglie di riflettere sulla sostanza materiale della morte, i cadaveri.

Anni fa emerse una vicenda che poteva fornire spunti ai sociologi della trasgressioni, sempre disponibili e solerti nel trovare spiegazioni all’abominio permanente dell’umanità.

All’Università di Heidelberg, in quella Germania che andrebbe scritta permanentemente sul libro nero della Storia, si compivano esperimenti automobilistici con i cadaveri. Venivano usati per testare gli airbag, la resistenza delle carrozzerie e tutte le insidie degli incidenti su strada.

La notizia fu diffusa dalla Bild Zeitung. Si tratta della testata di punta del gruppo di Axel Springer, editore tedesco che manipolava la co­scienza dei suoi connazionali quando Berlusconi portava an­cora i pantaloni corti. L’appello ai moti più elementari della coscienza, per questo tipo di stampa, non mira al coinvolgimento civile, ma solo a far aumentare le vendite in tempi di concorrenza spietata dei media elettronici, dapprima “soltanto la TV”, successivemente di Internet.

Heinrich Böll lo denunciò nel ro­manzo L’onore perduto di Katharina Blum, por­tato sullo schermo da Volker Schlondorff, in cui una donna innocente viene as­sociata al terrorismo dalla Bild con effetti devastanti sulla sua vita privata.

Il Dottor Orrore, Dimitrios Kallieris, sciorinò dati anatomici e statistici dinanzi alle teleca­mere con la stessa fred­dezza che si leggeva nei rapporti di Mengele da Auschwitz. «Volevamo sapere se i cadaveri, e quindi i corpi umani, reagivano come i manichini di solito usati in questi test d’urto o in altro modo».

Più an­cora, sconcertavano le enumerazioni del direttore dell’Istituto di Medicina Legale di Heidelberg, Rainer Mattern: le duecentoquaranta salme usate, di cui otto ap­partenenti a bambini. Quanto al consenso che sarebbe venuto da genitori e pa­renti, viene spontaneo ricorrere ai versi del Foscolo dai Sepolcri: «Non vive ei forse anche sotterra, quando / gli sarà muta l’armonia del giorno, / se può de­starla con soavi cure / nella mente dei suoi?»

E dire che un’avvisaglia la si intravedeva nella pubblicità della Volkswagen. Quei manichini snodati, senza volto e nome, avevano dei tratti singolarmente umani, frutto della grafica computerizzata e dell’animazione, ma anche di un oscuro legame con la verità segreta.

Riappare sinistra, in un simile quadro della professione medica, l’ombra del soldato biologico, come il nazismo definiva i suoi medici. Li si voleva votati non alla preservazione della vita, bensì al suo perfezionamento, nei termini scioccanti in cui il corpo umano diviene solo un meccanismo del quale saggiare i difetti. Già in questo covava l’orrore dei la­ger, come ha rilevato Robert Jay Lifton nel suo fondamentale volume I medici nazisti.

Purtroppo però, nel campionario di atrocità maturate negli anni a ridosso della seconda guerra mondiale, non hanno avuto altrettanta attenzione quelle dei giapponesi.

Solo gli scorsi anni si e tentato di sollevare il velo di segretezza steso sugli esperimenti condotti su cavie umane dalla famigerata Unità 731, guidata da Shiro Ishii. Laureatosi nel 1927 all’Università Imperiale di Kyoto con una tesi sui batteri gemelli gram positivi, il suo scopo dichiarato era sfruttare la conoscenza bio­logica per vantaggi mili­tari di tipo tattico e strate­gico.

Fin dal 1931, truppe imperiali occupavano la Manciuria. Fu là, a 24 chilo­metri dalla città setten­trionale di Harbin, a Pingfan, che nell’agosto 1936 venne istituita la famigerata Ishii butai, unità Ishii. Con la consuetudine bellica di confondere i nomi delle installazioni, fu conosciuta anche come Unità 731, unità Togo, unità Kamo, unità Manciuria 25202, Saikin Kenkyu sho (centro batteriologico spe­rimentale) e Boekikyusui Bu (dipartimento di igiene e purifi­cazione idrica).

Ai fini della guerra batteriologica si puntava ad acquisire dati sulle reazioni del corpo umano a vaccini e malattie indotte deliberatamente. E se il metabolismo dei caucasici, cioè gli occiden­tali, fosse stato differente? C’era materiale in abbon­danza fra i prigionieri di guerra angloamericani. Per loro l’inferno aveva il nome del campo di Mudken, sempre in Manciuria. I prelevati per trattamenti speciali non tor­narono mai indie­tro. Divennero ma­ruta, ciocchi di legno, inconsapevoli antesignani viventi degli ambigui mani­chini della Volkswagen.

Dopo la guerra, Ishii ottenne l’immunità, per sé e gli altri dell’Unità 731, in cambio di in­formazioni scientifiche agli alleati da sfruttare contro i russi. Durante la campagna di Corea, Mosca e Pechino sostennero che gli americani impie­gavano armi batteriologiche realizzate con il contributo determinante di Ishii.

Negli anni ‘50, la CIA varò un programma segretissimo di esperimenti con allucinogeni e psicofarmaci per il controllo della mente umana. Molti volontari finirono inspiegabilmente suicidi dai tetti dei grattacieli. Testimonianze incre­dibili riferirono di persone che prima di gettarsi gridavano di poter volare come Superman.

Lo scrittore John Marks scoprì che la cosa aveva anche un nome in codice, MK Ultra, e che era stata soppressa nel 1963, l’anno dell’assassinio di Kennedy. E se una delle cavie umane fosse stato Oswald?

In tempi più recenti si è scoperto che nella stessa Germania, immigrati tur­chi si sottoponevano volontariamente all’assunzione di nuovi farmaci. Le case produttrici non facevano pubblicità a questa pratica confinante col cinismo. Perché non era in gioco solo l’efficacia delle sostanze sperimentate, quanto l’incidenza degli effetti collaterali, determinanti nella successiva commercializ­zazione.

Il tutto, retaggio di un problema mai risolto dalla scienza e dalla tecnologia, neppure agli albori della tanto decantata simulazione globale e della realtà virtuale. Come acquisire dati sui meccanismi complessi del corpo umano? È possibile evitare che la ricerca sconfini nella negromanzia?

La letteratura ha rivangato in questo tenebroso dilemma con risultati talvolta indimenticabili.

«…Veniva tirato giù dal letto nelle ore buie prima di un’alba invernale dai sozzi e disperati trafficanti che rifornivano il tavolo operatorio. Apriva la porta a questa gente, da allora famigerata in tutto il Paese. Li aiutava a deposi­tare il loro tragico carico, pagava il sordido prezzo, e rimaneva da solo, alla loro partenza, con i poveri resti umani». È una macabra descrizione di come Fettes, studente in medicina, provvede ad approvvigionare di materiale per studi anatomici il suo amato docente, dottor K, all’Università di Edimburgo verso la metà dell’Ottocento, in piena Età Vittoriana.

Chi non conosce il magi­strale racconto di Robert Louis Stevenson Ladri di cadaveri? Era ispirato a una vicenda realmente accaduta. Burke e Hare, due loschi compari, dissotter­ravano salme nei cimiteri per rifornire dottori che non avevano altro sistema per studiare il corpo umano e, paradossalmente, rendere utili servigi al pro­gresso. Finché la richiesta fu talmente elevata che la malefica coppia ebbe l’idea di aumentare la disponibilità di materiale rendendo anzitempo cadaveri individui vivi e vegeti. Burke e Hare divennero assassini e furono perseguiti ed impiccati. Boris Karloff incarnò lo spirito tenebroso dell’intero affare nella sua indimenticabile interpretazione de La iena, il film che ne fu tratto.

Ancora cadaveri – e di bambini­ – per la scienza in Jack Barron e l’eternità, noto romanzo di fantascienza di Norman Spinrad. Variazione sul tema del so­gno dell’eterna giovinezza, la trama ipotizza che lo si possa realizzare, a patto di estrarre una sostanza rarissima dalla ghiandola di piccoli corpi.

Un po’ più avanti negli anni, ma pur sempre giovani, le vittime di un ana­logo progetto anti-vecchiaia in L’enzima Matusalemme, fugace best-seller in libreria nei primi anni ‘70 firmato da Fred Mustard Stewart. Qui si vede una clinica per straricchi, dove tardone e satiri attempati si trascinano dietro gio­vani rampolli e rampolle, cui verrà estratto a loro insaputa un enzima che, mentre allungherà e di molto la vita a coloro che lo riceveranno, condannerà i donatori involontari alla fulminea senescenza.

Coma profondo è il capolavoro di Robin Cook, maestro del thriller scienti­fico, trasposto in un film da quell’altro geniale figuro che è Michael Crichton. In un ospedale di S. Francisco si procurano cadaveri per una multinazionale segreta che funziona da banca per il trapianto degli organi. Spunto agghiac­ciante che ha ripreso in termini diversi il giovane scrittore barese nel suo re­centissimo romanzo Fermo posta. Due opere che condividono la sinistra filo­sofia di Burke e Hare: se i cadaveri scarseggiano, basta rendere tali i vivi.

Il che fa sorgere il terrore dello zombie, del cadavere che torna a vendicarsi dei maltrattamenti. C’è un mondo dove troppo spesso le frontiere della biolo­gia cozzano con quelle della pietas. George Alan Romero l’aveva prefigurato nel suo Zombie, del 1978. Nelle prime frenetiche sequenza di una Filadelfia invasa da salme ambulanti stoppate a colpi di fucile dalle squadre speciali della polizia, un prete portoricano ammonisce: «Quando non c’è più posto all’inferno, i morti camminano sulla terra».