dic 15, 2013 | Post by: admin Commenti disabilitati

IL COMPLEANNO DI ARMANDINO di Alfredo Padalino

 

Durante il Ventennio fascista, il 21 Aprile era celebrato come una festa nazionale, strumentalizzando così il mito di Roma antica e della sua leggendaria fondazione, per cancellare dalla memoria degli italiani quelle ritualità civili, fortemente invise ai nazionalisti antidemocratici, come il Primo Maggio, ad esempio, abolito per legge nel 1924, ma sempre vivo nei cuori dei lavoratori, non solo di ispirazione socialista.

Nonostante fosse il giorno del suo compleanno, al piccolo Armando non piacque quella scelta di elevare a kermesse di regime, l’evento biografico per eccellenza della sua giovane esistenza, l’anniversario del proprio natale da godersi, semmai, solo con parenti stretti e amici intimi, un momento di orgoglio personale da condividere con pochi esseri speciali e fidati, ma trasformato indebitamente in una pomposa ricorrenza pubblica, alla quale, tra l’altro, non era neanche invitato. Una volta pensò addirittura che il Duce l’avesse fatto solo per dispetto, invidioso di non essere nato in una data altrettanto memorabile. E già – proseguiva – l’Uomo della Provvidenza, nella sua vanagloria, non tollerava che altri potessero beneficiare di egual fama, sebbene limitata a quelle ventiquattr’ore del mese pasquale. E poi, da appassionato di storia qual era, gli sembrava davvero riduttivo assimilare il genetliaco della Città eterna, foriera di una grande civiltà unica nel suo genere, a quella pagliacciata di adulti mascherati da bambini che giocano alla guerra. Infatti, la voce tonante udita alla radio e le immagini magniloquenti del cinematografo non lo affascinavano, anzi, lo rendevano ogni volta più irrequieto, anche per via di quel suo caratteraccio che mal sopportava le briglie troppo corte, già sperimentate ogni giorno tra le anguste mura domestiche.

Il conflitto bellico al fianco della Germania nazista era diventato ormai planetario, e il disastro politico-militare del nostro Paese si profilava tragicamente nitido all’orizzonte. Ecco la conferma che il nuovo impero, risorto sui Colli fatali, non era che una pallida icona del principato augusteo, una sua effimera parodia recitata pessimamente da una compagnia di guitti improvvisati. E lo stesso capocomico, dalla mascella volitiva e sciupafemmine, appariva adesso nudo alla meta, come la quintessenza di tutto ciò che Armandino odiava, l’incarnazione politica dell’autorità paterna. Ovunque incontrasse davanti a sé insormontabili muraglia di proibizioni, quel preadolescente sanguigno incolpava il Cavalier Benito Mussolini e il terzo Vittorio Emanuele di Savoia, additandoli come traditori dello spirito risorgimentale che aveva piuttosto insegnato agli abitanti della penisola – grazie anche alle commoventi pagine del De Amicis – ad essere e sentirsi popolo libero e sovrano, rispettoso delle altrui patrie europee.

Ci sono piccoli grandi gesti di ribellione che non assurgono neppure agli onori della cronaca, spesso velleitari, senza conseguenze fattive, inutili o perfino controproducenti, eppure tanto significativi quanto mille dichiarazioni di guerra. Nella magnifica scena finale del film “Una vita difficile” di Dino Risi, il protagonista è un impareggiabile Alberto Sordi – comunista vinto ma non rassegnato -, il quale sferra un micidiale schiaffone al magnate arrogante e insolente, scaraventandolo platealmente in piscina, davanti a un alto prelato sbigottito; nella celeberrima canzone di Francesco Guccini, il macchinista anarchico s’impadronisce di una locomotiva, per lanciarla vendicativamente contro un treno passeggeri carico – ai suoi occhi – solo di ricchi signori, la meglio borghesia del reame umbertino.

Quando compie tredici anni, Armando è lontano da casa, non in vacanza premio, ma perché rinchiuso punitivamente in un severo istituto scolastico di Roma. Qualche mese prima, dopo l’ennesima goliardata antifascista, viene convocato e redarguito pesantemente dal Preside, cui molla, inopinatamente, un cazzotto in pieno volto, segno quasi premonitore/rivelatore della catastrofe nazionale imminente; siamo infatti nell’annus horribilis della storia d’Italia, quell’infausto 1943 che vede morire e rinascere la Patria. Anche il balilla, nel suo piccolo, s’incazza, portando un microattacco al cuore dello Stato monarchico-fascista, aggredendone il simbolo istituzionale a lui più vicino e, letteralmente, a portata di mano ben serrata in un vigoroso pugno.

Espulso da tutte le scuole del Regno, le facoltose risorse dei genitori permettono di spedirlo, in fretta e furia, in un prestigioso quanto duro collegio cattolico della capitale, l’Istituto di Santa Maria, a due passi da via Tasso, dove ha sede la Fiat capitolina, bombardata dagli Alleati pochi giorni prima del 25 luglio, e dove, subito dopo l’Armistizio, alloggerà la Gestapo, la famigerata polizia segreta tedesca, agli ordini del maggiore Herbert Kappler e del suo subordinato, il capitano Erich Piebke, esecutore materiale dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Senza volerlo, il ragazzino di provincia si ritrova all’improvviso nell’epicentro degli eventi mondiali: di là passa la Grande Storia.

Con qualche anno in più, sarebbe fuggito in montagna per unirsi ai partigiani; alla sua età non poteva far altro che fantasticare di avventurose imprese da garibaldino, magari col ritratto di Mazzini nella tasca e quello della madre sul cuore, non dimenticando – ovviamente – di pregare sempre Iddio, che si è incarnato nella persona di Gesù Cristo, per morire dalla parte degli oppressi.

Cosa può saperne, infatti, un alunno scapestrato di terza media, delle ingarbugliate vicende storiche che portarono l’Italia a unirsi in Stato nazionale; come poteva coglierne, proprio lui gongolante in quell’età acerba, le svariate implicazioni ideologiche che dividevano sul campo, cattolici, liberali e democratici. Tutto si mescolava in modo così stimolante e creativo in quegli irripetibili mesi romani, dove era sballottato con entusiasmo da un’esperienza all’altra, nella cronaca di guerra assurta a mitologia del Novecento. A bordo di un’elegante papamobile, l’aristocratico Pio XII si precipita dal Vaticano nel quartiere popolare di San Lorenzo, appena distrutto dalle bombe americane, e spalanca le braccia al Cielo in segno di pietà e misericordia: dal lontano 1870 mai nessun pontefice aveva osato lasciare le Mura leonine per incontrare il popolo della capitale. Nella mente di Armandino, brulicante di suggestioni romanzesche, quel gesto così ieratico merita più rispetto e considerazione dell’infausta scelta della corte sabauda di fuggire, invece, nottetempo dal Quirinale, senza impartire ordini precisi alle Forze Armate, a quei soldati di terra, di mare e dell’aria, condannati pertanto a sbandare nel giro di poche ore, finendo così in ben ottocentomila nei campi di concentramento tedeschi, dove subiranno un trattamento feroce, perché considerati non “prigionieri di guerra” ma, peggio, alla stregua di “internati”, traditori dell’Asse.

Teatro di guerre mondiali e civili, l’Italia conoscerà i giorni felici della Liberazione, il 21 Aprile ritornerà mera celebrazione comunale dell’Urbe e festa di compleanno di un adolescente del Sud come tanti. La monarchia sarà congedata dal suo popolo senza l’uso della violenza, con un referendum al quale parteciperanno, per la prima volta, anche le donne. Gli italiani avvieranno così quel processo di emancipazione politica che li muterà da sudditi in cittadini sovrani del proprio destino, senza più dittatori né re-imperatori, avverando dopo oltre un secolo il sogno del vecchio cospiratore genovese, morto in clandestinità a Pisa sotto le mentite spoglie di Mister Brown.

E il giovane Armando, cresciuto dentro la cappa mefitica del totalitarismo, saprà dare finalmente un nome alla sua voglia incontenibile di libertà, festeggiandola da allora in poi ogni 2 Giugno: Repubblica!