dic 28, 2013 | Post by: admin Commenti disabilitati

ZIBALDINO POLITICO DI FINE ANNO di Alfredo Padalino

 

Con il popolo greco, noi italiani condividiamo un triste primato europeo: la povertà, ormai giunta a preoccupanti livelli di guardia. È l’epoca tragica dell’asse involontario Roma-Atene: il crepuscolo della classicità.

Nel 1966 gli angeli di Firenze, provenienti da tutto il mondo, salvarono le testimonianze artistiche della civiltà rinascimentale. Chi verrà, oggi, in soccorso dei nostri Paesi i cui antenati, inventando filosofia e diritto, indicarono poi all’Occidente il percorso da seguire per millenni? Occorrerebbe una sorta di 112 planetario o, quantomeno, strasburghese, un numero unico per le emergenze degli Stati in bolletta! Per attivarlo, però, non bisogna recedere dalla famigerata moneta unica, bensì, rispolverando il Manifesto di Ventotene, rivitalizzare con forza popolare il sogno federalista di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. Altrimenti perché non rigettare allora perfino il titanico progetto risorgimentale a vantaggio di una Penisola frazionata in tre o quattro staterelli insignificanti. Contro l’Europa unita riaffiorano gli impulsi peggiori, premoderni, di chi vuole rinchiudersi in un feudalesimo dal volto tecnologicamente futuribile, ben rappresentati nell’ultimo quarto di secolo dalla Lega Nord, pilastro del nuovo potere lombardocentrico nel passaggio cruciale da Craxi a Berlusconi.

Hegel non aveva tutti i torti a credere negli individui cosmico-storici di cui si servirebbe astutamente la Ragione universale, per conseguire i suoi fini, di norma reconditi e oscuri alla maggioranza dei cittadini. A un livello geopoliticamente più circoscritto agiscono anche individui nazional-epocali come il Signor B., che recupera in un mese e mezzo lo scarto consistente con Bersani e tocca addirittura il 30% dei consensi elettorali. Senza di lui il centrodestra italiano imploderebbe all’istante. Ma non è questo il punto, almeno per un hegeliano ortodosso, il quale si domanda piuttosto, guardando esterrefatto i risultati del voto e le vicende degli ultimi mesi: qual è il messaggio celato nelle urne e nei sondaggi che ci invia sibillino lo Spirito del Tempo, attraverso l’exploit del Cavaliere e del suo fascino indiscreto e profondamente borghese? Che vuol dirci, insomma, l’Assoluto tra le pieghe delle schede e delle interviste demoscopiche? Che noi italiani siamo ancora immaturi per una democrazia compiuta o, forse, che i competitori in lizza per il futuro governo del Paese devono studiare da magliari/piazzisti/imbonitori mediatici come sta facendo, ormai, brillantemente il sindaco Matteo Renzi? Siamo un popolo di istrioni allo sbaraglio? Ai posteri l’ardua sentenza di critica teatrale o di cronaca giudiziaria.

Eppure indizi non mancano a corroborare la tesi di uno Stivale come giardino d’infanzia politica del Vecchio Continente. Le democrazie avanzate hanno una prassi costituzionale che, al di qua delle Alpi, si volatilizza in una bolla onirica, planando come utopia alata su boschi di pugni chiusi o di braccia tese, senza mezze misure.

La Repubblica platonica vive solo nei nostri discorsi, nella testa di chi ne parla. Preda di un’allucinazione collettiva: immaginiamo un’Italia che non c’è e mai ci sarà. Se Renzi, Cuperlo e Civati, con Alfano alla loro destra, fossero gli unici candidati alla guida del Paese, ci sarebbe un motivo sufficiente per non disertare i seggi. Ma visto che i primi tre sono i contendenti alla segreteria del PD, e l’ultimo una costoletta avariata del Cavaliere, stavolta parrebbe meglio astenersi, lasciando fare agli indomiti sognatori di sinistra, i quali nella realtà delle cose, hanno già riposto comunque la propria fiducia, quasi disperata, nel giovane fiorentino d’assalto. Insomma, il gioco virtuale dell’antico filosofo lascia il posto alla banalità dei salotti televisivi e al nuovo libro di Bruno Vespa presentato dall’inedita coppia Angelino e Matteo. Tutto questo mentre all’orizzonte va stagliandosi la girandola di tornate elettorali, e gli scettici redivivi propongono di fare epoché, sospendendo il giudizio, per vedere in un cantuccio l’effetto che fa.

E tuttavia, bene ha fatto Prodi a votare alle primarie; infatti, malgrado il devastante voltafaccia alle presidenziali dei 101 innominati, il PD è pur sempre una sua creatura e i “figli so’ figli”, come dice Filumena Marturano. Ma non sbagliano neppure coloro che non vi hanno partecipato in qualità di semplici elettori di centrosinistra, non sentendosi più consanguinei partitici di nessuno.

Che fare, dunque, nel frattempo? Purtroppo, soltanto restare in ascolto, aspettando di sapere nomi e programmi dei futuri candidati alla prossima legislatura; in fondo, recarsi alle urne è ancora un dovere civico, nonostante i dubbi generalizzati sulle capacità dei nostri parlamentari – attuali e potenziali – di risollevare le sorti dell’Italia. Sarebbe una vera benedizione per l’intera comunità nazionale ricevere una clamorosa smentita su questo punto, tanto da poter scrivere fra qualche tempo: come eravamo conciati male e depressi in quegli anni lontani!

E però, in caso contrario, prima o poi bisognerà suggerire un’opzione inaudita e, per certi versi, pericolosa: lo sciopero elettorale di massa, la disobbedienza civile applicata alla rappresentanza politica, il gran rifiuto, un’arma a doppio taglio, foriera di risvolti incogniti e quasi mai costruttivi. Anche la speranza, infatti, vacilla dopo i disastri plurimi della nostra classe dirigente e, tuttavia, concediamo per inerzia, un’occasione ulteriore alla Casta ormai screditata, per allontanare l’amaro calice del nichilismo dalla mente del cittadino qualunque.

Ma fino a quando, Cicerone, sopporteremo tutto questo? Oggi Catilina capeggia un movimento pentastellato; fra un paio d’anni un piccolo Cesare, magari ottantenne, guiderà una fiumana di scontenti pronti alla rivolta fiscale, preludio della bancarotta repubblicana. La corda non si spezza, piuttosto si attorciglia al collo della Patria, soffocandone il respiro democratico.

E la sinistra dov’è, chi l’ha vista? Semplificando ad usum delphini, la bandiera rossa s’identifica nel corso del Novecento, dapprima con il socialismo di ascendenza marxista, e nel secondo dopoguerra, soprattutto con il partito nuovo di Togliatti. Accettando le regole del gioco costituente, a lungo andare, gli uomini di Botteghe Oscure finiscono per spartirsi la gestione del potere, centrale e periferico, con il cetaceo bianco di Piazza del Gesù, sotto forma di un corporativismo escludente, incentrato sulle decisioni adottate nelle segreterie romane. Senza mai accedere alla stanza dei bottoni e proprio alla vigilia dell’implosione sovietica, gli orfani di Berlinguer hanno imparato diligentemente ogni utile cavillo del parlamentarismo e dell’amministrazione negli Enti locali. Un altro biennio e con Tangentopoli sembra ormai fatta, per spiccare finalmente il grande balzo verso la conquista del consenso trasversale. E invece, perso l’antico blasone, i Progressisti conservano il vizio chiamato iella.

Statisticamente, da quando esiste il bipolarismo, gli italiani non hanno mai avallato l’investitura a premier di un leader appartenente alla grande tradizione laica, socialdemocratica o comunista. Da Occhetto a Rutelli fino a Veltroni nessuno ha mai varcato, infatti, Palazzo Chigi da vincitore di una scalata elettorale. I casi di D’Alema e Amato esulano da quanto detto, perché nominati dal Quirinale senza passare dal responso delle urne.

Pertanto, i soli in grado di convincere i votanti del Bel Paese sono gli eredi della cultura politica di matrice democristiana: Prodi ieri, domani, forse, Renzi. Qualcosa vorrà pur dire, Herr Professor!

Lo spirito del nostro popolo gira a vuoto in cerchi concentrici, ma non a spirale verso l’alto, piuttosto appiattendosi sull’anima cattolica, l’unica a sopravvivere alla catastrofe antropologica dell’homo italicus. Come può soccombere, infatti, chi ha sopportato secoli di persecuzioni da parte del più formidabile impero mediterraneo dell’Antichità. Un intero universo-mondo declinava e il cristianesimo di Gregorio Magno ne raccoglieva le spoglie illustri, uscendo dalle catacombe per ascendere sul trono di Augusto; ma soprattutto, penetrando invisibile nel genoma di ciascun abitante peninsulare, anche dello scrivente oblomoviano qui alle prese con un lettore errante.

Buone feste e felice anno nuovo.