feb 06, 2014 | Post by: admin Commenti disabilitati

I TRE DI WEST MEMPHIS: QUANDO LA REALTÀ SUPERA L’ASSURDO di Anna Rita Martire

Il buio dietro di me” di Damien Echols – Einaudi Stile Libero big

Che gli Stati Uniti siano il luogo delle contraddizioni insanabili non è un mistero per nessuno. Presunti esportatori di democrazia, s’illudono di essere i detentori assoluti della Civiltà, mentre ogni giorno si rendono responsabili di crimini orrendi.

Pare che per questo popolo l’epopea del Far West non sia mai terminata, tanto che avere un’arma in casa è come possedere un pesciolino rosso.

Salvo poi non risparmiarci scenate da teatro greco, di fronte all’ennesima strage dello psicopatico adolescente di turno, detentore di un arsenale bellico nella sua cameretta.

Vabbè. Non c’è da meravigliarsi.

Eppure io mi sono meravigliata, eccome, mentre leggevo “Il buio dietro di me” di Damien Echols, meglio conosciuto, insieme a Jason Baldwin e Jessie Miskelley, come uno de “I Tre di West Memphis”: tre adolescenti dell’Arkansas condannati nel 1994 per l’efferato omicidio di tre bambini di otto anni.

Mentre Jason e Jessie (affetto da ritardo mentale), minorenni all’epoca dei fatti, furono condannati all’ergastolo, Damien fu considerato la mente del gruppo e, come tale, condannato alla pena capitale.

Erano innocenti, tutti e tre, non avevano avuto neanche lontanamente a che fare con quel delitto: tuttavia sono rimasti in carcere per 18 anni e 78 giorni.

Damien, in particolare, ha subito durante la detenzione nel braccio della morte torture terribili, fisiche e psicologiche, vessazioni continue da parte dei secondini, in un sistema carcerario progettato per annullare sistematicamente la personalità, il carattere e la dignità dei detenuti.

Si possono fare molte scoperte, leggendo le scioccanti pagine del lungo memoir di Echols; con una prosa asciutta e lineare, egli racconta dettagli di vita vissuta inimmaginabili per una mente civilizzata e umana.

Prima fra tutte, che nello stato dell’Arkansas il direttore dei penitenziari può decidere in che modo mandare a morte un condannato: lapidazione, strangolamento, inedia. È a sua totale discrezione.

Nel braccio della morte la sveglia suona alle 02.30 del mattino, perché a quell’ora c’è la colazione; per 18 anni Damien non ha mangiato frutta, perché non prevista dal regolamento. Non esiste “l’ora d’aria”, ma tutto si svolge all’interno di sudice, minuscole stanzette invase dai topi, dalle zanzare o dai grilli, a seconda delle stagioni; per 18 anni Damien non ha visto il sole, ma è vissuto alla luce artificiale dei neon, ogni giorno e ogni notte; ha visto regolarmente giustiziare persone mentalmente disabili.

Ha subito sistematiche “pulizie” della sua cella, durante le quali i suoi aguzzini distruggevano le poche cose che possedeva: qualche libro, una fotografia, delle lettere. E’ stato gettato innumerevoli volte nel “buco”, una cella di punizione dove per trenta giorni, dopo violenti pestaggi di gruppo, doveva sopravvivere con un misero pasto quotidiano, al buio totale, senza servizi igienici, se si esclude un foro nel pavimento per i bisogni fisiologici. E mi fermo qui.

Tutto questo al giorno d’oggi, nella “civile“ America; ma a sentire la sua storia giudiziaria, c’è da restare ancora più increduli.

Damien, Jason e Jessie sono stati vittime di un processo-lampo, nel quale la giuria è stata manipolata con prove palesemente false, estorte da parte di poliziotti corrotti a concittadini dei tre ragazzi in gravi difficoltà finanziarie, che vendettero le loro false dichiarazioni per pochi dollari. Tutto in un clima da caccia alle streghe ed in una cittadina conservatrice e bigotta qual’è West Memphis, solo perché Damien vestiva sempre di nero, leggeva i libri di Stephen King e ascoltava musica heavy-metal: quindi per tutti era un satanista. Punto.

Damien, Jason e Jessie, e questa invece è la pura verità, erano tre poveracci, con un’infanzia difficilissima alle spalle e le famiglie allo sfascio, così indigenti da vivere in un campo roulotte; pertanto nessuno avrebbe reclamato per il loro annientamento. Servivano dei capri espiatori, dal momento che i poliziotti ai quali fu affidato il caso erano implicati in traffici di droga, e volevano trovare una facile soluzione, così da allontanare l’attenzione dai propri crimini.

Presto sulla loro vicenda si mobilita l’opinione pubblica, una donna di nome Lorri Davis comincia a corrispondere con Damien, si appassiona alla sua difesa, e dopo qualche anno i due si sposeranno in carcere con una cerimonia buddhista.

Grazie a Lorri, un gruppo di artisti si lega a Damien, fornendo sostegno morale e materiale alle indagini; tra i molti, spiccano l’attore Johnny Depp, i musicisti Marilyn Manson e Eddie Vedder dei Pearl Jam, il regista Peter Jackson e sua moglie Fran, i quali si sono accollati spese di milioni di dollari per cercare prove e arrivare alla scarcerazione dei tre innocenti.

Ciò che colpisce è che Damien, nonostante sia stato letteralmente stritolato in un sistema di ingiustizia insostenibile per chiunque, attraverso lo studio e i libri sia non solo riuscito a sopravvivere, ma addirittura a diventare un uomo migliore.

Nei lunghi anni di detenzione ha studiato con passione la filosofia orientale e, grazie alla pratica dello yoga e dello zen, ha trovato la sua personale strada non solo per sopravvivere, ma addirittura per crescere.

Fa impressione leggere le sue parole, dove non c’è traccia di odio o di vittimismo, e neanche del minimo sapore di eroismo o martirio.

È un uomo: tanto basta, per lui.

Paradossalmente libero, anche tra quelle luride mura infami. Perché è stato capace di conservare una parte, dentro di sé, dove niente e nessuno poteva arrivare.

I Tre sono stati scarcerati nel 2011, costretti a dichiararsi “colpevoli pur essendo innocenti” in base ad un cavillo legale detto “accordo Alford”, escogitato per evitare che, una volta liberi e scagionati, potessero intentare una causa contro lo Stato.

Ora cercano di tornare alla vita, anche se le loro esistenze saranno segnate per sempre dal violento e assurdo saccheggio operato ai loro danni da parte di uno Stato-assassino, brutale più dei delitti che condanna.

In Italia uscirà nel prossimo aprile il film sulla storia dei Tre, intitolato “Fino a prova contraria – Devil’s knot”.

Damien ha tratto la sua forza dall’antica sapienza dell’Oriente, arrivando a farsi tatuare sul braccio l’esagramma numero 9 dell’I-Ching: Sciao Tc’iù, ossia la potenza delle piccole cose, delle ore vuote, apparentemente tranquille, che tramano inquietudini per coinvolgerci in una ragnatela insidiosa.

Ore che devono avere la nostra costante attenzione, affinché la nostra routine mentale non diventi la nostra schiavitù.

Quanto duro lavoro, sui pensieri e le loro gabbie, deve aver sudato Damien nelle interminabili ore della sua carcerazione, noi possiamo solo provare a immaginarlo.