feb 06, 2014 | Post by: admin Commenti disabilitati

FAMOLO JAZZ! Viaggio multimediale dal cinema al jazz di Massimo Carafa

 

Quando la Redazione di Oblomovpress mi ha chiesto se ero disponibile a scrivere qualcosa sul jazz, ho risposto ni: era troppo generica la richiesta. Come ho detto loro, essendo uno che ha scarsa pratica con la scrittura diversa da quella musicale, ho chiesto un incontro per capire se ciò di cui avevano bisogno era compatibile con le mie attitudini e capacità. Venerdì pomeriggio mi telefona Michele: “ti va bene se ci vediamo con la redazione tra mezz’ora?” “O.k.”. Qualche minuto dopo mi spunta in testa la frase del titolo, mutuata dalla più famosa frase di Carlo Verdone nel suo film del 1995 con Claudia Gerini “Viaggi di nozze” in cui i protagonisti, Ivano e Jessica, due fidanzati alquanto kitsch, vanno alla spasmodica ricerca dei modi più strani di accoppiarsi.

Perché quella frase? Perché sintetizza perfettamente un’idea, che è frutto di un percorso passato presente e futuro, così come all’origine Verdone, da quel genio che è, la utilizza come spietata descrizione della volgarità, la sintesi perfetta di una umanità, che per una sorta di inconsapevole pudore se ne stava fino a quel momento lì, discreta, nel suo spazio, quasi conscia dei suoi limiti ma senza sentirsi, giustamente, menomata o in colpa: insomma “lasciava a Cesare quel che è di Cesare”.

Poi è successo che qualcuno, e non so dirvi con quanta onestà o lungimirante furbizia, a voi la libera scelta, ha iniziato a darle spazi che fino a quel momento erano riservati a specifiche competenze, di qualsiasi ambito. E così un po’ alla volta quell’umanità ha iniziato a cercare,  trovare e prendersi, anche e soprattutto da sé, palcoscenici mediatici che si sono poi trasferiti anche fuori, nella realtà del quotidiano e non solo: la volgarità, nel senso peggiore e assolutamente trasversale del termine, si è fatta “Verbo”.

Cosa c’entra tutto questo col jazz? Beh! Provate a fare un copia-incolla di tutto quello che ho detto fin qui e vedrete. C’entra, eccome se c’entra! direbbe il vecchio e caro buon Totò.

Famolo jazz” è metafora del “famolo strano” verdoniano, a sua volta metafora andata oltre i suoi stessi limiti, quelli che erano nella visione mentale dello stesso autore (la volgarità si è infatti insinuata e continua ad insinuarsi in ogni pertugio ed è lì anche, e soprattutto, quando non la vedi). Peccato solo che a Verdone non piaccia il jazz, almeno credo, anche se adora Jimi Hendrix così come lo adoro io, ed Hendrix ha comunque a che fare col jazz, sia pure in modo trasversale.

Questo genere musicale, che viene identificato con l’improvvisazione, nasce all’incirca un secolo fa. In seguito poi, intorno agli anni ‘40, l’improvvisazione è stata associata al termine jazz, trasformandosi in un tutt’uno. La sua nascita è in assoluto, nel ‘900, l’evento più grande e rivoluzionario nella storia della musica mondiale: ha determinato e influenzato le forme musicali più impensabili, dalla classica al pop, fino al rock e quant’altro.

E giusto a chiusura del cerchio, va detto che in realtà anche la musica classica non ne è rimasta immune: si tratta in qualche modo di una restituzione. Infatti il jazz nasce dall’incontro della musica africana, con la scala di 5 note, e la musica europea, con la scala di 7 note, incrociatesi in un luogo terzo, e cioè il giovane territorio americano: una vera esplosione di energia creativa.

Ed è sempre grazie al jazz che ad un certo punto si torna a parlare di improvvisazione nella musica classica: ebbene sì, Bach, Mozart, Chopin ecc. sono stati dei grandi improvvisatori.

Quella dell’improvvisazione è stata una pratica diffusa fino a tutto l’ottocento; dopo, un po’ alla volta, la figura del musicista tout court è stata sostituita dall’interprete, che gradualmente si è sempre più concentrato sul repertorio dei grandi compositori.

Inoltre Accademie e Conservatori musicali, che in tutta Europa si contavano sulle dita, e che erano il fulcro dell’attività dei più grandi musicisti di tutte le epoche, iniziano a proliferare, portando quasi all’atrofia la creatività. E’ l’inizio dell’Accademismo, e a tal proposito Arnold Schoenberg, padre della Dodecafonia, nel suo “Manuale di Armonia” sostiene che ”…nessun’arte è stata tanto ostacolata nel suo sviluppo dai suoi insegnanti quanto la musica, perché non esiste custode più geloso dei suoi averi di chi sa che essi, in fondo, non gli appartengono…”.

Lo stesso può accadere, o sta accadendo, alla musica jazz, e giù peggio ancora, visto che il termine jazz è continuamente scippato al suo sinonimo più naturale, che è appunto la musica improvvisata, per essere usato nei modi più inverosimili e disparati possibili: dal nome di una caffetteria, a quello di un profumo, a un’automobile; o magari di un conto in banca.

Più dell’Accademismo, dietro l’angolo si nasconde il Famolo Strano della musica, ma anche dell’arte e ancor di più della vita. Secondo voi, se Verdone rifacesse ora il suo film, come scriverebbe la sua battuta?

E’ ovvio: FAMOLO JAZZ!…naturalmente.