feb 15, 2014 | Post by: admin Commenti disabilitati

L’EROSIONE INNATURALE DEL PAESAGGIO di Enzo Verrengia

 

Il Gargano è soprattutto una risorsa visuale. La differenza tra una qualsiasi spiaggia superattrezzata e certe baie pressoché inaccessibili del promontorio non sta nella quantità di servizi per il tempo libero, ma nella qualità dell’arredo naturale.

Si tratta di un’estetica spontanea, ineffabile, per la quale, fortunatamente, non valgono le regole e i dettami dell’accademia o delle mode. Il processo di formazione delle coste data millenni e si misura sulla scala della geologia, che dura infinitamente di più che una qualsiasi villeggiatura.

Scrive lo studioso cecoslovacco F. X. Salda: «È in prospettiva, in lontananza, che si scopre la bellezza». Questo vale ancora di più per il paesaggio. La funzione primaria di ogni determinata disposizione panoramica è di essere contemplata, non frequentata, o peggio, violata. Uno scorcio planetario esiste finché la trasmutazioni della crosta terrestre non ne provocheranno sconvolgimenti. Si pensi, per restare in zona, ai laghi di Lesina e Varano, frutto del terremoto.

L’ascesa della specie umana ha modificato alla radice il valore stesso del paesaggio. Ancora un cecoslovacco, Jan Mukarovsky: «La potenza estetica naturalmente non è inerente all’oggetto: perché i presupposti obiettivi possano farsi valere, debbono trovare una risposta nella costituzione del soggetto». Così al semplice sguardo, si sostituisce la percezione consapevole del paesaggio e l’intento di fruirne. Invadendolo.

La storia recente del Gargano è quella di una veloce, e feroce, opera di snaturamento. Nella quale convergono lo sviluppo economico nazionale, favorito dalla peggiore politica che si potesse avere su queste rive del Mediterraneo, una demografia esiziale, distruttiva, soffocante, praticata da un’umanità dimentica dello spazio di accoglienza planetario, e una propensione autoctona alla barbarie.

Il tutto culminato nei roghi dell’estate 2007, con le file di SUV che esplodevano uno dopo l’altro, in un domino di fuoco, e le villette abusive che emergevano dalle pinete arse.

Si prenda San Menaio. Fino alla seconda guerra mondiale, era una signorile frazione di Rodi, caratterizzata da alcuni edifici in quell’architettura fascista stranamente omologa al paesaggio, come accade per le ville della riviera ligure. La colonia Postiglione, la stazione di Bellariva e alcune residenze private che si inerpicavano sull’alto della pineta.

Poi si è iniziato a cementificare. E per l’ennesima contraddizione della civiltà occidentale, l’aggiunta di strutture artificiali corrispondeva alla perdita di quelle naturali. Oggi, il rettilineo che va da Rodi a San Menaio, segnato dalle linee parallele dell’asfalto e della ferrovia, comprime la visuale del mare a una striscia esilissima di sabbia facile ad essere infestata dagli ombrelloni domenicali.

Più oltre, Peschici. Il presepe originario a picco sull’Adriatico viene contaminato dai residence e dagli alberghi. L’inquinamento paesaggistico era iniziato dagli anni ’70, con l’insegna al neon di una discoteca che azzerava i fiochi bagliori delle stelle la notte di Sant’Elia, festa patronale.

Le pinete venivano considerate appendici arbitrarie delle “villette”. Nessuna prevenzione contro gli incendi, sempre più inevitabili per l’accresciuta presenza umana. I sentieri spartifuoco ignorati, al punto che le fiamme, nel luglio 2007, arriveranno a lambire la periferia della cittadina e provocare tre morti.

Quanto a Vieste, esaminare la linea delle case dalla porzione superiore del centro storico dà la sensazione di affacciarsi sulla casba. Con la complicazione delle scritte in slavo, che assecondano la voga del turismo dall’est senza offrire dell’ovest un esempio migliore degli scempi effettuati sul paesaggio dal socialismo reale.

Cercare, dunque, il Gargano, all’inizio del XXI secolo, significa imbarcarsi nel viaggio utopico destinato a perdersi nei resti di qualcosa non più decifrabile. Gli stessi ricordi di vacanze, nello sfacelo dell’edilizia selvaggia, potrebbero capovolgersi in complicità da correi, almeno sul piano etico.

Bisognerebbe, allora, rifuggire dai percorsi ordinari, addentrandosi di parecchio nelle fonde sacche di vegetazione spontanea che resistono molto lontano dalla litoranea. Magari perdendosi. Sì, è ancora possibile, nell’entroterra garganico. Discendere nella dolina carsica di Pozzatina, fra Sannicandro e San Marco in Lamis, dove una scarpinata lungo il tornante di terra battuta che porta in basso viene compensata dal cerchio di cielo che si guarda dal fondo. Oppure esplorare le rovine di Castel Pagano e interrogarsi sui motivi dell’esodo biblico della popolazione. I serpenti, si dice. Chissà. Probabilmente fin dall’epoca attecchiva fra la gente di qui l’esotismo un po’ coattivo, la voglia insistente di andarsene altrove.

Sarà triste il finale tettonico.

Il Gargano è oggetto da secoli di un moto sismico destinato a staccarlo dalla terraferma. Lo stivale d’Italia perderà il suo sperone e l’Adriatico acquisterà un’isola dalla gobba ormai priva della grazia verde delle conifere, spalmata di cemento scrostato dalle scosse.