feb 15, 2014 | Post by: admin Commenti disabilitati

DA SCORSESE A TARANTINO, DAI COHEN A RODRIGUEZ, L’EROSIONE DEL TABU’ DELL’OMICIDIO di Nicola Lembo

 

Sono bastati pochi decenni perché fosse necessario aggiornare la nostra percezione di affollamento del pianeta: fino agli anni ’80 mancavano all’appello cinesi e sovietici, chiusi dalle cortine di ferro, ancora non ci travolgeva l’esuberanza economica degli asiatici del sud e dell’est; l’America latina era il cortile di casa statunitense e non imponeva un’immigrazione capace di assegnare ad interi quartieri lo spagnolo come lingua principale.
L’affollamento comporta competizione ma anche insofferenza e reazioni spesso violente; sono comportamenti e stati d’animo che colorano le cronache ma investono anche le arti popolari, dalla letteratura al cinema.
I western degli anni ’50-’60 assegnavano il ruolo di omicida al personaggio moralmente riprovevole, e se l’eroe della colt proprio doveva ammazzare qualcuno, era necessario che fosse un ipercattivo, che nell’arco del film doveva aver avuto occasione di disimpegnarsi in decine di azioni infami, di modo che la sua fine violenta fosse moralmente giustificata.

Dagli anni ’70, con Scorsese, abbiamo cominciato ad osservare la stranezza dell’omicidio, la forma bizzarra che assume questa soluzione estrema ai contrasti umani; senza compiacimento ancora, ma già con occhi asciutti, senza commozione: l’omicidio é una soluzione possibile, logica e razionale, anche se ancora pietosamente partecipata da parte dello spettatore: la conclusione violenta non é certo etica, ma comunque consequenziale alle vicende osservate.
E’
Tarantino
a mostrarci i risvolti buffi dell’omicidio e spesso la comicità delle cause stesse che hanno portato alla violenta dipartita: che l’omicidio sia accidentale, preterintenzionale o ferocemente perseguito, in ogni caso la risata non é repressa da intralci etici.
Ancora di più con i
Cohen, l’assassinio si confonde con l’accidente, al punto che sembra non possa avvenire per la sola volontà dell’omicida, ma solo se questo é aiutato da una casualità avvelenata e murphiana
[1]. L’affollamento patito non riguarda tanto la fisicità corporale, al punto che le ambientazioni spesso sono dilatate e disperse, ma piuttosto il tossico prodotto dei comportamenti umani. Tale sollecitazione suggerisce ad Ethan e Joel l’estinzione, magari accidentale ma lo stesso cruenta, degli stupidi o forse dell’umanità intera, se si assume che la stupidità sia condizione generale (vedi l’ecatombe di “Lady killer”).
Con
Rodriguez l’omicidio é al parossismo, é l’effetto di una furia che esonda dai canali della ragione;  il nemico non é più il clan rivale, la tribù confinante, la gang del quartiere affianco; il nemico é chiunque, é l’uomo, a prescindere da etnie, religioni ed altre appartenenze. E’ un nemico semplicemente in quanto esiste. Muore semplicemente in quanto, esistendo, ci attraversa la strada. Va falciato dalle strade affollate come se ci aprissimo un sentiero nella vegetazione di una giungla, la stessa giungla da cui gli ominidi nostri antenati si sono messi in salvo per evitare di essere sterminati dall’iperaffollamento di carnivori.
I predatori dell’antichità non creano più condizioni di saturazione del territorio, non competono più da un pezzo con la nostra ferocia tecnologica, eppure l’eliminazione fisica torna ad essere percepita come metodo di sfoltimento, solo che questa volta è intra specie.

P.s.: naturalmente si tiene presente che da millenni tribù, popoli e nazioni si sterminano con guerre sanguinosissime. Quello che si è voluto sottolineare però é il cambiamento della percezione dell’omicidio: la guerra é scatenata da operatori economici o mestatori religiosi che di norma non partecipano ai bagni di sangue. Il reclutamento degli eserciti é solitamente coatto; gli avvenimenti sono nobilitati da letture commosse e lacrimose, da considerazioni sull’ineluttabilità delle pur dolorose vicende, dal caldo ricordo dei caduti, da valutazioni opportune sui crimini attribuiti al nemico, tanti e talmente turpi da giustificare il ricorso all’uccisione (come nei già citati western pre-spaghetti): costruzione artificiosa ma necessaria per aggirare il tabù dell’omicidio.


[1] da Edward Murphy, ideatore della legge omonima, compendio di frasi umoristiche il cui intento è essenzialmente quello di deridere ogni negatività che il quotidiano propone, ad es: se qualcosa può andar male, andrà male (n.d.r.)