apr 03, 2014 | Post by: admin Commenti disabilitati

IL MIO VIOLONCELLO (seconda parte) di Massimo Carafa

Valzer: Allegro Finale

Tra tutti questi colori e nell’incedere della danza, le note di Bach hanno preso una direzione inaspettata, facendo un giro come in altalena, fino a diventare le note del Valzer dei Fiori dall’opera “lo Schiaccianoci” di Tchaikowski.

Andrea ha preso a “simpatizzare” con il bellissimo tema del brano. La sua voce questa volta mi risultava diversa dal solito, le note vibravano in un modo speciale, con un sorta di intermittenza all’interno della continuità sonora; sembrava quasi come nel vecchio linguaggio del telegrafo,  seppure rallentato, incredibilmente dilatato: un Adagio decisamente Grave.

Poi ho capito, al solito! Se penso a tutte le volte che ho capito dopo e sempre troppo tardi, o addirittura mai, perché lo so che è successo anche questo… mi ghigliottinerei da solo!!! Ma pure loro! Ma quante pretese!!! E ho capito la selezione della specie, ma valeva fino a 2 secoli fa.

Per fortuna con Andrea le pause sono parte del tutto e anzi, sono fondamentali. Così mi sono avvicinato a lei, lentamente, le ho cinto il fianco con una mano e con l’altra, quasi accarezzando il suo lungo collo, perfetto per un ritratto di Modigliani, abbiamo preso a danzare il valzer insieme: la sensualità travalica le Galassie e le sposta.

Stavolta eravamo noi due gli oggetti coloratissimi a fluire sospesi sulle preziose note di Tchaikowski. E’ stato un tempo infinito, seppur all’interno di un attimo: tutto era leggero, appeso ad un filo invisibile. Ogni nota sembrava durare il tempo che la luna mette a fare il giro dell’intero universo per poi ripartire su un’altra nota.

Il suono di Andrea aveva raggiunto una perfezione, una purezza tale, una brillantezza che mai prima avevo sentito. Era lei la luna e portava con sé le note ad una ad una: io ero su quella luna e ho preso a “suonarle” in un modo strano, sconosciuto.

Vibravo a frequenze particellari, mi sentivo come fossi a testa in giù seppur dritto, almeno credo o forse semplicemente, nello spazio celeste, non esiste un su e un giù, perchè sono la tessa cosa.

L’abbraccio in perfetta armonia di Yin e Yang, incorniciati e accolti dall’immenso vicinato, dove però la perfezione, secondo me, è una somma, un insieme di imperfezioni. A confortare questa mia sensazione, questo paradosso, c’è stato, già molto tempo fa, l’autorevole pensiero di Giulio Cesare Vanini, secondo cui “la più grande perfezione è l’imperfezione”.

La gelosia

Milano

A Milano ci sono andato per un vecchio appuntamento che avevo da tempo con dei fiori da innaffiare sull’asfalto.

Lasciate le moderne catacombe dei vivi(!?) alle mie spalle, sono alla luce del sole in un luccicante pomeriggio primaverile, stagione che, insieme all’autunno, appartiene ormai al genere vintage, come me del resto, visto che solo a quel punto mi sono reso conto di non avere l’indirizzo. Spero che qualcun altro abbia dato l’acqua a quei fiori.

I miei piedi, felicemente gonfi per il caldo, presero a muoversi, finché non mi ritrovai seduto al Parco del Sempione. Accanto a me Andrea, nella sua custodia. Sapevo di non farla contenta, perchè chiusa lì, non riusciva e esercitare il suo fascino suadente, mentre io vagavo troppo libero con la mente, furtivamente aiutato dalla vista e dall’olfatto. 

Il legno della panchina, seppur termicamente neutrale, mi costringeva con la sua durezza a impercettibili movimenti a cadenza regolare, facendomi perdere così l’incoerente ma piacevole filo del mio pellegrinaggio mentale: come avere un laccio ribelle di una scarpa che puntualmente si scioglie, mentre cammini, e ti costringe a pause indesiderate per placarne l’ostilità.

Inconsapevolmente apro la custodia di Andrea, mentre la barchetta mentale veleggia, retro-convinto che vederla mi avrebbe fornito un essenziale, costante venticello in poppa.

Quel venticello invece portò, davanti alla mia prua, ormai ferma quando la vidi, una giovane donna, i capelli scuri, asimmetricamente raccolti sulla nuca, sulle labbra la misteriosa e intrigante espressione della Gioconda.

Gli occhi verde mare, illuminati di stupore sotteso, erano dolcemente posati su Andrea, che trattenne il respiro per un tempo che mi è sembrato lunghissimo, così come è sembrato essere il mio silenzio nell’imbarazzo, interrotto, per fortuna, da colei che, in quel preciso istante, mi è apparsa come una sirena proveniente da mari sconosciuti.

Allungando la mano verso di me liberò, risuonante come un eco lontano, la voce. Un cocktail penetrante, tra suono al miele di acacia e timbro ai frutti di bosco. Si riversò sui miei padiglioni auricolari, bassamente vogliosi,  invadendo, senza fermarsi, tutti gli spazi delle papille gustative, fino a farle sbavare e, sgocciolanti, vaporizzare, consumando così di piacere anche l’olfatto.

“Sautet, Francesca Sautet…” “Bond, James Bond, pensai fra me e me – Caracciolo, Massimo Caracciolo”.

Ci stringemmo la mano e a me si strinse anche la gola. Ed è proprio fino alla gola che mi sentii immerso con la barchetta capovolta sulla testa e poca aria per respirare. Di fronte a me avevo l’essere che ai miei stupidi occhi è sembrato il più inimmaginabile e stupefacente tra tutti gli esseri mai visti prima: ero certo che si trattasse di una extraterrestre, non poteva essere altrimenti.

Era slanciata, alta come io non sarò mai. Se non le avessi stretto la mano, avrei pensato ad un miraggio: dopotutto ero al sole già da un pezzo. Intorno è tutto sbiancato, scomparso: eravamo io, Andrea,  Francesca e la panchina, in mezzo ad una fitta nebbia mattutina dei miti: anche la custodia di Andrea si è defilata, temendo che io ci richiudessi dentro il “mio” violoncello.

MIO!!! Ok, l’ho detto! E’ successo. Poteva succedere. Lo sapevamo! E’ sempre così, ma non è grave, se solo tiriamo un bel respiro e lasciamo scorrere con fiducia il tempo. Infatti  io ho tirato un lungo e profondo respiro e Andrea ha fatto altrettanto, per fortuna. La gelosia può assumere forme diverse.

“Posso provarlo?” mi disse Francesca, e prima ancora che io riuscissi a rispondere era seduta accanto a me con Andrea abbracciata, ma da due gambe, scolpite nel più prezioso dei marmi. Il collo, il lungo collo, ricco di riflessi che si accendevano e spegnevano incessantemente come micro stelline, nate dalle invisibili gocce traspiranti spalmate su di esso come su di un ripido pendio nevoso, amoreggiava con quello di Andrea.

Nella mano l’archetto inizia a veleggiare sulle corde, rimettendo dritta la mia navicella a scivolare sul liquido mentale. Le note galleggiano su di un tempo dilatato, che rallenta la mia barca fino a piegarne la vela e a fermarla, leggera, come può esserlo una piuma adagiata sull’erba di un’immensa prateria: Sol-re-si-la-si-re-si-re-Sooool… su questo suono lunghissimo si ferma, immobile, lo sguardo nei suoi luoghi extraterreni. La pausa è lunga, credo pari ad almeno due brevi.

Gira lo testa verso di me, mi guarda senza vedermi; ancora pausa, questa volta due semiminime, infine la sua voce tenera e sicura: “Merveilleus!!! Incroyable!!! Est… è stupefacente questo violoncello, non l’avrei mai immaginato. E’ uno Stradivari? o forse un qualche altro strumento a me sconosciuto? Ha un suono straordinario, intenso, come fosse vivo e parlasse con me, palpitasse insieme a me in un modo direi… femminile. Capisco che ti sembrerà strano, ma lo sento così: femminile…” e mi guarda, in un battito di ciglia, stupita dall’assenza di stupore nei miei occhi alla sua affermazione…poi riprende a suonare lì, da dove aveva lasciato.

Quello che è accaduto/non accaduto durante l’esecuzione dell’intera Suite non è possibile raccontarlo, non sarebbe giusto raccontarlo, non si possono usare e proferire parole che riguardano il Divino, la percezione o l’essenza del Divino; nessuno ne ha diritto.

Quello che posso dire è che, alla fine, lei è rimasta ferma, così come me, la panchina e la custodia, che intanto era tornata. Francesca era lì, in questo abbraccio tenero, quasi materno: la Madonna della Pietà ma con Gesù vivo e anche femmina.

L’archetto e la mano sull’ultima nota, e tutto intorno a quella nota persone, molte persone, in piedi, sedute, abbracciate, solitarie, sorridenti.

Qualcuno piangeva discreto, sommesso, rilasciando preziose gocce di genuino collirio dell’anima, disperso in frantumi sul selciato: ero io.