apr 03, 2014 | Post by: admin Commenti disabilitati

VELOCITA’ AL CINEMA di Enzo Verrengia

 

Michael Schumacher, o della velocità. Dall’asfalto alla neve, sempre in corsa per sfidare il rischio mortale. Ed ora, dopo una vita misurata dal tachimetro al massimo, il limbo che potrebbe risolversi nella discesa lentissima verso il buio definitivo. Un coma, il suo, che non lascia intravedere spiragli di luce. L’ennesima, atroce contraddizione, di quelle che spesso irrompono nell’esistenza, ossia l’inspiegabile stato di coscienza che “crea” dal nulla la percezione delle cose da parte di un “io” qualsiasi.

La svolta ad U, necessaria per riportare indietro dal limbo Schumacher, non è facile come quella che si può effettuare alla guida. La moglie sta approntandogli a casa una nicchia per l’animazione sospesa da 12 milioni di Euro.

Dietro Schumi, nella memoria collettiva, una mitologia di campioni immolati al culto della velocità. Solo in Formula 1, 43 morti dal 1953 ad oggi. Fra di loro, nomi stampati nell’agonismo degli appassionati: Peter Collins, Lorenzo Bandini, Gilles Villeneuve e naturalmente Ayrton Senna. Per quest’ultimo Lucio Dalla cantò: «E come uomo io ci ho messo degli anni / a capire che la colpa era anche mia / a capire che ero stato un poco anch’io/ e ho capito che era tutto finto /ho capito che un vincitore vale quanto un vinto…».

«Che cos’è più importante per lei quando è in pista?» domanda Anouk Aimée. «Il suono del motore» risponde Jean-Louis Trintignant. Un uomo, una donna, capolavoro di Claude Lelouch, è troppo ri­cordato per la carica di buoni sen­timenti e poco per l’omaggio all’automobilismo. Anche il tema musicale ormai mitico di Francis Lai, mette in ombra gli incal­zanti passaggi di fiati, archi e percussioni che commentano le immagini in pista e la cerimonia di premiazione a Montecarlo.

Nel campo automobilistico, la tec­nologia convive ad ogni livello con l’emozione, il carattere, l’umanità dei protagonisti e del pubblico. I bolidi in pista sono l’equivalente moderno degli ippogrifi: creature meccaniche che ri­propongono il sogno umano di un’imbattibile velocità che su­peri le cadenze della natura.

Materia perfetta per essere raccontata. Jean-Louis Duroc, il personaggio in­terpretato da Trintignant nel film di Lelouch, non potrebbe vivere la sua storia con Anne Gauthier (la Aimée) se non con i ritmi di un pilota nella mente e nel cuore. La conquista in automobile, la ritrova nel finale dopo un’altra corsa su quattro ruote, dopo aver vinto il rally di Montecarlo. Per lui il suono del mo­tore è anche la misura del suo rapporto con l’esistenza, con il sentimento. E l’identificazione col personaggio sfocerà nella vita, quando per un certo pe­riodo Trintignant corse in Formula 3.

Destino condiviso da un altro grande divo, Paul Newman, che nel 1969 interpretò Indianapolis pista infernale, di­retto da James Goldstone. Nella migliore tradizione dell’Actor’s Studio, l’attore passò mesi nel mondo delle corse automobilistiche americane, ben più pericolose della Formula 1. Il risultato fu un convin­cente centauro della strada, preso dall’unica posta in gioco che ormai conta: trionfare sul leggen­dario cir­cuito di Indianapolis. Qualche anno dopo, Newman gareggiò fuori dallo schermo.

Kirk Douglas fu un corridore automobilistico d’eccezione in Destino sull’asfalto, diretto da Henry Hathaway, dal romanzo dello svizzero Hans Ruesh. I modelli degli anni ‘50 erano ben di­versi dai computer su ruote dei giorni nostri. La forma affusolata, a supposta, era legata all’iconografia di Nuvolari e Ascari. Più che mai, in questa vicenda, la vittoria su pista è la meta­fora di una parabola esistenziale, che si conclude tragicamente per il protago­nista. Anche se saprà riscattarsi dalla sua mutilazione dopo un incidente.

Anche un gigante della regia come Howard Hawks, avvertì il bisogno di mi­surarsi con la sfida dell’automobilismo. Nel 1965 diresse Linea rossa 7000, con una sorta di compromesso rispetto a certo suo spirito western. James Caan vi interpreta il ruolo di un giovane pilota che gareggia su terra battuta. Mai come in questo caso l’automobile è più simile ai cavalli del rodeo.

L’anno prima, Don Siegel aveva fatto di un melanconico pilota con la faccia del compianto John Cassavetes la vittima designata di Contratto per uccidere, dal racconto “Gli assassini”, di Ernest Hemingway. Distrutto da una relazione con la dia­bolica Angie Dickinson, braccato da un Ronald Reagan in panni di gangster, si lascia freddare da Lee Marvin. Il quale poi passa il resto del film a chiedersi perché, e infine a vendicarlo. L’automobilismo, per Cassavetes è l’estremo limite, the end of the tether per dirla con Joseph Conrad, della sua capacità di misurarsi con una società che non dà scampo ai deboli.

Ma il poema in immagini della Formula 1 resta Grand Prix, di­retto nel 1966 da John Frankenheimer. Considerato impropriamente un polpettone kolossal, ha rivelato il suo spessore alla prova del tempo. La vicenda segue in progressione un campionato auto­mobilistico, staccando qua e là sul “privato” dei campioni. Tra i quali spicca indiscutibilmente Yves Montand. Con il peso di un’infinita stan­chezza negli occhi, attempato, sul filo del rasoio tra la vittoria e la sconfitta, il personaggio incarna tutte le verità di un pilota. Il prezzo del suo successo, la scelta delle corse come affermazione di una personalità che non può ridursi alle foto pa­tinate. Peraltro, le riprese del film furono effettuate durante vere competizioni, e qualcuno degli incidenti mostrati avvennero nella realtà. Accanto agli attori, apparvero piloti come Graham Hill e Jim Stewart.

Il miglior servigio all’automobilismo, per accuratezza e docu­mentazione tecnica, è venuto tuttavia dal fumetto. Nel 1957, sulle pagine dello storico settimanale belga per ragazzi Tintin esordisce Michel Vaillant. Lo disegna l’ex progettista Jean Graton, di origini bretoni. Il giovane pilota è rampollo di una famiglia tutta dedita ai motori. Le sue avven­ture si svolgono tra le piste e gli immediati dintorni. Poi, col passare del tempo, si tingeranno di giallo, di horror e finanche di fantascienza. Gli inimi­tabili disegni di Jean Graton precorrono gli sviluppi tecno­logici della Formula 1, come all’epoca in cui furono introdotti gli alettoni. Inoltre, il suo Vaillant è tutt’altro che un superficiale scavezzacollo. Anzi, redarguisce di continuo i più giovani che vedono nell’ebbrezza della velocità una forma di anticon­formismo. Lo si potrebbe immaginare in crociata contro le stragi del sabato sera.

Nei Paesi francofoni, Michel Vaillant è molto popolare. La Tv gli ha de­dicato una serie di telefilm interpretati dall’ex pilota francese Henri Grandsire. Nel 2003 è uscito anche sul circuito cinematografico italiano il film Adrenalina Blu – La leggenda di Michel Vaillant, diretto da Louis-Pascal Couvelaire. Malgrado l’accuratezza spettacolare delle riprese e la qualità della fotografia, l’esilità della trama non uguaglia la perfezione del fumetto.

Era stato Victor Hugo a capire l’essenza della velocità meccanica: «Il paesaggio si è messo in movi­mento» scrisse dopo il suo primo viaggio in treno. La realtà che sfila da ogni lato, inquadrata prima dagli occhialoni di gomma, poi dal casco del pilota, è un’anticipazione dell’universo virtuale. La figura dietro il volante diventa eroe di una tenzone tutta giocata tra i simboli del moderno, dalla benzina, al motore, all’asfalto.

Nella foto un’immagine tratta da Grand Prix