apr 03, 2014 | Post by: admin Commenti disabilitati

IL GINOCCHIO E LA GRANDE GUERRA di Paolo La Cava

 

Donato fu Agostino e Filomena, giovane recluta. Lui è un ragazzo di 19 anni ha perso il suo papà da poco per polmonite e la vita lo ha gettato nel mondo del lavoro, con grosse responsabilità un po’ troppo presto. 8 cavalli 300 pecore 100 ettari da seminare, un fratello più giovane. Così lui non si è dato per vinto e per la modica cifra di 3000 lire si è fatto congedare. E’ tornato alle sue occupazioni, convinto di poter stare tranquillo.

La vita, si sa, invece vuole raccontare altre storie e così, dopo Sarajevo e dopo un bel po’ di tira e molla l’Italia decide che è giunto il momento di entrare in guerra per cercare, in modo un po’ utilitaristico, di riprendersi Trento, Trieste e altre terre istriane. E’ così che nel maggio del 1915 viene dichiarata la MOBILITAZIONE GENERALE.

Il nostro “eroe” Donato viene così chiamato, obtorto collo, a servire la Patria. Sì ma una patria lontana, terre mai viste che ancora oggi non sembrano la stessa Italia. Immagino come si dovesse sentire una persona che non aveva mai lasciato mammà, ad andare in una terra lontana, fredda, dove quando parlavano le persone non si capiva nulla e di cui, diciamocelo, non gliene fregava nulla!

Questo è il destino di molti ragazzi del sud: contadini, agricoltori, pastori, artigiani proiettati verso un corpo a corpo con altri ragazzi austro-ungarici, verso i quali non nutrivano, credo, nessun odio. Quei soldati non erano dei professionisti, andavano a servire una Patria che non sentivano neanche tanto loro visto, che il Regno non aveva che 34 anni! Ma tant’è… dovettero partire.

Il nostro ragazzo Donato viene arruolato ed irreggimentato: IV artiglieria da fortezza a Taranto. Lui fino ad allora aveva visto solo la doppietta con cui sparava tutt’al più alle quaglie. Così non senza indugio raggiunge il reggimento. Viene vestito e addestrato.

Penso a quale fosse il suo stato d’animo in quel momento: che ci faccio io qui? Come posso filarmela? Pensa sicuramente anche agli 8 cavalli, alle 300 pecore, a suo fratello Antonio, a sua mamma Filomena e anche alle 3000 lire che, porca miseria, aveva pagato allo Stato per non partire. Che bello scherzo gli hanno fatto!

Intanto i giorni dell’addestramento si susseguono “veloci e pieni” di cose fare. Tutto in fretta, bisogna andare al fronte. Abiti di lana pesante che punge, moschetto, zaino pesantissimo. Per addestrarli, tra le altre cose gli fanno fare ginnastica, attività fisica, giochi di guerra, giochi…

Uno degli esercizi era appunto il seguente: tutti in cerchio, seduti, uno in piedi all’esterno del cerchio tocca la spalla di un commilitone seduto. Questi si alza di scatto e… no, non c’è corpo a corpo, lotta o altra attività guerresca, semplicemente tutti e due corrono, uno in senso opposto all’altro. Il primo che arriva si siede mentre l’altro resta in piedi e così via. Che razza di guerra!

Toccano la spalla di Donato. Questi pronto scatta in piedi e parte di corsa, ma dopo pochi metri stramazza al suolo. Non è stato colpito da una granata o da una palla austriaca. Ha semplicemente riportato una distorsione, con probabile rottura di una serie di legamenti, menischi e altri accidenti. Oggi in poco tempo sarebbe di nuovo in piedi, ma noi parliamo di quasi 100 anni fa! E’ grave! Ferito ancora prima di essere sul campo di battaglia: che culo!

E così il nostro “eroe” ferito viene trasferito all’ospedale militare di Chieti dove viene amorevolmente curato: “Lavativi, andate a difendere il sangue di mio figlio!” Chi li apostrofa così è l’ufficiale medico che li visita. Ha una certa età, ma soprattutto ha perso suo figlio, giovane ufficiale di complemento spappolato da una granata austroungarica nella battaglia di San Martino del Carso.

Donato però non si lascia intimidire e resta a letto protetto dalle lenzuola. Continua a darsi dei tremendi pugni sul ginocchio “ferito”. SINOVITE! E poi il congedo! Regio esercito italiano, NON sto arrivando! Che farne di uno zoppo. Lui sentitamente ringrazia. Sarà comunque Cavaliere di Vittorio Veneto con facoltà di fregiarsi delle decorazioni e lauta pensione di 60.000 lire annue.

La storia di Corrado è invece diversa: classe ’93, fu Vincenzo e Orsola, è più abituato a star via da casa. Ha studiato a Firenze in collegio dall’età di nove anni. La guerra lo trova studente d’ingegneria al Politecnico di Torino. Viene inquadrato sottotenente del genio 3° reggimento telegrafisti.

Parte anche lui. Anche lui è legato alla terra, anche se a casa qualcun altro lavora per lui. Non so se è d’accordo con le motivazioni della guerra, ma senza dubbio ha più strumenti per affrontare 3 anni di trincea. Per fortuna poi c’è tempo di finire di studiare a Napoli e diventare ingegnere.

Ma torniamo al ginocchio che avevamo lasciato prima. A quanto mi senta legato a quella distorsione senza la quale forse oggi non sarei qui a scrivere. Ma i legami non sono finiti qui.

A distanza di quasi un secolo anch’io sono qui a soffrire per un ginocchio debole che per i postumi di una distorsione non vuole stare su. Anche io sono stato fortunato a procurarmi solo una distorsione, perché quella notte di aprile sono volato fuori strada a oltre 100 all’ora tra pali della luce muretti ed alberi. Mi sono rotto solo un dito del piede destro ed un legamento. Come pure è strano che la vita ci sorprenda sempre con i suoi cambi repentini.

Anche a me un Agostino ha lasciato, in modo inaspettato, l’incarico di governare 300 pecore. Buffo il destino, si diverte a riproporre una storia, magari con personaggi diversi. Ti rendi conto che per quanto tu possa fare progetti, la vita poi fa ciò che vuole.