mag 03, 2014 | Post by: admin Commenti disabilitati

LETTERA AD UN AMICO MORTO di Giuliano Iovane

 

La vita può mai frantumarsi insieme alle lamiere di un’auto, siccome grottesco epilogo per chi come Te la vita ha amato fino agli ultimi sedimenti? Nessuno, su questa Terra, poteva permettersi il lusso di perderTi, Tu avresti dovuto farci compagnia per sempre. Tu, caro amico Raffaele, mi diresti che non possiamo vagheggiare di immortalità e che tutti si arriva alla fine del percorso in Terra.

Sì, Ti rispondo di sì, che hai ragione, ma Ti prego fammi vagheggiare di immortalità. E vorrei che tu fossi stato immortale. Se al buon Dio fosse stato demandato anche il difficile compito di eleggere, fra gli uomini, una tantum, colui degno di immortalità, Tu saresti stato un prescelto. E così di Te avrebbero goduto generazioni intere, com’è accaduto a me e a migliaia di altre persone.

Perché adesso, amico mio, chi potrà far alzare un gruppo di inglesi e fargli intonare il loro inno, come accadde a Paestum? Ricordi, vero? Stavamo cenando, noi del nostro gruppo, e loro stavano cenando. La nostra, e tipicamente italiana “casciara“, strideva in maniera violenta con l’aplomb dei sudditi della Regina, che educati come quelli non ne avevamo mai visti.

Ti alzasti, prendesti la Tua inseparabile chitarra e mi dicesti: andiamo a far sbizzarrire gli inglesi. Ti avvicinasti ai loro tavoli e intonasti l’inno inglese. I sudditi si alzarono tutti, nessuno escluso, e con la loro mano destra sul cuore, si misero a cantare insieme a Te il loro inno.

Avevi dato una legnata al loro aplomb e, subito dopo, la “casciara“ prese anche i colori della bandiera di Sua Maestà la Regina. E fecero, quelli, anche più casciara di noi e ci ubriacammo, noi s’intende, perché quelli bevvero il triplo di noi ma restarono sobri. Iniziammo a sparare frasi in latino, ormai la mente obnubilata completamente. Qui peccat ebrius luat sobrius, Ti dissi, riferendomi al fatto che stavamo quasi demolendo la sala da pranzo. La Tua risposta in quel momento mi tranquillizzò: Cui peccare licet peccat minus. Sì, mi tranquillizzasti, e insieme continuammo la baldoria.

Solo dopo qualche giorno, smaltiti sbornia e mal di testa, mi chiesi perché noi eravamo legittimati a peccare e, quindi, avremmo peccato di meno e lo chiesi anche a Te. Neanche Ti ricordasti di avermi dato quella risposta.

Chi riuscirà a farmi commuovere sentendoTi cantare, chi potrà far commuovere gli altri nostri amici comuni? Chi potrà dare lezioni di Diritto a tutti, e quando dico tutti è anche poco, come solo tu potevi? Chi altri sarà mai in grado, dopo essere stato invitato a cena per le nove di sera, di presentarsi alle 23,30, senza farmi andare in bestia?

Si diceva di Te “genio e sregolatezza“, e io non mi sono sottratto al benevolo giudizio. La Tua sregolatezza era dotata di una vis creativa ineguagliabile, perfettamente in linea con la Tua intelligenza, la Tua generosità, il Tuo altruismo, la Tua bontà, la Tua infinita cultura.

Manchi, dannazione, manchi a tutti, ecco perché il Signore avrebbe dovuto bloccare la Tua auto prima dell’impatto e renderTi immortale e con Te si sarebbe salvato anche il caro e mai dimenticato Marco, degnissimo anch’Egli dello stesso privilegio.

Va bene, lo so che sto vagabondando con i miei pensieri così tanto da accarezzare il vaneggiare,  ma da dopo il Tuo funerale non sono stato mai più nel cimitero dove ti hanno sepolto, e sono passati cinque anni, durante i quali non c’è stato giorno in cui io non Ti abbia pensato. Eppure non sono venuto a farTi visita. Perdonami per questo, ma non ce l’ho fatta. Lo farò, stanne certo, non so quando, ma lo farò. Fino a quel momento lasciami il privilegio di pensarTi immortale.  

Scavo la mia mente tutti i giorni per far raffiorare i ricordi e sono certo che sconfiggerò il tempo, che porta nell’oblio tutto, e avrò di Te perenni le immagini dei momenti passati insieme, dell’affetto che ha legato me, mia moglie e mio figlio a Te, delle emozioni che ci hai regalato.

Ho delle foto in casa che Ti ritraggono e che sono, fortunatamente, solo memoria del passato, senza relazione con la morte. A volte, però, esse diventano anche tormento del ricordo, quando penso che non ci sei più. Per questo voglio considerarTi immortale e mi aspetto ancora di sentire le Tue parole: andiamo a far sbizzarrire gli inglesi.