giu 15, 2014 | Post by: admin Commenti disabilitati

GENERO DI PRIMA NECESSITA’ di Michele Colucci

 

Per mia suocera Ninetta, ottantenne lucida e battagliera, sono un genero di prima necessità. Nel senso che provvedo a tutte le necessità improrogabili: ad esempio, trattandosi di un soggetto ipocondriaco, tutte le volte che ha bisogno di sottoporsi agli accertamenti medici più impensabili, non esita a chiedermi di accompagnarla ed io, obbediente come un soldato, accorro prontamente alla chiamata. In realtà non sono solo in questo ruolo, c’è anche mio cognato Luciano. Insieme siamo i generi di prima necessità.

E’ bello sentirsi importante per qualcuno, alle volte addirittura indispensabile. E’ un po’ come far parte della Protezione Civile, come essere sempre altruisticamente pronti a fronteggiare le emergenze con un pronto intervento risolutore. Ma in realtà costituisco un’eccezione.

Infatti la letteratura di genere (l’assonanza è del tutto casuale) è piena di rapporti genero – suocera non proprio idilliaci; anzi l’ipotesi classica è quella della guerra.  Si usa dire che “parlare di suocere senza che improvvisamente a qualcuno si attorciglino le budella è un po’ come lanciare un petardo e pretendere che non faccia il botto” tanto per citare una delle boutade più morbide. Ne è esempio il film americano: Quel mostro di suocera, uscito nel 2005, con Jennifer Lopez e Jane Fonda, quest’ultima nello scomodo ruolo di suocera/mostro.

Da ultimo ci si è mezza pure la cassazione, che sempre più spesso abbandona il campo strettamente giuridico per sconfinare nella vera e propria letteratura, di basso profilo peraltro. Chiamati a dirimere un classico litigio familiare, nel corso del quale il genero aveva appellato la suocera col grazioso epiteto di “vipera” i parrucconi del supremo collegio, non più tardi dello scorso 4 febbraio, se ne sono usciti elaborando la brillante soluzione che segue.

Con sofismi degni della migliore scuola platonica, i giudici della corte suprema hanno sostenuto che sebbene offensivo, tuttavia l’epiteto “vipera”, al pari di tutti i termini scomposti ed ineducati, non può considerarsi ingiurioso, in quanto rappresenta una mera “dichiarazione di insofferenza” nei confronti dell’altra parte, come tale espressione di maleducazione sì, ma non di volontà denigratoria.

Con ciò non si vuole incitare tutti i generi insofferenti d’Italia a cantargliene quattro alle rispettive suocere, approfittando dell’impunità loro assicurata dai custodi della legge, al contrario. Siate superiori, prendete esempio dal sottoscritto. Non dico che dobbiate trasformarvi in generi di prima necessità, non chiedo tanto. Ma almeno dimostrate, a coloro che hanno messo al mondo la fonte primaria delle vostre sofferenze, che pur potendo punirle per il male che vi hanno fatto, siete comunque disposti a perdonarle, per quanto vipere siano e restino.

De resto si uccide più con l’indifferenza che con l’insofferenza.