set 17, 2014 | Post by: admin Commenti disabilitati

SCOTLAND PARDS – II puntata di Michele Colucci

 

Il ritorno da Mallaig ce lo spariamo tutto d’un fiato, per giungere in tempo in albergo, dove nel frattempo avevamo previdentemente prenotato la cena. Un discorso a parte merita l’albergo, dal suggestivo nome The Lodge on the Loch che ne descrive benissimo la posizione. Si tratta di una costruzione antica, a tre piani, isolata su un poggio che domina il sottostante lago, dalle pareti in legno e quindi piuttosto freddina già in estate, ma che dalla sua offre una vista veramente superba: dal bow window con annesso salottino c’è una vista sul Loch Linnhe che…..lèvati. I più fecondi potranno con profitto trarre ispirazione per componimenti poetici di sicuro effetto. A completare l’effetto romantico poi c’è il bagno con pavimento in parquet e vasca centrale, dai colori soffusi, con musica diffusa e vasi con essenze che spargono i loro effluvi: un vero bagno emozionale. Del tutto trascurabili il ristorante (anche se pure lì la vista sul lago è da sballo) e la colazione al mattino, ma si tratta di dettagli insignificanti.

Freschi e riposati riprendiamo la nostra esplorazione delle highlands, non prima di aver fatto un’abbondante colazione in uno sperduto bar di Onich che incrociamo sulla strada. Niente a che vedere con la nostra concezione di bar: tanto per dirne una all’interno si vendono dagli articoli di cancelleria ai souvenirs. A gestirlo c’è una coppia di scozzesi alquanto bizzarri, che sembrano usciti dalle comiche di Benny Hill. All’esterno fa bella mostra di sé una cabina telefonica dismessa con il colore rosso ormai sbiadito e scrostato in più punti, che funge da ripostiglio. Seduti all’aperto, con vista sul Loch Linnhe, abbiamo potuto gustare il migliore scottish breakfast in assoluto, con un black pudding soffice e gustosissimo.

La colazione scozzese merita un discorso a parte, per quanto è energetica e varia. Salvo varianti dettate dalla creatività individuale, si compone di un uovo, per lo più al tegamino (fried), ma si può avere anche strapazzato (scrambled) oppure sodo (boiled); all’uovo si accompagna una fetta di pane tostato farcita con fagioli conditi con una salsa rossa e dolciastra. Non manca mai il black pudding, che è una sorta di hamburger fatto di grasso di maiale, cipolla, farina d’avena, sanguinaccio di maiale e spezie. All’aspetto, con quel suo colore nero, non è proprio invitante, ma vincete ogni diffidenza, provatelo e poi mi saprete dire. Immancabile è anche il bacon, la pancetta affumicata, che non è quella rinsecchita della colazione inglese o irlandese, ma più tenera e meno salata e i lorne sausages, dei salsicciotti di carne di maiale. Infine, oltre a pomodori e funghi arrostiti, si completa il piatto con una tattie scone o potato scone, una sorta di gateau di patate. Per accompagnare, tra tutti i tipi di bevande che ho provato nel corso del tempo con le colazioni salate, dal tè al latte ai succhi di frutta, l’unica bevanda che si armonizza con così tanti sapori diversi è il black coffe, il tazzone di caffè liofilizzato bollente.

Piccola deviazione per visitare Glencoe, tranquillo borgo dove il 13 febbraio 1692 furono trucidati 38 appartenenti al clan dei Mc Donald da parte dell’esercito inglese, accusati di essersi rifiutati di sottomettersi a Guglielmo III d’Inghilterra. In realtà il capo del clan pare che giunse a corte con una settimana di ritardo a causa delle avverse condizioni atmosferiche che gli rallentarono il viaggio, ma la giustificazione addotta non gli valse la terribile vendetta dimostrativa. Una stele poco fuori del paese, in aperta campagna, installata circa un secolo fa da uno dei discendenti del clan, nel frattempo trasferitosi negli Stati Uniti (che sia quello della famosa catena alimentare?), ricorda quello che passò alla storia come il massacro di Glencoe.

Continuando a percorrere l’A87, costeggiamo il Loch Alsh, che poi altro non è che un profondo fiordo di mare. Si sbarca sull’isola di Skye semplicemente attraversando un ponte a Kyle of Localsh. L’isola è selvaggia e per gran tratti deserta, enorme al punto che decidiamo di visitare soltanto il capoluogo, Portree e poi di tornare indietro. Portree ci accoglie col sole; meglio non potevamo sperare. Le case che si affacciano sul porto, dai variopinti colori pastello, sono la parte più pittoresca del paesino. Come pieno di colori è anche il Cafè Arriba, dove decidiamo di fare una sosta, al primo piano di una delle case che si affacciano sul porto. Qui scopriamo due usanze che fino ad allora non avevamo notato: la prima è che un cartello all’ingresso ti invita ad attendere il tuo turno per sedere al tavolo. Molti locali infatti non fanno entrare i clienti all’interno se i tavoli sono tutti occupati; sarà cura degli stessi camerieri venirti ad avvisare che c’è un tavolo libero. La seconda è che non si servono alcolici da soli, senza l’accompagnamento di una pietanza. E così per provare una birra scura (stout) locale devo ordinare anche un piatto di patatine fritte, la prima cosa che mi viene in mente.

Lasciata Portree ritorniamo verso il ponte, ma prima un cartello ci invita ad una piccola deviazione (le indicazioni in miglia ti fanno sembrare tutto più vicino) per visitare la Distilleria Talisker a Carbost. Non ci facciamo pregare e, dopo avere attraversato una landa quasi deserta, con i monti Cuillins sullo sfondo e felicemente affacciata sulle sponde del Loch Harport, ecco la fabbrica, fondata nel 1830, di uno dei single malt più buoni di tutta la regione, il preferito di Robert Louis Stevenson, che lo definiva “il re delle bevande”. Ovviamente l’orario delle visite è appena trascorso, ma ciò non ci impedisce di intrufolarci fin dentro gli eleganti locali della degustazione e, da lì, nel reparto distillazione con gli enormi alambicchi in rame, per scattare alcune foto. In fondo alla strada c’è un’affascinante baia, la Talisker Bay appunto, delimitata da alte falesie.

Una piccola deviazione merita Plocton, porto adagiato sul Loch Carron, in uno degli angoli considerati tra i più belli di tutta la Scozia, dove si arriva percorrendo una strada di campagna, stretta e a mala pena asfaltata. La larghezza non consente neanche l’incrocio di due automobili, per cui ci sono frequenti piazzole in cui fermarsi per lasciar passare il veicolo che viene di fronte. Ma la discesa a mare vale la difficoltà del percorso, perché lo spettacolo che ti accoglie è di quelli che non si dimenticano. Immerso in un silenzio irreale, il paese è interamente lambito dal tratto di mare su cui è adagiato, e l’unico suono che si ascolta in giro è il tranquillo sciabordio delle onde sulle pareti in pietra dei giardini delle case a picco sull’acqua. La baia è talmente nascosta dalle colline boscose che la sovrastano, da godere di un clima particolarmente mite che favorisce addirittura la crescita delle palme. Nella baia ci sono due isolette, ed una di queste la si può raggiungere a piedi quando c’è la bassa marea. In tutta la Scozia il fenomeno delle maree è alquanto evidente, al punto che in ogni luogo di mare, quando c’è la bassa marea, capita di vedere ampi tratti di fondale marino ricoperto di alghe su cui passeggiano gli immancabili gabbiani ed i cormorani intenti a mangiare.

Decidiamo di non cenare a Plocton per evitare di viaggiare col buio e tentiamo di rientrare per trovare almeno un pub aperto a Fort William, dove arriviamo intorno alle 21.30 affamati come lupi; in effetti troviamo tutte le birrerie aperte, ma nessuna che servisse ancora il lunch. Solo bevande, alcoolici e super alcoolici, come ci rendiamo conto dall’eccitazione dei frequentatori astanti, la maggior parte dei quali peraltro si diletta a cantare a squarciagola ai microfoni degli impianti di karaoke, con effetti devastanti per i nostri padiglioni auricolari. Scappiamo a gambe levate, e solo grazie alla cortesia del gestore di un ristorante in chiusura veniamo a sapere che gli unici due posti ancora aperti sono un ristorante indiano ed una grossa steak house, che serve pasti fino alle 23.00. A causa della diffidenza della mia pard verso le cucine orientali non c’è partita: ci tocca la steak house, piena di ragazzi brilli intenti a divertirsi coi selfie. Uno di questi, mentre ordino la cena al bancone si avvicina e, senza farmi capire un’acca di quello che dice, ruba un selfie in coppia con me (che sarò stato immortalato con una espressione da autentico imbecille, per la sorpresa) e poi torna tutto contento al tavolo degli amici a raccontare l’impresa. Contenti loro!

Il giorno successivo lasciamo la nostra residenza di charme e puntiamo verso il famoso Lago di Loch Ness, illudendoci di riuscire ad avvistare la mostruosa creatura, dai locali affettuosamente soprannominata Nessie (che da un rapido conto, se è vero che la prima volta fu avvistato da un monaco nel 565, come vuole la leggenda, oggi dovrebbe avere circa 1.500 anni). Il Loch Ness è uno dei laghi più grandi di tutta la Scozia, lungo circa 35 chilometri e stretto al massimo 2 chilometri: insieme ai laghi di Oich, Lochy e Linnhe, ai quali è collegato, formano una faglia lunga circa 100 km. che taglia letteralmente in due le highlands.

Arriviamo a Fort Augustus, che rappresenta l’avamposto meridionale, in una bellissima giornata di sole, anche se le rive del lago sono battute da un vento gelido. La cittadina, un avamposto fortificato nel 18° secolo, è caratterizzata da cinque chiuse circondate da prati verdissimi sui quali bivaccano decine di turisti che si rifocillano con panini o cibi take away preparati dai vicini ristoranti. Noi però preferiamo i tavoli in riva al lago di un ristorante che si affaccia proprio sulla punta estrema del lago dove, almeno io, non mi faccio mancare la razione quotidiana di haggis, questa volta come farcitura del panino. L’haggis è il piatto nazionale scozzese: lo stomaco della pecora insaccato con animelle di pecora e manzo, dal cuore al fegato, dal polmone alla milza e alla lingua, tutti tagliuzzati finemente, mischiato con farina di avena ed altre spezie, che viene messo a bollire nel brodo fatto con le stesse interiora; una preparazione lunga quasi due giorni. Poi viene servito, su una purea di patate o di fave, generalmente come antipasto, ma data la consistenza può diventare anche il piatto principale. Accompagnatelo con una birra rossa o scura e non ve ne pentirete.

Lasciamo Fort Augustus non senza avere  lasciato un obolo in uno dei tanti negozi di souvenir locali che vendono gadget di Nessie in tutte le salse: dal portachiavi al copricapo da indossare allo stadio, col pretesto che serve alla mia pard per rappresentare, ai bambini della scuola d’infanzia dove lavora, la storia del Mostro di Loch Ness. Lungo la strada per Saint Andrew, nostra prossima tappa, deviazione d’obbligo e sosta alla Distilleria Dalwhinnie, che in gaelico significa “luogo d’appuntamento” appuntamento quotidiano con il single malt, in omaggio al già citato motto (più distillerie, meno chiese). Il whisky che si produce a Dahlwinnie è in assoluto il più amabile e meno affumicato (smokey) dei distillati scozzesi, solitamente torbati all’eccesso, al punto da essere soprannominato “The Gentle Spirit”.

La strada per Saint Andrew, che si affaccia sulla costa opposta a quella da dove siamo partiti, è alquanto lunga, ma questa volta c’è una comoda autostrada, la A9, che ci consente di raggiungere velocemente la regione dei Grampiani e di attraversare Perth, per tre secoli capitale della Scozia, ma con poche vestigia del passato ancora conservate. L’istinto ci dice di che la via più breve è verso Dundee, perché anche se i due centri sono separati da un braccio di mare, il River Tay, la cartina ci indica la presenza di un ponte che collega la città di Dundee con la costa di fronte. Ovviamente nemmeno un’insegna indica la nostra meta, che pure è una della città turisticamente più importanti di tutta la Scozia. Entriamo fiduciosi nel centro di Perth, ma le uniche indicazioni che troviamo parlano del Thai Bridge, che immaginiamo sia il nostro ponte. Lo attraversiamo e solo dopo essere sbarcati sul lato opposto del golfo, alla prima rotonda stradale troviamo il primo cartello stradale che indica Saint Andrew. Potenze della segnaletica inglese!

Il paesaggio nel frattempo è completamente cambiato: i colori grigi della brughiera delle highlands, interrotti soltanto dal malva dei cardi e dei fiori della pianta omonima, entrambi diffusissimi, lasciano posto al giallo dei campi di grano, che proprio in quei giorni (siamo a fine agosto) gli agricoltori scozzesi stanno raccogliendo. Arriviamo a Saint Andrew all’imbrunire ed il colpo d’occhio è già di quelli memorabili: tutta la periferia è disseminata di sciccosi golf club. Siamo entrati nella patria del golf, nel paese che ha dato i natali a questo sport, con i green che si estendono fino alle soglie del centro abitato. Città antica quanto Edimburgo e primo centro universitario di Scozia, è anche una della meglio conservate, anche se dei due monumenti principali, la cattedrale ed il castello, sono sopravvissute solo rovine. Comunque il centro storico, interamente in pietra, con palazzi e monumenti ricchi di fascino, è incantevole anche se pressochè deserto di sera.

Alloggiamo in una delle camere di un pub, non senza polemiche della mia pard, per niente soddisfatta della sistemazione, che preannunciano una serata carica di tensione. Non resta che trovare un posto per cenare, impresa tutt’altro che semplice atteso che buona parte dei locali del centro sono chiusi. Riusciamo a trovare una gastronomia che, affianco al punto vendita con un enorme bancone, dietro al quale è esposto ogni ben di dio, riserva due stanze con tavoli per la degustazione dei clienti. Il locale è informale e arredato in maniera quanto mai divertente: ad esempio i divani sono rivestiti con vecchie giacche maschili cucite insieme, a costituire una tappezzeria stravagante. I tavoli non sono da meno: autocostruiti e rustici oltre ogni immaginazione. La cena, di buon livello, stempera le tensioni e quando usciamo è quasi tutto dimenticato, anche se al ritorno nella camera (peraltro decorosa, anche se collocata infelicemente in un sottoscala con vista su un cortile interno) le polemiche riprendono vigore.

Al mattino successivo colazione al pub e visita ai principali monumenti della cittadina, con una segnalazione per gli scorci panoramici che si possono godere, sia dal castello che dalla cattedrale, sul mare sottostante. Pausa caffè (espresso) nel bar della piazzetta centrale che, inondata dal sole e affollata di gente com’è, non sembra più la stessa della sera prima. Anche i negozietti e le botteghe del centro conservano un’atmosfera rètro, con bottiglierie che si alternano a negozi di stoffe, ovviamente scozzesi, insegne in legno e vetrine d’antan. Prima di partire sosta d’obbligo al principale e più esclusivo golf club, in posizione invidiabile, tra le prime costruzioni della città e le bianche spiagge che la circondano.

Prima di rientrare ad Edimburgo una sosta la merita Falkland, tranquillo borgo dell’interno dell’isola, con il suo elegante Palazzo, una volta castello dei Macduff, perfettamente conservato e interamente arredato, con una ricca biblioteca. All’interno, nei vastissimi giardini ornati di fiori e circondati da alberi secolari, un inatteso raduno di Morgan, un’auto classica che continuano però a produrre nel regno Unito, con le linee che richiamano i modelli anni ’30, prevalentemente a due posti, completamente artigianale, decappottabile e con gli interni in legno e pelle. I proprietari non sono da meno, azzimati signori dell’aristocrazia scozzese, tutti agghindati à la Sherlock Holmes.

Facciamo rientro a Edimburgo, svuotata dopo la sbornia festivaliera, in tempo per riuscire ad entrare nella Scottish National Gallery, una ricchissima galleria d’arte classica, con opere di pittori italiani, fiamminghi e britannici, dal ‘300 fino al ‘900, con un elegante allestimento scenografico, dalle pareti di colore rosso, luci calde e alloggiato in un bellissimo palazzo neoclassico.

L’ultima cena prima della partenza (l’aereo parte alle 6.00 del mattino successivo, classico orario dei voli low cost della Ryanair) ce la giochiamo alla grande. Il ristorante si chiama Cucina ed è di proprietà del gruppo Missoni, come scopriremo dopo. Avevamo tentato di andarci già ad inizio del viaggio, attratti dagli interni visibili dalle grandi vetrine, ma eravamo stati respinti da una cortese concierge che ci informava che i tavoli erano tutti prenotati. Adesso invece le grandi folle del festival non ci sono più ed il posto lo troviamo anche senza prenotazione. Si entra dal Royal Mile e già la hall è sorprendente: veniamo accolti da due anfore trasparenti più alte di noi. Il primo piano è riservato al bar, con un enorme ma elegante bancone-isola al centro della vasta sala e arredi di gusto, con prevalenza di vetro dappertutto. Una scala trasparente in vetro porta al primo piano dove veniamo accolti cordialmente da nostri connazionali, un siciliano, un pugliese di Andria ed altri che ora non ricordo. I tavoli, le tovaglie ed i servizi di piatti, oltre alla tappezzeria dei divanetti, sono tutti in bianco e nero, mentre i colori sono tutti alle pareti, racchiusi in cornici ondulate che acuiscono l’effetto “optical” delle stoffe dalle fantasie che hanno resa famosa la casa madre. Nei raffinati bagni invece il colore dominante è il viola. Anche la cena è all’altezza delle aspettative (oltre al conto): finalmente riesco a mangiare un merluzzo che sa di pesce, condito con pomodorini e capperi.

Riusciamo non senza fatica a trovare l’albergo prenotato, uno di quei posti eleganti e pieni di confort, ma con l’aria da ritrovo per rappresentanti, situato nella periferia, lungo la strada per l’aeroporto. Neanche il tempo di guardarci attorno e siamo già in camera: sveglia alle 4.00. Alle 5.00 siamo in strada con un’umidità che si infila dappertutto.

Il ritorno a Roma, aeroporto di Ciampino, ed alla normalità, non ve lo racconto nemmeno.

Nell’immagine è raffigurato il lungomare di Plocton, nelle Highlands