set 27, 2014 | Post by: admin Commenti disabilitati

L’APOLOGO DI SAN DIONIGI CON LA TESTA SOTTO IL BRACCIO. L’HA DETTO IL PRETE di Eugenio Ezio Di Matto

 

Da sempre adoro l’estate e le sue pigre domeniche. Sono quelle in cui comincio, o almeno provo, a rallentare i ritmi e così, tra una Marlboro ed un caffè o magari una bionda ghiacciata, dedico l’intera giornata alla lettura.

Sarà stata la birra o la bellezza sfrontata del tramonto che si offriva a me sul terrazzo di casa, o molto meno romanticamente, il fatto che avessi anche terminato il solito quotidiano, in una di queste languide domeniche, mi sono lasciato affascinare da tale Michel Serres e da… San Dionigi.

Nell’articolo, comparso a fine luglio, quasi ad anticipare i tragici successivi eventi internazionali, si discettava amabilmente degli effetti di internet sul sapere e Serres ricordava un aneddoto che sua madre gli raccontava spesso da bambino a proposito della decapitazione di San Dionigi per ordine dell’imperatore Domiziano. La madre gli ripeteva che, benché la decapitazione dovesse avvenire su una collina, i soldati romani che, svogliatamente, lo scortavano in cima, affaticati dalla salita, a metà del percorso decidevano di decapitarlo.

La cosa strana, che lasciava il piccolo Serres sempre interdetto e che deve aver, sicuramente, influenzato la sua scelta di diventare filosofo per trovare spiegazione ad un fatto così bizzarro, era che dopo la decapitazione il corpo del vescovo parigino si rialzasse, prendesse la sua testa sotto il braccio e raggiungesse la cima della collina continuando a predicare.

Divenuto adulto e soprattutto filosofo, Serres giungeva alla conclusione che, oggi, la diffusione di internet ha fatto a noi quello che i soldati romani fecero a San Dionigi, rendendoci tutti decapitati e con la testa sotto il braccio. Prima che qualcuno si senta legittimato a poter predicare senza più (o senza mai) aver avuto il dono del pensiero e della ragione, mi corre l’obbligo di specificare che per Serres la testa sotto il braccio, ai tempi di internet, non è altro che il computer, o tablet o smartphone che dir si voglia.

Tali aggeggi, essendo diventati sempre più piccoli e pratici, sono costantemente a portata di clic e ad essi noi deleghiamo, non la funzione pensante o la capacità intuitiva che rimane, dovrebbe rimanere, sempre nostra, (e questo eliminerebbe i predicatori privi di raziocinio di cui sopra!!!),  ma altre facoltà, non più nostre, come una memoria prodigiosa ed una capacità di fare collegamenti veloci e facilitati dalla miriade di informazioni riversate nelle moderne teste di San Dionigi.

Senza andare lontano, anche solo guardando i miei figli, adolescenti o poco meno, e la naturalezza con cui usano il computer e si servono di internet per entrare in possesso di informazioni, non posso che convenire (bontà mia!!) col buon Serres. Loro, i ragazzi, molto più di me, di noi diversamente giovani, sono figli di questa rivoluzione perché, se noi, per accedere alle informazioni contenute nella memoria del computer, abbiamo prima dovuto imparare ad usare il mezzo, cambiando il nostro approccio alla conoscenza, loro hanno imparato a conoscere, ad informarsi ed anche a fare direttamente con il computer.

In buona sostanza, promettendo che è l’ultima volta che userò questa contrapposizione noi/loro, loro sono nati “generazione 2.0” noi siamo dovuti diventarlo, con la doppia difficoltà di capire anche che cosa è ‘sto 2.0!

La capillare diffusione dei computer e soprattutto la gratuità dell’approccio ad internet ed ai motori di ricerca con la loro infinita ragnatela di connessioni, ha letteralmente sconvolto tanto la modalità di approccio al sapere che quella di trasmissione dello stesso. La democraticità dell’accesso alle informazioni, infatti, da un lato ha dato a tutti l’illusione di una potenziale presunzione di competenza, dall’altro ha ridimensionato il potere di quanti, fino a prima dell’era 2.0, ritenevano, a torto o a ragione, di esserne gli unici detentori e che non possono ignorare quello che si dice in rete e il fatto che tutti, anche in questo caso a torto o a ragione, valutino tutti, scegliendo a chi dare credibilità.

Ora è evidente che ciò ha punito l’arroganza di alcuni, autoreferenziali, spocchiosi professoroni arroccati nelle loro torri del sapere, così come non posso ignorare che internet ha contribuito a rovesciare regimi autoritari dando avvio alla meravigliosa e contraddittoria primavera araba, al punto che la “pericolosità” dei social network ha spinto tali regimi ad oscurare internet come ultimo, anacronistico baluardo al loro potere. Non mi sfugge neanche che con un clic Julian Assange ha fatto tremare ben altre democrazie, o che con un altro clic altri hanno soffiato sul vento dell’antipolitica per scalzare e prendere il posto (e i costumi) dei vecchi partiti politici, ma – potere forse di un’altra birra ghiacciata – mi pare di altrettanta evidenza che non potendo controllare, sempre con assoluta certezza, chi mette in rete le notizie e la veridicità delle stesse, questa democraticità del sapere è un’arma a doppio taglio ben affilata.

Sempre più spesso sento dire “l’ho letto su internet” con lo stesso affidamento con cui certe pie donne dicevano ai loro mariti o alle loro vicine meno pie “l’ha detto il prete”, ritenendo superfluo e quasi offensivo per il prete, verificare se anche Nostro Signore dicesse la stessa cosa! E’ il contenitore che diventa più importante del contenuto e di chi quel contenuto l’ha versato nel contenitore. E’ la rete che batte la notizia o l’informazione: finire in rete diventa più importante del perché ci si finisca. E quando non si hanno motivi per finirci, anche il dare diffusione alla notizia, il commentarla ti fa sentire parte del meccanismo, protagonista e non spettatore passivo.

E’ il motivo per cui, forse, anche alcuni telegiornali, da sempre mezzo più diffuso tra gli Italiani per informarsi, da qualche tempo a questa parte, nel rullo che scorre sottopancia dove sono riassunte le notizie, informano il telespettatore di essere anche su Facebook o su Twitter, come se finire in tv non fosse più sufficiente per soddisfare quell’inspiegabile, almeno per me, desiderio narcisistico di un quarto d’ora di celebrità tanto caro a Warhol. Altri tg, il cui stile ricorda più un rotocalco che un classico telegiornale, si spingono oltre e alle notizie che arrivano dalla rete dedicano una parte cospicua del tempo a loro disposizione, come se tra le notizie e le notizie che arrivano della rete ci fosse una sostanziale differenza.

E forse una differenza c’è se si considera che sui social network si è soliti condividere anche la pietanza che si sta per consumare e ogni più piccola azione che fino a qualche tempo fa, per pudore, si era soliti tenere solo per noi. Tutto questo oggi diventa notizia. Non sono una faccia da libro, ma confesso di curiosarci ogni tanto e ho visto gente dedicare attenzione e tempo allo status di Facebook maggiori di quelle che si dovrebbero dedicare all’igiene personale in una afosa giornata estiva!

Credo di non riportare assurdità se riferisco di aver notato gente la cui autostima aumentava proporzionalmente al numero dei “mi piace” raggiunti dal proprio status! Altri farsi curare la propria pagina Facebook da esperti di comunicazione, come se una pagina frizzante, ironica e sempre al passo con la notizia influenzasse il modo di essere visto dagli altri e poco importa se chi ci conosce da una vita sa che non si è affatto come si vuole apparire! C’è gente che preferisce chiacchierare in chat, magari riuscendo ad essere più se stessi rispetto a quanto si è nella vita reale, o al contrario inventandosi una realtà più piacevole rispetto alla propria quotidianità, piuttosto che assaporare il piacere di un contatto reale davanti ad un buon caffè!

D’altronde, ma qui entriamo già in altra faccenda, non mancano gli annunci di coloro determinati all’estremo gesto o che ci arrivano perché “invitati” dal web? Non è, come sostiene Serres, la stessa cosa che succedeva agli spettatori con gli attori del cinema. In quei casi il rapporto rimaneva tristemente unilaterale e virtuale, e più che scrivere “Sposerò Simon Le Bon!” la fantasia femminile non poteva fare.

Oggi la virtualità diventa reale, più reale del reale! Ma per quanto possa essere strabiliante e affascinante pensare che tutte le nostre domande possano trovare risposta in una scatola magica piena zeppa di informazioni, non posso non pensare che informazione non è conoscenza e che una testa ben fatta sia sempre preferibile ad una testa piena di informazioni. Lungi da me voler apparire come chi dinanzi all’invenzione della stampa e alla nascita dei libri reagiva bruciandoli. Riconosco gli innegabili vantaggi della rete, della velocità dello scambio di informazioni tra persone che si trovano all’altro capo del mondo e anche del senso di libertà che può, paradossalmente, donare la rete, ma resto convinto del fatto che la conoscenza passi, anche e ancora, attraverso altri strumenti che oggi sembrano essere antiquati e sorpassati perché più lenti e in un certo senso più statici.

Sarà che la recente chiusura de “L’Unità” mi ha colpito e ferito non solo per le mie convinzioni politiche – la chiusura di un giornale è sempre una sconfitta per l’umanità e la libertà di espressione – ma resto convinto che nessun mezzo di informazione e comunicazione possa e debba scalzarne un altro e che internet possa spandere i suoi effetti migliori se affiancato a tutti i mezzi di informazione, non se li sostituisce. Usare internet credendo che sia il solo o il miglior mezzo di informarci e di conoscere cose di cui altrimenti resteremmo all’oscuro, perdersi l’inebriante odore di un libro quando lo apri per la prima volta o il rumore che fanno le pagine di un giornale quando le giri, o non avere una televisione o una radio “per sentire che la guerra è finita” ci impoverisce e ci rende peggio di tanti San Dionigi decapitati che mettono la testa in una scatola.

Perché peggio della sorte che toccò a San Dionigi c’è la fine dei soldati romani, pigri e svogliati, che non vollero salire fino in cima alla collina: non soltanto la storia li ignora ma, sono sicuro, avranno pagato con la vita la loro indolenza. Domiziano non era certo tipo che lasciava impunito chi disobbedisse ad un suo preciso ordine!!

Affidarsi sempre e solo alla rete sarebbe come se, ora, anziché godermi le sfumature che il sole regala al mare mentre ci si butta a picco io continuassi a scrivere e poi cercassi “virtualmente” una foto del tramonto su internet … Credo che certe emozioni si debbano vivere!!

p.s. : un appunto. A scanso di qualsiasi equivoco, necessita rimarcare che la presente riflessione è stata terminata ben prima del 29.08.2014, giorno in cui sulle pagine del supplemento “il Venerdì di Repubblica”, Federico Rampini esprimesse considerazioni sostanzialmente analoghe a quelle innanzi rassegnate. Da buon avvocato, ne ho le prove. Lungi da me la fantasiosa ipotesi di considerarmi, anche solo per contenuti, “al pari” di tale prestigiosa firma. Di certo, non ho sprecato la Peroni!