dic 12, 2014 | Post by: admin Commenti disabilitati

UNA SCATOLA DI LATTA di Mario Nino De Cristofaro

 

Nella mia personale classifica delle cause immediate di ansia e di panico la telefonata notturna è al primo posto, immediatamente seguita da una sua parente: la telefonata del sabato mattina.

Per due motivi diversi: la notte ti preoccupi veramente e pensi subito a qualche disgrazia (mica ti chiamano alle tre per annunciarti una vincita alla lotteria); al sabato il presentimento vola verso qualcuno (che diventa il tuo peggior nemico) che volontariamente e con gusto sadico vuole rovinarti la giornata che tu avevi minuziosamente organizzato e idealizzato come la G.M.O.A., la Giornata Mondiale dell’Ozio Assoluto.

Ed è con questo stato d’animo che affronto la telefonatasecondainclassifica con un “pronto” che somiglia al ruggito di un vecchio leone dietro le sbarre dello zoo, ferocemente rassegnato alle continue vessazioni dei bimbi oltre la gabbia.

“Mario, che hai? Come mai questa voce?”

Vaglielo a spiegare a mia sorella Lory tutta la storia delle telefonate del sabato e del leone fiero e rassegnato.

“Che voce? Tranquilla, tutto a posto”.

“Mah, sembrava non fossi tu?”

E chi pensavi fossi, un leone? Ma non gliel’ho detto per il motivo di cui sopra. “Quando esci, passa da casa”.

Mentalmente ripasso i passaggi programmati della mattinata: caffè, sigaretta, un paio di tiggì, doccia, abluzioni in bagno, altro caffè, altra sigaretta, passeggiata con Peter, spesa.

“Lory, verso mezzogiorno, altrimenti stasera”.

“Come vuoi, però vedi che è importante”.

Oltre che leone, mi trasformo in scimmia; la curiosità mi prende, anche perché, in caso di incombenze che possano distogliermi dai festeggiamenti della giornata dell’ozio, vorrei sbrigarle subito, come la faccenda del dente che fa male e che si deve togliere prima di ogni cosa.

“Devi venire qui se vuoi saperlo, non posso parlare al telefono” è la risposta alla mia curiosità scimmiesca.

Il tono della sua voce, un perfetto misto di grave e greve, non mi lascia indifferente. Cerco di accelerare le fasi programmate, decidendo di rinviare di qualche mezz’ora la conferenza stampa per le celebrazioni della G.M.O.A.

“Vedi cosa ho trovato mettendo a posto il sottoscala”, dice Lory con la voce leggermente rotta dalla commozione.

Mi presenta una scatola di cartone, perfettamente integra, la scritta Biscotti Doria con caratteri eleganti e rossi anni “60 che datano la sua origine, senza fare ricorso alle analisi del carbonio 14.

All’interno un pallone di cuoio, una scatola di latta con biglie di vetro, mattoncini Lego raccolti in una busta (quanto le avevo desiderate quelle costruzioni), indiani a cavallo, un paio ancora con l’arco teso, una flotta di navi (cinque) di plastica vuota (la più grande e bella misura ben 4 centimetri), pezzi di legno per simulare staccionate o mattoni, un paio di soldatini USA che profumano ancora di Dash, un carrarmato ribaltabile di latta ancora funzionante.

E un cervo ed un cerbiatto (du ciervi, avrebbe detto anni dopo Verdone: vuoi vedere che mi ha copiato?). E poi il trenino di plastica (manco a dirlo) che non ha mai funzionato perché, proprio il giorno dell’inaugurazione della De Cristofaro Railway, mio padre inserì la presa di corrente unendo i fili e tutto saltò, anche il treno. Ed il filo bruciato ancora appeso al binario è muto ed attonito testimone della tragedia.

E poi la scimmia (rieccola) che suona il tamburo; provo a girare la chiavetta a molla: funziona, è viva, anche se stanca, ma sempre sorridente.

I miei giocattoli, sapientemente e amorevolmente custoditi da mia madre, in segreto, per tanti anni, senza mai dirmi niente.

I giocattoli di un’intera infanzia che mi passa davanti agli occhi come un film. Come la scena dei baci di Nuovo Cinema Paradiso; lì Alfredo-Noiret aveva conservato per Salvatore un montaggio di tutti i baci tagliati dal parroco, qui è mia madre che mi fa questo regalo.

E’ un vortice di sensazioni, emozioni, come se in quella scatola fossero conservati urla di bambini, pomeriggi invernali trascorsi in casa, biglie che rotolano al sole di maggio, odori di merenda e di festa.

E’ come un assalto, un’imboscata tesa, stavolta, dagli alleati di un tempo, un improbabile esercito formato dal povero carrarmato ribaltabile di latta, dall’indiano con l’arco teso, dal mini esercito di marines americani, dallo sceriffo a cavallo, dall’intera flotta di cinque navi, da un vecchio pallone di cuoio che rotola su un vecchio binario sventrato, con al comando una scimmia sorridente che segna le fasi della battaglia suonando il tamburo.

Ed io ci casco, in questo assalto a Little Big Horn. E mi piace.

Il sabato pigro è rimandato: è tempo di ricordi.

 

E dopo tutto ci sono tante consolazioni!

C’è l’alto cielo azzurro, limpido e sereno,

in cui fluttuano sempre nuvole imperfette.

E la brezza lieve.

E, alla fine, arrivano sempre i ricordi,

…con le loro nostalgie e la loro speranza,

e un sorriso di magia alla finestra del mondo,

quello che vorremmo,

bussando alla porta di quello che siamo.

(F. Pessoa)