dic 12, 2014 | Post by: admin Commenti disabilitati

DUE SECOLI DI RAPPRESENTAZIONE ARTISTICA DELLA TOSSICODIPENDENZA di Alfredo Padalino

 

Se l’Ottocento è stato un secolo a trazione britannica, il Novecento si è configurato piuttosto come l’Evo americano: ogni cosa accaduta Oltreoceano, nel bene e nel male, prima o poi si estendeva a tutto il mondo, anche meno occidentalizzato; non esclusa la tossicodipendenza da stupefacenti che, da fenomeno elitario nell’Europa della Belle Epoque, soprattutto aristocratico e alto borghese, si trasformava ora negli USA in una realtà sociale di massa.

Ancora in epoca vittoriana, infatti, a cavallo tra romanticismo e decadenza, letterati di vaglia come De Quincey, i poeti maledetti, Conan Doyle o lo stesso giovane Doctor Freud, raccontano o analizzano il consumo di morfina e cocaina da una prospettiva in fondo bohemien, dunque positiva o, comunque, non pregiudizialmente ostile. Tant’è che, subodorando il lucroso affare, la monarchia londinese ingaggia ben due conflitti armati contro il morente Celeste Impero, pur di appropriarsi del traffico asiatico di oppio, ricoprendo di fatto il ruolo di pusher delle immense plebi abitanti il gigante cinese ormai allo sfascio.

La civiltà europea ammetteva così, implicitamente, che le potenze geopolitiche rivali, soprattutto gli antagonisti di origine esotica, potessero subire un’aggressione sistematica perfino mediante l’indebolimento psicofisico dei loro popoli; ma in patria no, il consumo di quelle sostanze doveva essere moralmente biasimato o, al limite, tollerato entro certi ambienti sociali circoscritti, i soliti, quelli del mondo artistico o della nobiltà debosciata.

Trascorsi decenni, sul finire della Seconda guerra mondiale, l’assunzione di droga è sempre legata, nell’immaginario collettivo, a una casta di privilegiati, corrotti adesso dal male assoluto, il Nazifascismo, come ben rappresentato nel capolavoro di Rossellini, “Roma città aperta”; oppure diventa oggetto di battute esilaranti nelle commedie più tarde di Totò, dove si trasfigura in “cacaìna” grazie a un Nino Taranto nelle vesti dell’ispettore doganale Mastrillo di chiare origini pugliesi.

Pertanto, là dove gli stupefacenti non sono così diffusi, si afferma la convinzione che quella pratica ricreativa è soltanto un vizio per pochi illusi, l’ultimo rifugio di ricchi traviati e senza futuro.

Tuttavia, ad affrontare di petto la questione, violando la censura occhiuta del Codice Hayes, sarà invece il cinema hollywoodiano degli anni ’50, con “L’uomo dal braccio d’oro” diretto da Otto Preminger e interpretato da uno straordinario Frank Sinatra insieme alla conturbante Kim Novak. Un ex detenuto, professionista del poker, è riuscito a disintossicarsi negli anni di carcere, imparando inoltre a suonare la batteria; ma una volta fuori, l’angoscia provocata da un rapporto coniugale ormai al capolinea, lo risucchia in breve tempo nel gioco d’azzardo e nella tossicomania. Solo l’amore di un’altra donna lo trarrà in salvo dall’autodistruzione, restituendogli un barlume di speranza.

L’approccio è cambiato, la pellicola impressiona un intenso dramma sociologico, al quale il Vecchio Continente perverrà lentamente, con i suoi tempi: l’Italia nel 1972 con l’accoppiata Mogol-Battisti, dipingendo struggenti “giardini di marzo”, troppo poetici tuttavia per essere compresi dal pubblico canzonettistico, quale metafora della tragedia che sta investendo le nuove generazioni. Poi, finalmente, tre anni dopo, arriva la voce di Antonello Venditti, con un lamento misto a rabbia, che intona “Lilly”, dove i “quattro buchi nella pelle” sono talmente icastici da non lasciare scanso ad equivoci di sorta.

In seguito, spetta al grande schermo fare la sua parte con “La luna” di Bernardo Bertolucci. Infine, uno strano asse siculo-romagnolo-brandeburghese si forma nel 1981, portando a piena maturazione la tematica, grazie a un campione d’incassi come “Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”, mentre sul palco di Sanremo trionfa Alice con “Per Elisa” scritta con Franco Battiato e Giusto Pio, un brano che allude alla schiavitù prodotta dall’eroina, personificata nell’eponima composizione di Beethoven: tra le righe di quella dipendenza amorosa, condensata nel verso, “lei ti ha plagiato, ti ha preso anche la dignità”, si cela in effetti una prigionia che logora e uccide gli individui più fragili e sensibili, sui quali presto si abbatterà la sindrome dell’HIV.

Ma questa è un’altra storia.