gen 10, 2015 | Post by: admin Commenti disabilitati

VIVA PANTANI! (prima parte) di Antonio Catalano

 

Ormai Carmelo lo comprava solo la domenica. Un rito che sostituiva la messa, che forse valeva di più, ma di cui non riusciva a fare a meno. Avesse smesso quest’abitudine gli sarebbe crollato l’ultimo legame con il suo passato. E forse non sarebbe stato proprio un male. Una volta lo comprava ogni giorno, non uno addirittura due, e, quando la situazione lo richiedeva – meglio: quando lui pensava che lo richiedesse – anche più di due. Ma erano altri tempi, i quotidiani allora ancora lo interessavano, potevano essere ancora uno strumento d’informazione, anche se tutti, o quasi, erano sempre dall’altra parte.

Ma ora, invece, erano solo noiosi contenitori di pettegolezzo (nel senso di chi va a contar tuti i peti de li altri) e di fatti che nascevano vecchi, perché ormai le notizie non aspettavano più il giorno dopo per essere raccontate. Ma poi, cos’è la realtà, si domandava. La realtà non parla da sola, bisogna saperla leggere, e per questo ci vogliono un paio di buone lenti. Altrimenti, si ha solo una volgare accozzaglia di fatti.

Ciononostante Carmelo continuava il gesto dell’acquisto, una sorta di coazione a ripetere. Ma solo la domenica. Per via dell’inserto letterario e della pagina sportiva.

In questa domenica di ottobre voleva innanzitutto approfondire la notizia appresa dalla radio mentre ancora con gli occhi cisposi di letto sorseggiava caffè bollente dalla sua tazzina di Capodimonte: la decisione dell’Uci – l’Unione ciclistica internazionale – di annullare a Lance Armstrong tutte le vittorie al Tour de France dal 1999 al 2005.

«Squalifica a vita!» aveva tuonato con voce baritonale il presidente dell’Uci Mc Quaid. «Il doping più organizzato e ingannatore degli ultimi lustri, quello sofisticato con Epo, ormoni e trasfusioni che è emerso dall’inchiesta dell’Usada, l’agenzia antidoping statunitense che lo ha squalificato a vita» scriveva il giornale. Armstrong aveva fatto incetta a quattro palmenti di sostanze dopanti per infilare sette Tour de France con la stessa facilità incontrata dalla lama rovente nel burro.

«Armstrong sta dando il colpo definitivo al ciclismo!» diceva Carmelo quando il texano vinceva. Ma non perché si facesse, non era questo il punto, secondo lui – «chi può dirsi fuori?» – ma perché il suo modo di correre, e soprattutto il suo modo di vivere il ciclismo, era completamente estraneo allo spirito di questo epico sport: ogni più piccolo particolare era calcolato in sede di pianificazione, dalla frequenza di pedalata al minuto al punto esatto dove e come iniziare l’accelerazione e, persino, le facce da mostrare alle telecamere mobili.

Carmelo, inoltre, considerava l’americano un cinico e freddo calcolatore che non si faceva specie di approfittare della difficoltà dell’avversario per guadagnare minuti preziosi: una catena scappata o – davvero brutto a vedersi – una caduta. Nulla doveva intralciare la strada che consegnava il robot della Us Postal all’unico obiettivo di stagione: il Tour, la Grande Boucle, il palcoscenico internazionale di grande prestigio ambito dalla macchina commerciale della Us Postal e di chi c’era dietro. Chi c’era dietro sì, perché Carmelo era più che convinto che «la Us Postal Service non è un semplice sponsor: è un’agenzia governativa Usa».

«Eroe Armstrong?» domandava sarcastico al cronista che ripeteva la solita manfrina dell’uomo che «è riuscito a combattere il cancro e diventare campione». «Eroe di cartone! Costruito nei laboratori farmacologici americani per innestare nella vecchia Europa un moto di simpatia verso un paese in calo di consensi». Questa era la verità che sbatteva con rabbia in faccia al cronista fissandolo allo schermo della televisione.

E siccome in questo mondo nulla esiste in sé e ciò che si apprezza è solo per contrasto, il Pirata di Cesenatico al cospetto del texano risultava appartenere a un altro pianeta o, meglio, al pianeta delle glorie del ciclismo: i Binda, i Bartali, i Coppi, i Merckx. Pantani, quindi, era il ciclismo. Pantani, che l’americano si ostinava a chiamare con disprezzo “l’Elefantino”, per via delle sue orecchie a sventola, era altro; lui non programmava niente, correva interpretando le sensazioni e quando arrivava quella giusta allora via la bandana, alé alé alé!

Che spettacolo, ragazzi! Il cuore di chi lo seguiva cominciava a battere con forza giovanile mentre la frequenza cardiaca del Pirata saliva oltre i valori di soglia. Marco danzava in punta di piedi sui pedali della famosa bici, una volta rigorosamente verde azzurro. Scalava come un camoscio quelle montagne che sapevano riconoscere i grandi ciclisti, e disegnava sui loro fianchi la traccia elegante del suo passaggio in mezzo a una folla gioiosa accorsa lassù a piedi o in bici, molti il giorno prima, per ammirare lo spettacolo di quel piccolo uomo dalle orecchie a sventola che danzava in punta di piedi sui pedali. E quando “scavallava” il passo lui si aggrovigliava al telaio e sfidava la gravità terrestre scendendo a valanga per l’altro fianco della montagna. Un po’ come quello strano ciclista della stampa che Carmelo aveva in soggiorno.

Non fu fortunato Marco, più volte cadde e di brutto, vuoi per causa di un fuoristrada che marciava in senso contrario, vuoi per un gatto (nero?) che gli attraversava la strada. Ma riusciva a riprendersi e a rimettersi sui pedali. Però la botta di quel dannato cinque giugno del 1999 a Madonna di Campiglio fu definitiva.

«È inutile girarci intorno: d’accordo, anche il Pirata ha fatto ricorso alla farmacologia, ma non fu il farmaco a farne un campione. Perché solo un campione come lui può suscitare gli entusiasmi che furono per i grandi. Sette – sette! – Procure gli hanno scatenato contro. Una Procura a lui un Tour ad Armstrong. Bravi

Circostanze oscure lo inabissarono nell’inferno dei farmaci legali finché non lo trovarono morto in quella squallida pensione di Rimini. Suicidato? Ammazzato? Per mamma Tonina non c’erano dubbi: il suo Marco l’avevano vigliaccamente ammazzato.

Voleva quindi, Carmelo, leggere innanzitutto le pagine dedicate alla “confessione” dell’americano. Lo farà più tardi, seduto al tavolino del bar sorseggiando il suo Campari bitter;un’abitudine presa da qualche anno, da quando ha ormai smesso di uscire in bici per colpa di quella brutta caduta scendendo dal Terminillo, dopo una curva in fondo al rettilineo fatto a ottanta chilometri all’ora che il manubrio gli vibrava come le ali di un colibrì. Maledetta curva! Si trovò davanti un compagno che la “quadrava”: un attimo di esitazione, una frenata brusca e la bici che s’impenna lanciandolo in aria per rovinare su uno spuntone di roccia che lo aspettava. Gelido silenzio nel gruppo, nessuno osava dire ciò che era naturale pensare nell’attesa angosciosa della sirena, e Carmelo che tremava per i brividi di freddo sul ciglio della strada, coperto solo dalle sottili mantelline dei compagni.

Trauma cranico e frattura del femore. Prognosi riservata di venti giorni, operato al femore che neanche se ne accorse, ma infine uscì dal coma e poi dall’ospedale; naturalmente con le stampelle. Tutto sommato gli era andata bene. Ma pagò un prezzo molto caro, per lui: appendere gli scarpini al chiodo. Un vero lutto. E così non gli rimaneva che seguire le gare amatoriali. «Daje Carmè!» gli urlavano i suoi ex compagni di pedale quando lo vedevano sul ciglio della strada. «Alé alé!» rispondeva lui sorridente ma con la morte nel cuore.

Mancava poco per sedersi al tavolino del bar di fronte alla chiesa, quando di solito il sagrato si riempiva di allegri fedeli appena congedati dal celebrante: saluti, abbracci, sorrisi e poi tutti a casa per il pranzo domenicale. Ludovico, il ragazzo del bar – quella domenica era particolarmente ansioso, nel pomeriggio sarebbe andato allo stadio per tifare la sua Maggica impegnata nell’infinita tenzone contro la vecchia ma sempre temibile Signora – lo aspettava per il Campari e qualche chiacchiera simpatica. Ma “sor Carmelo” tardava a venire.

Sor Carmelo era a due isolati più in là, fermo sul marciapiedi, in attesa che il semaforo lo invitasse a passare dall’altra parte. Alla sua destra una donna non giovane, ma decisamente interessante, diceva: «Ma vuoi capire che sei vecchietta ormai? Devi stare attenta, basta niente che finisci sotto le ruote!».

Con chi parlava quella bella e distinta signora? Certamente non con lui: primo, perché non era messo così male; secondo, perché non concordava il genere. Non gli sembrava strana e neanche infilava la voce in un microfono. Insomma, con chi parlava? Poi vide che aveva in mano un coso dal quale spuntava un nastro e finalmente capì a chi quella fascinosa signora aveva dedicato il suo accorato richiamo: a un minuscolo cagnetto peloso che prima aveva approfittato del guinzaglio lasco per lanciarsi nel vortice del traffico. E rendendosi conto la donna dello sguardo incuriosito dello sconosciuto passante, quasi a scusarsi, disse: «Sa, quando si è soli si parla con loro come fossero persone… ha dodici anni, non è più una signorina, un passo falso e zac! sotto una macchina».

«Se li porta bene sì!» rispose con accondiscendenza Carmelo anche se di cani e dei loro anni non ne capiva un accidenti, figuriamoci poi di quella pelosa cagnetta indecifrabile venuta su come un fuscello alla tirata di guinzaglio della sua padrona. Se li portava bene la padrona… e che forme! Se solo avesse saputo imbastire qualche parola sensata sui cani oltre la banalità di prima!

Così al verde del semaforo rimase inebetito a guardare la seducente padrona del peluche vivente allontanarsi ondeggiando le sue morbide anche; e quando finalmente si decise a muoversi, per poco non veniva arrotato come un minchione da una macchina che se lo trovò impalato davanti.

“Che stupido! Va be’ che è una bella gnocca, ma non posso ridurmi in questo stato! Suvvia, Carmelo!” disse a se stesso provando a darsi un contegno e riprendendo il cammino.

Molte cose erano cambiate nella sua vita da quando Rosaria era andata via con quel furgone. Da allora non si era più fatta sentire. Ricorda bene, Carmelo, la terribile sera in cui lei gli annuncia l’intenzione di chiudere il rapporto e di voler tornare giù al paese. Voleva urlare, piangere, correre via. Riuscì solo a dire: «Non è un rapporto idilliaco, ma neanche un rapporto attaccato col moccio, perdio!» in un misto di rabbia e dolore.

Non si era reso conto che ormai la donna con la quale viveva da lunghi anni non era più la sua Rosaria. Non ci aveva capito niente. Lui attribuiva la colpa alla stanchezza per la grande città, ai suoi tempi, alle sue distanze, ai rapporti possibili a condizione di ben ampie e studiate programmazioni. Una vita che non era per lei: traffico e lavoro, lavoro e traffico. Le rimaneva quasi nulla per gli interessi e le amicizie. La città le chiedeva energie maggiori di quanto lei potesse disporre, le prendeva tutto, la intristiva; era, insomma, stanca della continua agitazione della metropoli che non conosce riposo. Da tempo diceva di voler condividere un’esperienza di vita comunitaria, soffriva infatti l’esser soli in una scatola di cemento, soli di fronte ai bisogni, soli di fronte al tempo che consuma. Non che avesse fantasie bucoliche né romanticherie del genere: era una donna robusta e concreta, nata e cresciuta in una terra che non lasciava spazio a simili fantasticherie.

Si volevano bene, si rispettavano, riuscivano ancora a parlare senza difficoltà di quel che accadeva nel mondo; ma l’amore era svanito da tempo, e la casa diventata lo spazio coatto dell’isolamento reciproco, amplificando un silenzio che lasciava entrambi soli. E due solitudini accanto fanno un totale straziante. Rosaria trascorreva il tempo libero in casa a leggere i suoi libri o davanti al computer; Carmelo, più o meno, faceva altrettanto. E nessun figlio per casa.

Rimase impalato come un babbione quando Rosaria gli disse quelle parole. «Ho deciso, torno dalle mie parti». Sei parole che segnavano un nuovo destino. Era toccato a lei dar voce alla realtà delle cose; a lei, che non amava parlare e meno ancora teorizzare, che spesso esprimeva il suo pensiero solo con gesti e sguardi; il contrario di lui, che ricamava pizzi su ogni questione, anche la più insignificante. Glielo disse in cucina: lei in piedi, i pugni chiusi sul tavolo; lui di fronte, accanto all’acquaio, intimorito.

«Parliamone, non è possibile finire così, perché arrenderci?» riuscì appena a dire Carmelo con le labbra tremanti. Parole deboli come foglie d’autunno che cadono senza neppure un alito di vento.

«Arriva il momento in cui bisogna capire che una storia si deve chiudere. Parlarne non serve. Ci si macera e basta. Siamo stanchi. Lasciamo stare. Evitiamo di farci del male» aveva detto lei.

Non era fatta, Rosaria, per sopportare la vita come una disgrazia che prima o poi deve finire. Andò via un bel giorno di maggio con un vecchio furgone pieno di tutte le sue poche cose, che Carmelo vide svanire in una nuvola di fumo nero.

(continua)