gen 10, 2015 | Post by: admin Commenti disabilitati

L’ULTIMO VIAGGIATORE: RICORDANDO TIZIANO TERZANI di Anna Rita Martire

 

Il 2014 ha visto cadere la ricorrenza del decennale della scomparsa di una delle voci più originali del giornalismo italiano: Tiziano Terzani.

Il suo è stato un percorso di vita molto particolare, umano e professionale. Dalla sua Firenze, amata come si può amare un’amante che spesso delude, approdò come corrispondente dall’Asia della rivista tedesca Der Spiegel, diventando, nel corso della sua permanenza nei vari paesi orientali, uno dei più profondi conoscitori del continente asiatico.

A ripercorrere la sua esperienza si resta incantati come di fronte al più avventuroso dei romanzi: dall’infanzia poverissima, quando con i suoi genitori andava in centro “a guardare i ricchi che mangiavano il gelato”, all’impiego all’Olivetti dopo una laurea brillante alla Normale di Pisa, dall’unico amore di sempre- sua moglie Angela Staude – alla sua presenza in Vietnam durante la guerra civile, alla scampata esecuzione sommaria da parte di un gruppo di Khmer rossi in Cambogia (sventata perché un istante prima che il soldato premesse il grilletto… con il fucile piantato in faccia… Tiziano scoppiò a ridere..!).

Leggendo “La fine è il mio inizio”, il libro in cui, prima di morire, racconta al figlio Folco il grande viaggio che fu la sua vita, ci si profila innanzi agli occhi un uomo straordinario, coraggioso, animato da una curiosità vivacissima e sempre pronto a scoprire ciò che di più profondo e universale si celava dietro i volti delle persone, più che dei fatti.

Il suo rapporto con il giornalismo fu mediato costantemente da un grandissimo senso della Storia, nonché dall’aperta contestazione della tanto pretesa “obiettività” dell’osservatore. Contrario alle scuole di giornalismo (“E’ assurdo andarci, è come andare a scuola di poesia. Che impari? Chi ti insegna a fare il poeta?”), il suo modo di operare è stato leggere tanto, leggere tanta storia; per mettere i fatti di oggi in un contesto e guardare la cronaca non con il microscopio, ma con il cannocchiale.  

Profondamente critico nei confronti del giornalismo “da bar” imperversante negli ultimi anni, entrò in crisi con la sua professione proprio durante la guerra civile cambogiana dei primi anni Settanta quando, su un campo di battaglia, tornò indietro verso il fuoco per raccogliere da terra e caricarsi sulle spalle una donna morente, con la bocca e gli occhi pieni di mosche.

Quella donna era una khmer, un’assassina, ma Terzani compie quel salto interiore che diventerà la sua caratteristica unica, e che renderà i suoi scritti avvincenti e ricchi molto più di un “articolo” di giornale.

Negli anni Ottanta si trasferisce in Cina con tutta la famiglia, per vivere in prima persona quello che, nei suoi sogni di giovane rivoluzionario, gli era parso l’esperimento di ingegneria sociale più ardito del Novecento: il maoismo.

Di fronte alle atrocità commesse dal regime, alla sistematica distruzione di tutte le vestigia di una grande civiltà quale era quella cinese, la delusione fu cocente.

Tuttavia Terzani mai si adeguò alla tendenza propagandistica richiesta dal potere, percorrendo in lungo e in largo tutto il Paese, e scrivendo una serie di articoli che gli avrebbero costato l’espulsione con l’accusa di attività controrivoluzionaria.

Il materiale, confluito poi ne “La porta proibita”, testimonia un amore appassionato per la cultura cinese autentica, capace di infondere un’aura di grandezza a passatempi “piccoli” come l’allevare i grilli in inverno, “per sentire, al gelo, il suono della primavera”.

Dopo una infelice parentesi in Giappone, esperienza che gli costò una grave forma di depressione, causata anche dallo sconcerto di assistere alla vita frenetica e grigia di un popolo ridotto ad una “macchina per fare soldi”, per onorare una profezia fattagli da un indovino cinese nel 1976 a Hong Kong, che lo aveva avvertito di non volare nel 1993, Terzani decide di percorrere l’Asia in treno, in nave, in auto e talvolta anche a piedi, continuando la sua attività di corrispondente per Der Spiegel e rinnovando ancora una volta il modo di guardare i luoghi, i fatti, le persone.

Dopo la Cina, il paese che lo fece nuovamente innamorare, fu l’India; e lì, tra i mille e più odori di sterco di vacca, di putridume, spezie e colori cangianti, trova la via spirituale tanto a lungo agognata.

Nel 1997 gli viene diagnosticato un linfoma allo stomaco, e anche in una situazione che ai più sarebbe parsa come un dramma da subire, Tiziano si inventa un ruolo per essere protagonista attivo anche nella malattia: dopo le cure chemioterapiche in America, della quale traccerà un ritratto inquietante, si mette in viaggio per tutta l’Asia per sperimentare le strade che gli uomini cercano per combattere la sfida con il nemico più insidioso di tutti, il dolore.

Il viaggio estremo alla ricerca di una cura si conclude ai piedi dell’Himalaya, dove trascorrerà svariati mesi con un vecchio saggio, in una casa senza acqua corrente, elettricità e collegamenti telefonici.

Fortemente scosso dai fatti dell’11 settembre a New York, in aperta polemica con la cultura dell’odio fomentata da Oriana Fallaci, si rimette in viaggio verso le zone dilaniate dalla guerra, per conoscere dal di dentro le ragioni degli “altri”.

Peshawar, Kabul, Quetta: entra nelle vite e nella cultura della gente, nelle madrasse (oggigiorno il termine madrassa può essere  utilizzato genericamente per qualsiasi scuola o istituzione formativa, sia essa specificamente islamica, laica o di altre religioni – n.d.r.)  che rappresentano l’unica occasione di alfabetizzazione per i bambini, arrivando a comprendere che l’estremismo islamico altro non è che l’alternativa di giustizia sociale per i poveri del mondo, dopo il crollo delle illusioni comuniste.

Nasce “Lettere contro la guerra”, libro che si dovrebbe leggere e studiare nelle scuole, dove, invece di una fin troppo facile demonizzazione dei “barbari terroristi”, si trova un invito inesausto alla conoscenza e alla comprensione.   

Tiziano Terzani muore, o –come preferiva dire- “lascia il suo corpo”, nel luglio del 2004. Come ultima residenza, dopo tanto peregrinare, scelse di tornare alla sua Toscana, nel  borgo di Orsigna, la sua “piccola Himalaya”.

Rifiutando ogni visita, fatta eccezione per la moglie, i figli e i contadini che gli portavano verdure, uova e latte, trascorre in serenità i suoi ultimi giorni, nella “gompa”, la capanna in stile tibetano accanto alla sua casa in campagna.

Nell’aprile 2014, esce “Un’idea di destino”, raccolta dei diari tenuti da Tiziano per tutta la sua vita.

Questo ritratto di Terzani non è affatto completo, impossibile racchiudere in poche pagine una vicenda umana tanto piena e particolare; tuttavia, mi piace concludere con alcune delle sue parole che possono significare tanto per le nostre menti indaffarate e inquiete.

“Libertà. Non c’è più. Non siamo mai stati così poco liberi, pur nella apparente libertà enorme di comprare, di scopare, di scegliere fra i vari dentifrici, fra le quarantamila automobili, fra i telefonini che fanno anche la fotografia.

Non c’è più la libertà di essere chi sei. Perché tutto è già previsto, tutto è già incanalato e uscirne non è facile, crea conflitti. Quanta gente viene rigettata dal sistema, perché non rientra nel modello? Ma non c’è altro, c’è solo una spinta verso il mercato.

Questa è la grande tragedia. E le scuole oggi non sono fatte per insegnare ai ragazzi a pensare, sono fatte per insegnare ai ragazzi a sopravvivere, per insegnar loro cose con cui poi trovano un posto in banca. E quando ne esci sei condizionato.

L’uomo è ormai succube dell’economia. Occorrono nuovi modelli di sviluppo. Non solo crescita, ma parsimonia.

Questo uomo è penoso, penoso! Millenni per non progredire di un passo. Il mondo è pieno di violenza, di egoismo. L’uomo ha paura della morte, ha paura di tutto, si sente insicuro, non sa chi è.

Ci sono moltissimi stimoli oggi per cui la mente non è mai in pace. Non riesci a fare pensieri lunghi. I pensieri sono corti come uno spot televisivo e il silenzio non esiste più.

Nell’Himalaya c’erano dei bruchi luminosi. Sono incredibili. Non sarebbe bello a un bambino raccontare delle favole su questo bruco? Il mondo gli si anima, no? Altro che la televisione e andiamo a mangiare la pizzettina! Ogni giorno la violenza ce la facciamo da noi. Basterebbe dire “Basta!”. Pigli il bambino  e lo porti la notte a vedere le lucciole.

Punto e basta.”