gen 31, 2015 | Post by: admin Commenti disabilitati

VIVA PANTANI! (seconda parte) di Antonio Catalano

Rimase quindi solo in quella casa. Gli cascava il mondo addosso. Proprio lui che si sentiva così forte, inattaccabile, capace di fronteggiare con vigore le vicende della vita. Ma quel finale non l’avrebbe mai immaginato.

Le giornate divennero lunghe, la casa troppo grande, e i ricordi gli martellavano la mente. Tutto intorno gli ricordava lei, persino la tivù e il computer. Ma tutto era muto. Un silenzio mortale.

Giorni terribili in cui sperimentò il vuoto. Dimenticò il lavoro, gli impegni, gli interessi, il mondo, il tempo. Una nebbia callosa offuscava la sua mente. Non ha mai saputo quanto tempo passò in quello stato: un mese, un anno, di più? I suoi migliori amici lo consigliavano di farsi “aiutare”, ma lui non aveva fiducia in quegli stregoni, voleva solo vivere il dolore che meritava e, rischiando di esagerare, immergersi nella sofferenza senza conoscerne il punto estremo di sopportazione: vagava disperato come si trovasse in una sterminata prateria bruciata da un impazzito cacciatore di pelli.

Ma anche nei momenti più bui sentiva che qualcosa sarebbe accaduta, viveva in lui una sorta di attesa messianica della rinascita. In quei giorni gli venivano sempre incontro le parole di un grande poeta – “Tutto vale la pena, se l’anima non è piccola” – quando si domandava se valeva la pena soffrire così tanto.

L’unico conforto che quell’inconsolabile periodo riservò al suo povero animo fu una traccia che andava e si ripeteva per ore: i tasti del piano sgocciolavano l’immensa dolcezza di un sogno fanciullo che il sottile suono della tromba rendeva ancora più magico. “Oggi sono finito in un paese bellissimo”, scritto da un suo caro amico. Terminava e ricominciava. Senza sosta. Una dolcezza ipnotica e struggente.

Tutto scorre, e anche quel periodo finalmente terminò. Scoppiò allora in lui il bisogno infinito di aprire il suo cuore per liberarsi dei pesi divenuti nel tempo macigni enormi, per alleviare la sofferenza interiore prima che si introverta e diventi brutta e cattiva; anche se ancora gli capitava di rivolgersi a un Signore che gli asciugasse le lacrime.

Quando finalmente terminò il penoso ma necessario lutto, si guardò intorno e decise per prima cosa di rivoltare la casa come un calzino.

Prima era Rosaria a darle le giuste pennellate, non s’era mai interessato lui all’architettura domestica; gli andava bene come faceva lei: i colori delle pareti e delle tende, i mobili, i tappeti, i quadri, i pendagli di madreperla appesi al soffitto. Persino quei tediosi suoni rarefatti mescolati al profumo d’incenso.

Per prima cosa, appese in soggiorno il grande quadro della mattanza che aveva comprato tanti anni prima a Carloforte, ma che aveva dovuto nascondere in cantina perché Rosaria lo riteneva crudele. Poi librò la sua fantasia per riempire la casa di nuovi colori, nuove immagini, nuovi odori, nuovi suoni.  

Ma soprattutto, oltre a continuare a scrivere per la rivista on line alla quale collaborava da anni con i suoi articoli di politica e società, cominciò a dedicare gran parte del suo tempo a raccontare storie ispirate ai fatti della vita. Batteva sui tasti, e sotto i suoi occhi prendevano corpo storie di cui diventava il primo lettore incuriosito. E non di rado ne rimaneva stupito, a volte addirittura stordito. Al punto di domandarsi: «Chi le ha scritte?». 

«Allora, sor Carme’, che è successo? Pensavo nun venisse più» gli disse Ludovico appena lo vide.

«Purtroppo, sono venuto».

«Purtroppo perché, se non mi impiccio troppo dell’affari sua?»

«Lasciamo perdere Ludovico caro… ma dimmi, parliamo di cose serie: ‘gna famo o nun ‘gna famo?»

«Sor Carme’, ma che state a di’? Oggi je famo vede li sorci verdi a ‘sti prepotenti de’ juventini!» disse più per darsi coraggio che per vera convinzione.

«E allora daje! Forza Roma forza lupi so’ finiti i tempi cupi!»

«Grande, sor Carme’! Sempre forza maggica Roma!»

Alla tivù c’è Armstrong che parla dalla hall di un albergo di lusso della sua Austin, in Texas. Parla mordendosi le labbra. Carmelo, naturalmente, non crede al suo pentimento: il viso del texano è la stessa maschera che indossava quando mulinava novanta pedalate al minuto sull’Alpe d’Huez.

L’americano sta ammettendo di essersi sempre drogato: agli esordi col cortisone, poi con trasfusioni ed Epo, infine con sistemi incredibilmente sofisticati, elaborati da una cerchia protetta di professionisti al servizio della Us Postal Service. A Carmelo non suonano come parole di verità; anche ora l’americano continua a fare il robot: parla come per sbrigare una pratica, seppure ingombrante. Niente può convincerlo a credere che anche in questo caso l’americano non abbia fatto i suoi calcoli: per sua stessa ammissione, è uno abituato a calcolare tutto nella vita.

E mentre Armstrong pronuncia la sua “confessione” arrivano urla scomposte dalla strada. Che sarà mai, si domandano nel bar. Fuori c’è un signore intorno ai sessanta che grida a squarciagola agitando le braccia; nella sua mano destra ha un collo di bottiglia rotta che brandisce contro chiunque provi a passare di là. Ce l’ha col mondo, con la vita, con tutti, ma in particolare con quella stronza della Fornero. «Stronza, bastarda, mi hai rovinato la vita!» urla il poverino.

Strepita, sbava, si dimena. Ma all’improvviso, come un orso a cui hanno sparato un potente sonnifero, si accascia di botto sull’asfalto. E solo allora i vigili, prima a buona distanza, accorrono e lo afferrano per le ascelle, lo stendono sulla panchina vicina e chiamano il centodiciotto. La circolazione finalmente riprende, ma per un po’ procede a singhiozzo: ognuno vuole vedere in faccia quel pover’uomo. Intanto, le note di una sirena annunciano l’arrivo dell’autoambulanza.

Quanta disperazione! Sistema di merda, si dice Carmelo guardando impotente la scena. Vorrebbe fare qualcosa, ma cosa? Per il momento non può fare nulla, potrà solo scrivere per la sua rivista un articolo. No, meglio un racconto.

Rientra nel bar con impressa negli occhi la faccia disperata e impazzita di quel pover’uomo e trova ancora sul grande schermo l’algida maschera dell’americano. Ha un sussulto nervoso, una forte insofferenza gli monta nel vedere il texano sempre lì a “confessare” nell’albergo di lusso di Austin.

Si siede, allunga la mano al bicchiere del Campari e mentre sorseggia il suo aperitivo si domanda: “Perché sono così indulgente con Pantani quanto spietato con Armstrong? Perché il secondo ha accettato il sistema? Ma anche Pantani lo aveva accettato. Perché mi è antipatico? Sicuramente. Ma simpatia e antipatia non sono parametri per interpretare il mondo. Qual è dunque la differenza tra il Piratael’americano?”

È assorto in questi pensieri con lo sguardo perso nel vuoto, passa un tempo indefinito, quando all’improvviso: Eureka! Il primo ha accettato il sistema, il secondo è il sistema! Ecco la differenza.

Marco, stritolato e trascinato nel fango, ha saputo attraversare, fino all’estremo, nella solitudine di una squallida camera d’albergo, tutto il dolore – un dolore perfetto – che lo ha riscattato; recuperando così, pienamente, la sua umanità e il posto che giustamente meritava: il podio più alto.

Finalmente la risposta che cercava da tempo.

Ritorna con lo sguardo all’americano, lo fissa, poi con calma si alza e si dirige verso il grande schermo piatto, si ferma, gonfia il petto e urla un liberatorio «Viva Pantaniii!».