gen 31, 2015 | Post by: admin Commenti disabilitati

DESIGN POSTMODERNO E GUERRE ESTETICHE di Alfredo Padalino

 

Come saremo nei prossimi decenni? Dove riporremo o appoggeremo i nostri abiti del futuro? Come vestiremo? Esisterà ancora una tendenza a omologare il gusto dell’abbigliamento e degli arredi? Saremo ancora influenzati dalle scelte creative di stilisti e designer?

E ancora: in che misura le nuove applicazioni tecnologiche di attuali ricerche scientifiche altereranno il nostro modo di calzare una scarpa e di abitare? La mondializzazione neocapitalistica produrrà anche una massiccia occidentalizzazione linguistica del pianeta?

Assistiamo già da tempo a una forma di colonizzazione estetica dell’intero Globo; dovremo attenderci, pertanto, che dappertutto le persone assimileranno passivamente le proposte dei nostri sacerdoti della Moda e del Design?

Per fortuna l’ingerenza egemonica del nostro spirito creativo esporta e diffonde nel contempo anche i concetti di individualismo e diversità, come valori da coltivare.

Il cittadino futuribile, utente e consumatore, potrà rispondere più facilmente al narcisismo di cui siamo interpreti, magari rielaborando un proprio modello di Design alternativo al nostro. L’apertura, infatti, delle frontiere internazionali abbraccerà gli aspetti immateriali della produzione umana, come la progettazione industriale, moderna rivisitazione dell’attività artigianale che strizza l’occhio all’arte.

I prossimi decenni trasformeranno definitivamente il nostro pianeta in un solo grande mercato, dove ognuno potrà vendere e acquistare ciò che desidera, incluse idee e competenze professionali per disegnare e confezionare vestiti o per inventare e realizzare mobili in grado di contenerli. Incoraggiare gli altri popoli a esprimersi secondo i canoni del Design, trasfigura le loro culture in qualcosa di irriconoscibile e di inautentico, e tuttavia rappresenta l’unico canale di accesso per sopravvivere nell’età della tecnica, reagendo allo strapotere occidentale.

Il Novecento è stato, infatti, il secolo del massimo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma anche della sua massima emancipazione. Nel momento stesso in cui i nostri avi realizzavano il più vasto dominio mondiale della storia, fornivano contestualmente alle civiltà vinte e umiliate i dispositivi ideologici e materiali per liberarsi da quel giogo politico-militare senza precedenti.

Nel frattempo nuove forme di assoggettamento davano l’assalto “pacificamente” agli altri continenti, dispiegandosi come neocolonialismo economico, sotto forma di subdola e fascinosa invasione di prodotti euroamericani che, tuttavia, incorporava anche un inedito stile di vita; infatti, adoperando i nostri beni e usufruendo dei nostri servizi, i restanti 4/5 della popolazione umana acquisivano simultaneamente i nostri rapporti sociali, con annessa capacità percettiva e connesso linguaggio comportamentale, sebbene nella modalità di una vita media (o mediocre), standardizzata.

È un po’ come se, pagando in contanti o tramite carta di credito, indiani cinesi e sudafricani avessero acquistato un dovizioso pacchetto di offerte strabilianti da un’agenzia turistica statunitense, unica nel suo genere, in grado di farli vivere alla stregua degli Occidentali, ma stando fermi, immobili, senza allontanarsi di un millimetro dal proprio habitat culturale, lasciandosi piuttosto sedurre da un portentoso itinerario merceologico. Un’agenzia a domicilio, quindi, che raggiungeva le lande più sperdute della Terra, penetrando nelle case di chiunque, per insinuarsi infine nelle teste degli abitanti con passaporto BRICS.

Dal controllo diretto basato sulla forza delle armi, si è passati a uno meno visibile ma ancor più stringente di tipo economico; e quando, infine, questo ha raggiunto la dimensione rarefatta, astratta della rete finanziaria globale, gli status symbol hanno prevalso sulle cose, ribaltando gli equilibri geopolitici del terzo millennio.

Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica hanno già raccolto la sfida delle vecchie nazioni imperialiste, prospettando un diverso livello di scontro planetario, un Risiko più sofisticato, apparentemente incruento, senza genocidi plateali, ma pieno d’incognite. Sarà una strana guerra combattuta, tuttavia, con la violenza della metafisica simbolica: flussi di denaro virtuale, know-how e brand di qualità, una triade formidabile e irresistibile accomunata dalla tecnica, ciò che rende possibili le metamorfosi sociali della contemporaneità.

Se la tecnica è pertanto l’essenza del nostro tempo, allora il Design è il biglietto da visita della nostra civiltà e, perciò, anche il destino morfologico dell’oggettualità utilizzata dagli altri popoli, i quali, per affermare potentemente la propria identità e differenza, dovranno approntare un modello di progettazione carico di valenze inedite, un’idea di estetica industriale radicata nella tradizione, ma altamente competitiva.

L’utopista postmoderno s’illude che i sanguinosi conflitti della nostra epoca si possano un giorno spostare sul terreno dell’agonismo esclusivamente creativo, anche di quei professionisti, chiamati designer, che operano in effetti nel cuore stesso dell’organizzazione postindustriale. L’aspetto ludico di questa peculiare attività produttiva potrebbe infatti convogliare e finanche tramutare l’aggressività che da sempre ci portiamo dentro, in una fonte di energia simbolica volta a riempire, in qualche modo, il vuoto esistenziale che ci deprime; anche se questo contenuto dovesse assumere le sembianze del cattivo gusto, perché, in fondo, il kitsch è la categoria estetica che meglio rappresenta l’attuale confusionismo globalizzato.