gen 31, 2015 | Post by: admin Commenti disabilitati

IL TEATRO DELL’UMANA TRAGEDIA di Giusi Fontana

 

‘Ho provato a ricucire il cielo’ – di Anna Rita Martire – presentazione al Circolo Unione di Lucera sabato 31 gennaio ore 19.00

La silloge poetica “Ho provato a ricucire il cielo” rappresenta la seconda tappa editoriale per  la scrittrice lucerina, dopo il romanzo ‘Senza pelle’; e probabilmente colpisce non tanto il fatto che vi sia stato, nel suo percorso, un cambio repentino di genere – dalla prosa alla poesia- ma che esso abbia aperto due strade entrambe importanti e percorribili, nel segno di una sensibilità letteraria versatile e non comune.

Non è improprio perciò parlare di un talento artistico; e in questo libro di poesie lo si scorge facilmente, soprattutto nella musicalità del verso, che sorregge le parole e le governa, pur rispettandone il ritmo di misura scelto, che è spesso l’endecasillabo.

Quella di Anna Rita Martire è una raccolta poetica dalle tinte forti: parole dette contro ogni guadagno da offrire “agli impiegati della vita” (p. 65), e che spesso assumono il colore rosso del sangue.

A monte sembra esserci uno strappo, che sa di genesi antiche: tra il Caos e il Cosmo, la terra e il cielo, e l’una e l’altra parte di noi stessi, anime ‘in frantumi’ (p. 67) o alla ricerca di uno specchio che ci riveli, e a cui tentiamo di sfuggire perché in quell’immagine è scoperto un inganno (“La maschera e lo specchio”, pp. 52-53). A fare da sfondo v’è un materialismo che si erge a padrone dei congegni universali; un nulla dal sapore leopardiano che rende il mondo ‘vago e senza cielo’ (p. 58), e che fa l’uomo poco docile al mistero, in cerca di ragioni disperate – e disperanti – che lo pongono arrabbiato e in lotta sempre con il creatore (“ostile a Dio”, p. 47) ed il creato (“La terra ti delude, invochi il sangue…/ Non ti ribelli più, li guardi e passi…” , p. 56).

Ecco allora ‘due mani /convulse/levate/all’indifferenza/del cielo” (p. 20); un cielo remoto e ingannevole, che “dista troppo dalla cieca speranza/di ricevere un giorno l’equilibrio” (p. 34).

E’ forse in questa misura estrema della ‘distanza’ che può leggersi il senso nascosto dei ‘significanti’ , ossia delle parole: quello di un confine violato, come se una lamina di piombo, orizzontale, si fosse frapposta tra l’autrice e lo spazio verticale, e lì pesi col suo ingombro (“ti liberi la schiena dal gravame / ma è vuoto e lontananza ciò che stringi”, p. 56).

Un cielo nero, dunque, o color rosso fuoco, in cui tutto sembra pesare troppo, e “niente/ serve/ a niente” (p. 68): “Perché mi venne imposta questa vita?” (p. 19), “Io bramo uno spiraglio d’Infinito/per sposare Caos e Cosmo dentro me”(p. 48).  Di fronte ad esso il gesto del poeta è quello di chi si ribella al cieco caso, o al Dio impassibile padrone dei lucchetti che chiudono la via verso l’alto: che parli, allora, o muoia! – urla la voce dell’autrice (p. 16).

E’ ancora il teatro dell’umana tragedia, quello che rivive in questi testi, con le sue maschere e gli sberleffi, disegnati sul volto di chi regge i meccanismi dell’ordegno[1] universale (“La maschera bifronte del teatro antico / piange e ride per me e di me”, p. 55). Maschere quasi sempre solitarie si aggirano in questo universo, ove il silenzio stesso è talora una minaccia (“E nel silenzio buio della stanza /a terra sta seduta l’Illusione / che bacia, tra i sogghigni, la Speranza”, p. 58) e dove una voce particolare è quella che grida il teatro dell’assurdo, ma pare ergersi tra le altre solo ad abitare lo spazio autistico del suono: “Sta quasi per sparire sotto il drappo …/ Rinchiudersi, sfumare, sì! da sola / urlando il suo diritto all’esistenza” (p. 53).

Tuttavia, al di là dei ‘significati’, vi è una forza che resiste, agendo da dentro nel verso, e che demolisce persino il messaggio che ‘il nulla’ ripete: è il cerchio del ritmo, che mantiene quella sostanza di vita franta (che neanche più anela) in un limbo sospeso, uno spazio musicale e leggero dove le parole scorrono potenti a bucare i tappi di silenzio (p. 38), a rincorrere mondi possibili anche quando essi non sono stati, riuscendo così a farne tocco che si sente pur nel dolore dell’assenza: “… delle scelte che non abbiamo fatto, gravita in terra polvere dorata, che brucia il viso quando s’alza il vento” (p. 35).

Ciò che vince, sulla forza bieca del nulla, è dunque la poesia stessa: quella con cui, appunto in questo nuovo edito,  Anna Rita Martire ‘ha provato a ricucire il cielo’.

E la poesia, sulla scia dell’eterno percorso dell’arte, è proprio quella che fa passare all’orecchio l’armonia di un canto dolente, e che si lascia ascoltare.  

Una chiusa dal sapore meriniano ne è forse la sintesi perfetta:

“L’inferno della mente è il solo luogo

dove anche in pieno giorno si accendono le stelle” (p. 41)



[1] Il termine ordegno è tratto da “Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale” in Ossi di Seppia di Eugenio Montale.