mar 28, 2015 | Post by: admin Commenti disabilitati

UN BARBIERE PER AMICO di Alfredo Padalino

Due fili conduttori possono enuclearsi dalla trilogia di Beaumarchais, rivisitata in chiave operistica da Paisiello, Mozart e Rossini: l’amore e il denaro, massimi fattori deputati a infrangere le barriere sociali costruite nell’epoca moderna, due motori incorporati nell’uomo contemporaneo a cui l’idealismo ha dato il nome di libertà. L’onda lunga di Figaro, il barbiere di Siviglia, scavalca, infatti, la tempesta rivoluzionaria atlantica e rivive, in modo esemplare, nella celebre versione in musica del compositore marchigiano, scritta quasi di getto su libretto di Cesare Sterbini e rappresentata a Roma al Teatro Argentina, pochi mesi dopo la débacle napoleonica a Waterloo.

Il primo motore: l’AMORE!

Il sentimento che lega il Conte d’Almaviva a Rosina, induce il nobile madrileno a cercare disperatamente a Siviglia ciò che i suoi pari trovano facilmente nella capitale spagnola. Ma c’è un valore aggiunto nella sua vicenda amorosa identificabile nella purezza di un affetto che, forse, gli aristocratici ben integrati nel sistema dell’Ancien régime, difficilmente possono sperimentare, essendo i matrimoni da loro contratti tutti già preconfezionati dalle rispettive casate. L’amore diventa così il motore della libertà anche spregiudicata del Conte, il quale, sebbene un po’ vergognandosene, non disdegna tuttavia travestimenti ridicoli e una certa sudditanza psicologica nei confronti di Figaro, per ottenere la mano di Rosina, una fanciulla a sua volta determinata a rompere con arcaiche convenzioni sociali e, per questo, disposta a ricambiare l’amore sincero di colui che crede uno studente squattrinato.

Figaro è l’immagine ormai mitizzata del popolano intelligente, dall’arguzia memorabile. Animo sensibile, poetico, quindi colto ma soprattutto libero, al punto da essere refrattario agli ingranaggi della burocrazia monarchica nei quali l’aveva inserito la benevola raccomandazione del Conte d’Almaviva. Dopo aver girovagato per la Spagna intera, sceglie di aprire bottega a Siviglia, facendo dell’intraprendenza la sua professione, ben lieto di vivere tra gente di qualsiasi ceto, ma con un occhio di riguardo alla nobiltà andalusa di cui diviene un implacabile quanto sottile canzonatore. La prospettiva di un generoso compenso alimenta la fiaccola della sua vivace intelligenza. Simpatico, curioso, ottimista e ironico, Figaro è il simbolo della borghesia in ascesa, del Terzo stato che avanza inarrestabile in piena epoca dei Lumi, proprio alla vigilia del fatidico 1789.

Il secondo motore: il DENARO!

Appartenente invece alla borghesia oscurantista che bolla il secolo dell’Enciclopedia come barbaro e corrotto, il medico Don Bartolo è dichiaratamente reazionario, in quanto pone la sua condizione sociale a totale servizio dell’autorità costituita, che ha regole minuziose e ben collaudate a garanzia dell’esercizio limitato del potere statale. La sua palese avidità è considerata un vizio soltanto nell’ottica moralistica dell’aristocrazia, poiché l’accumulazione di ricchezza, condotta a fini di investimento produttivo, striderebbe alquanto con lo scialo voluttuario al quale sono invece dediti affannosamente i nobili dell’Europa continentale. Tuttavia, l’appropriazione della cospicua eredità di Rosina va in direzione opposta a quella del nascente capitalismo: per via, infatti, delle sue intime convinzioni, segno di una mentalità retrograda, Don Bartolo si autorelega a ultimo paladino dell’assolutismo feudale. La sua vecchiezza è felice metafora di una sclerosi culturale irreversibile, che sgancia perfino alcuni recenti parvenu dalla travolgente locomotiva borghese, condannandoli a conquistarsi, ancora una volta, un anacronistico e, di lì a poco, inutile, titolo nobiliare.

Don Basilio è invece la personificazione della furbizia clericale di ascendenza gesuitica, che dispensa cinismo al miglior offerente, pronto a spergiurare in vista di un guadagno sicuro.

L’idealismo suole chiamarla LIBERTA’!

L’Ancien régime è un mondo a compartimenti stagni, dove ogni categoria sociale ha un suo proprio ordinamento giuridico che legittima in modo trasparente l’iniquità della legge, inclusa la più antica fra le discriminazioni umane, quella di genere.

Rosina incarna una volontà ancor timida di emancipazione femminile, manifestata nell’unica forma allora praticabile da una donna, ossia, sul terreno di quei rapporti sentimentali che, preludendo al matrimonio, implicano sempre conseguenze di natura patrimoniale, le sole a indurre, infine, Don Bartolo ad acconsentire alle nozze fra la ragazza di cui è tutore e il giovane armato di blasone.

Il Conte sembra muoversi sulla scena come una marionetta nelle mani del fido barbiere, prospettando un’aristocrazia ormai destinata a lasciarsi guidare dalla nuova élite cresciuta in seno al popolo. Agli occhi dei suoi pari il Conte si macchia di un’azione riprovevole: implora Figaro (leggi: un borghese) di aiutarlo, perdendo così l’impunità fondata su mille privilegi di origine feudale. Da una parte il Conte rappresenta quella fetta di nobiltà francese che, sebbene aperta alle idee illuministiche, è tuttavia incerta sul da farsi; dall’altra il suo peculiare rapporto di assoluta dipendenza nei confronti di Figaro, è un invito a emulare quanto c’è di buono nella nuova mentalità di tipo borghese.

Una lunga CONCLUSIONE

Per salvare la monarchia e pertanto se stessi, Beaumarchais sembra quasi indicare agli aristocratici transalpini di seguire il modello inglese. Ma incapace di autoriformarsi e, anzi, ancorata più che mai alla mitologia del potere medioevale, la nobiltà francese colerà a picco con l’istituzione monarchica; e a nulla varranno i tentativi successivi di ricostituirla nell’Ottocento in chiave moderna: la profonda grettezza culturale dell’Ancien régime sarà pagata, infine, con la sua abolizione irreversibile. Non a caso le superstiti case regnanti europee vantano un passato liberale e progressista, con l’unica significativa eccezione del trono ispanico occupato dall’ultimo Borbone, scampato all’esilio perenne solo grazie alla dittatura franchista, uscita vincitrice dalla più sanguinosa guerra civile continentale. Il caso, a volte, assume le sembianze inaspettate della nemesi storica!

Come s’intrecciano, tuttavia, nella mente del commediografo settecentesco i percorsi delle due grandi nazioni di cultura neolatina?

Per eludere l’occhiuta vigilanza della censura parigina, Beaumarchais ambienta proprio nella penisola iberica la vicenda del suo capolavoro teatrale, facendo così della patria di Figaro e della sua dinastia imparentata con quella di Versailles, l’erede indiretta delle speranze di rinnovamento di un intellettuale mondano cresciuto nella capitale dell’Illuminismo e a cui si deve, tra l’altro, il riconoscimento del diritto d’autore. Si disegna, pertanto, un asse politico-musicale che va dall’Île-de-France al cuore della Castiglia, passando da Vienna e Pesaro; pertanto, in modo rocambolesco, “Le Nozze di Figaro” e “Il Barbiere di Siviglia” hanno agito sotterraneamente per secoli di qua e di là dai Pirenei, tanto da produrre nella Spagna di re Juan Carlos, una solida democrazia parlamentare, a maggioranza socialista per molte legislature. È tempo ormai di intervenire anche sulla Marcha Real, l’inno di Felipe VI, privo ancora di testo ufficiale, adattandovi sopra le parole di Dal Ponte o di Sterbini, oppure cambiandone melodia e arrangiamenti con un sacro furto alle note di Mozart e Rossini. Questo perché, a ragion veduta e sentita, la grande musica d’arte è la colonna sonora della storia: non ne determina certo gli eventi più rilevanti, ma ne accompagna tuttavia lo svolgimento, esprimendo lo stato d’animo degli uomini che se ne rendono protagonisti, dall’abile bottegaio gravato da partita IVA all’imparruccata nobildonna che oggi veste Prada.