mar 28, 2015 | Post by: admin Commenti disabilitati

DAL CASO ALLA STORIA: SACCO E VANZETTI OGGI di Michele Presutto

 

Il silenzio è vergogna. La Capitanata nella vicenda umana di Sacco e Vanzetti

Incontro pubblico con il Prof. Luigi Botta - Martedì 31 marzo 2015, ore 18:00 

Scuola Media “R. Grimaldi” Via Altieri, 1 San Paolo di Civitate (FG)

Ci sono storie che si crede di conoscere, o meglio, che abbiamo registrato in qualche parte della nostra memoria e, consapevolmente o inconsapevolmente, crediamo di conoscere. Almeno fino a quando non ascoltiamo qualcuno che, in poche parole, ci dimostra che i fatti spesso si prestano a molteplici interpretazioni. Per quelli che oggi hanno tra i quaranta e cinquanta anni, la storia di Sacco e Vanzetti, i due immigrati anarchici condannati a morte nel 1927 a Boston, significa soprattutto le immagini del film “Sacco e Vanzetti” di Giuliano Montalto, le musiche di Morricone e la voce di Joan Baez. Immagini in bianco e nero (come nel film), che ci riportano agli inizi degli anni ’70. Il film risale infatti al 1971. Sei anni dopo, nel 1977, giungeva la tanto attesa “riabilitazione” firmata dall’allora governatore dello stato del Massachusetts, Michael Dukakis.

Ci sono storie che non finisco mai. O forse, è proprio la storia che non ha mai fine. Quando nel 1927 i due anarchici furono giustiziati, le autorità americane speravano nel fatto che passata “la bufera”, prima o poi il mondo si sarebbe dimenticato di quei due anarchici. Le cose andarono diversamente e coloro che lottarono durante i sette anni del processo, continuarono a lottare, per altri cinquant’anni, per la riabilitazione dei loro nomi. Se non si è potuta salvare la vita, bisognava salvarne almeno i nomi. Le sorelle di Vanzetti, dopo l’uccisione del loro amato fratello, in pieno regime fascista, decisero di raccogliere tutti i documenti di Bartolomeo, rinchiuderle in una cassa e sotterrarla in un campo subito fuori del loro paese. Quella cassa fu recuperata solo nel 1945, dopo la fine della seconda guerra mondiale. Una volta ottenuta la riabilitazione nel 1977, Vincenzina Vanzetti pensò di donare tutta la documentazione all’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo, dove tutt’oggi sono a disposizione del pubblico.

Il giorno in cui fu eseguita la condanna a morte in tutto il mondo le prosteste esplosero violente. Da New York a Buenos Aires, da Londra a Tokyo, da Nuova Delhi a Melbourne. A Parigi ci fu una vera e propria battaglia urbana attorno all’ambasciata statunitense. Era chiaro, allora, che il tema non era solo quello dell’innocenza o della colpevolezza. Il tema centrale era la lotta della classe operaia in un mondo che si avviava inesorabilmente verso il fascismo e il nazismo.

La storiografia successiva si concentrò sul processo (dal 1920 al 1927). Soltanto dopo il 1977 la storiografia americana (con Bob D’Attilio, Paul Avrich, Nunzio Pernicone e altri) e quella italiana (con Luigi Botta) cominciò ad interessarsi del loro ambiente, delle loro vite, dell’emigrazione, del comportamento politico degli emigranti e di molti altri aspetti ancora, che non potevano più essere considerati “marginali”.

Con la riabilitazione, la caduta del muro di Berlino e le trasformazioni avvenute dagli anni ottanta in poi, il “caso” si è trasformato in “storia”. Oggi la maggior parte degli storici non si pongono più il dilemma dell’innocenza o della colpevolezza, non perché non sia importante in sé, ma semplicemente perché non lo è più storicamente. Tutto ciò, e non è un paradosso, non rappresenta la “fine della storia”; anzi, al contrario, fornisce nuovi campi interpretativi ai ricercatori di oggi. La storia dei due anarchici italiani è la storia degli emigranti, delle loro esperienze di vita e delle loro risposte politiche, che direttamente o indirettamente hanno contribuito a segnare un’epoca.

Tutto ciò rientra in quello che ci piace definire come il “falso paradosso storico”. La storia, per essere tale deve occuparsi del passato, ma allo stesso tempo il passato continua ai giorni nostri.