mag 04, 2015 | Post by: admin Commenti disabilitati

SHANTARAM: L’ODISSEA DI UN LATITANTE

 

Tornano i reading letterari del Chinasky giovedì 14 maggio alle ore 21.00 con Shantaram, l’avvincente romanzo di Gregory David Roberts pubblicato nel 2004 per Neri Pozza.

Il romanzo autobiografico di Roberts è una sorta di odissea. Solo che mentre il protagonista del poema omerico era un re ellenico distintosi nella guerra di Troia per la sua astuzia, che prima di rientrare in patria è costretto a tutta una serie di peripezie dalle avversità del fato, qui il filo conduttore del lungo racconto – oltre mille pagine – è un rapinatore evaso da un carcere australiano che si rifugia in India, in uno dei posti più allucinanti come Bombay, dove ha inizio una serie interminabile di avventure, alcune epiche altre meno, avvincenti al punto giusto grazie anche alla maestria del narratore, che tiene legato il lettore dalla prima all’ultima pagina senza mollarlo neanche un attimo.

Il reietto dell’inizio del romanzo, alla fine di un percorso insidioso e pieno di imprevisti come un tracciato di montagne russe, dove passerà dalla miseria degli slums alle rutilanti atmosfere di Bollywood, fino alla guerra in Afghanistan, sarà diventato una persona diversa, senza dubbio migliore, in virtù degli incontri personali e delle esperienze accumulate.

Shantaram è infatti tante cose: è prima di tutto un apologo sull’amicizia (le pagine più intense sono quelle che documentano le infinite difficoltà superate grazie all’aiuto disinteressato di Prabaker, la sua guida indiana durante la convivenza nella baraccopoli), ma anche un libro sull’amore, non solo per l’altro sesso, ma soprattutto verso la cultura, i modi d’essere e le usanze della comunità che lo adotterà attribuendogli il ruolo di dottore. Non mancano profonde riflessioni sulla religione e sulla spiritualità (imperdibili sono i dialoghi tra il suo capo, boss mafioso Abdel Khader Khan, ed i suoi scagnozzi).

Particolarmente riuscita è la figura del Khan, che unisce al rispetto per il potere ed il ruolo esercitati, il carisma proprio di un guru, di un filosofo capace di insegnare al suo ateo interlocutore che Dio (nella specie Allah) “esiste in quanto impossibile”, rendendo sorprendentemente attuale un dialogo che caratterizzava la filosofia medievale sulla cosiddetta prova ontologica (dell’esistenza dell’Essere supremo). Con un ragionamento che non sarebbe certo dispiaciuto a Platone, Khader in poche battute il primato di una sorta di mondo delle idee (ciò che possiamo “vedere” ad occhi aperti, in verità è pura illusione, laddove l’impossibile, ciò che possiamo “vedere” ad occhi chiusi, è la realtà sostanziale) “Non possiamo credere in Dio. Possiamo conoscerlo, o non conoscerlo.