mag 11, 2015 | Post by: admin Commenti disabilitati

IL LUPUS E’ MORTO, MA NON ESTINTO di Michele Colucci

 

Lo scorso 24 aprile al Lupus in Fabula, storico locale lucerino, abbiamo assistito all’ultimo atto di una serie brillante di esibizioni, concerti, spettacoli e varietà. Sì, perché il Lupus chiude i battenti, anche se non del tutto, in quanto la parte gastronomica si trasferisce definitivamente, armi e bagagli, nella Taverna del Lupus in via Tenente Schiavone, in quella che da un paio d’anni era diventata la sede estiva, mentre ora rimarrà, ahimè (ahinoi), l’unica e conserverà solo in parte il vecchio nome. Chiude invece per sempre la cantina di via Mazzaccara, l’antro accogliente che tanti nostri lunghi inverni aveva inghiottito, riscaldando gli animi degli avventori a base di pizze, vini e musica e digerendo montagne di decibel come fossero noccioline.

Cala mestamente il sipario sulla più lunga stagione di spettacoli che si ricordi, cocciutamente voluta anno dopo anno dal patron Alessandro Santoro e dal suo fido consigliere, l’art director Giuseppe “Joe” Petrilli, portandosi via le sue mille e passa storie, leggendarie e no, gli aneddoti e le innumerevoli facce calate negli anni nella sperduta piana del Tavoliere delle Puglie da ogni dove. Piace ricordare una definizione del Lupus data sul n. 18 del 25 aprile 1998 del settimanale I Protagonisti, ormai scomparso, da un giovane Alfredo Padalino (proprio lui) in una divertente Guida pratica ai locali di Lucera: “l’unica associazione culturale dove ballano i lupi; è protetta dal WWF”.

Il canto del cigno è stata una jam session di oltre venticinque formazioni diverse, per la maggior parte di musicisti locali, che hanno reso omaggio al tempio che smobilita dando vita ad una serata interminabile, finita alle prime luci dell’alba. Ma nonostante le premesse e la grande partecipazione (molte facce che non si vedevano più da tempo sono riapparse, forse per curiosità morbosa) non è stata una bella serata. Non poteva esserlo in ogni caso. Si celebrava una sconfitta, com’è stato fin troppo chiaro dalle amare parole di Ale “l’antipatico”, pronunciate nella commozione generale (soprattutto sua). E’ sempre triste dover ammettere di avere fallito, e fa molto male buttare all’aria quello che si è pazientemente costruito con tanta passione e che ci sta più a cuore di ogni altra cosa.

Ma facendo un bilancio di tutto ciò che di nuovo di importante e di bello è passato sotto quelle volte a crociera, in quello che resta uno dei più suggestivi sotterranei della città, ecco che parlare di fallimento suona quanto meno stonato. Basta andare con la mente ai ricordi più emozionanti, come viene naturale fare quando scompare una persona cara. E’ difficile sintetizzare in poche righe quasi vent’anni di storia recente, iniziata nella vecchia sede di via Gramsci nel lontano 1996; una storia fatta di incontri, di scoperte, di sballi e di bevute epiche con residui di sbronze che duravano un giorno intero, di rimpatriate di vecchi amici fuori sede, di innamoramenti sfociati in matrimoni e tanto altro ancora.

Sul fronte degli spettacoli, come dimenticare, ad esempio, lo spaurito e all’epoca sconosciuto  Raphael Gualazzi che due anni prima di vincere Sanremo e affermarsi come una delle più originali proposte dello swing moderno ci regalò un fantastico set di ragtime. E come non ricordare la follia di Andy J. Forrest l’inarrestabile bluesman con l’armonica a bocca, il viscerale trombettista Fabrizio Bosso con gli High Five al completo o il trascinante Gegè Telesforo e il suo scat frenetico. Per non tacere delle Boop Sister, trio rètro che si ispira al jazz vocale degli anni trenta, una della proposte più curiose, di Steve Grossman, sassofonista reduce dalla band di Miles Davis, e di Mirko Signorile, l’elegante compositore e pianista barese.

Alcuni, come gli americani Oscar Williams ed il suo coro gospel, ospiti fissi delle serate natalizie, finivano per diventare amici inseparabili dello staff. Altri, come le dive del burlesque Candy Rose e Roxy Rose, dalle morbide curve, si installavano stabilmente nei sogni ricorrenti del pubblico maschile e non andavano più via.

Ma non sarebbe giusto tralasciare le numerose cover band, dagli Exciter, epigoni dei Depeche Mode agli Abbey Road, cloni dei Beatles, ai Paipers, acconciati come rocker ante litteram con tanto di banane e immersi fino al collo nell’italian beat anni ’60, solo per citare i migliori. O quelle dalle proposte più bizzarre, come la Banda del Tarantino, vestiti in stile iene in quanto seguaci del regista splatter americano e delle colonne sonore dei suoi film o la 20th Century Band, specializzati in colonne sonore cinematografiche anni ‘80/’90.

In alcuni casi il locale dello svago per antonomasia si è trasformato in contenitore culturale, come nel caso dell’affollata presentazione della scrittrice Sara Rattaro e del suo romanzo “Un uso qualunque di te” o delle visioni ragionate di film d’essai, organizzate col gaudente e mai abbastanza compianto Mario Di Gioia.

Fino alla recente trasformazione, dopo l’ennesima ristrutturazione, in spazio living, una sorta di esposizione permanente di cucine e complementi per arredo, su un’idea di Giovanni Pepe, abbinate alle serate gastronomiche con lo chef in sala intento a preparare a vista le sue specialità gourmet.

Il Lupus in Fabula per anni è stato una categoria dell’anima, il rifugio dal quotidiano, il luogo magico dove i nostri sogni sembravano avverarsi e qualche volta accadeva che si avverassero come per incanto. Anche se la sua storia, come tutte le storie, è fatta di alti e bassi, di momenti esaltanti o addirittura epici, seguiti a cadute fragorose e disarmanti. Non più tardi di un paio di anni fa, in un comunicato amaro e fortemente polemico diramato via web, la direzione artistica del locale annunciava l’interruzione definitiva di ogni genere di spettacoli dal vivo per l’indifferenza che l’utenza aveva dimostrato nei confronti degli sforzi fatti per riuscire a garantire ogni anno una programmazione di buon livello.

Ma non bisogna pensare che tutto sia finito. Questo mai. Quando si è affetti da certe patologie, là dove il sangue ribolle e il fuoco cova sotto la cenere, ci vuole niente a scatenare la passione più forte di prima. Per questo siamo tutti convinti che il Lupus non si è estinto: perché la passione vive ancora; è solo sopita, per il momento, ma l’orgoglio ferito non vede l’ora di riscattarsi e di tornare a ruggire dalla rabbia.