giu 17, 2015 | Post by: admin Commenti disabilitati

UN’ORDINARIA STORIA DI INTEGRAZIONE di Michele Colucci

 

Leviteaccanto – documentario di Luciano Toriello

Un primo indiscutibile merito del nuovo documentario girato dal filmmaker lucerino Luciano Toriello, con la produzione della Seminal Film e la collaborazione di Apulia Film Commission, sta nella durata: nei 54 minuti in cui la storia si dipana non si ha il tempo di annoiarsi.

Ma sarebbe estremamente riduttivo limitare i tanti meriti ad una mera questione di tempi: leviteaccanto (si scrive tutto attaccato, proprio a significare la contiguità tra gli autori ed i loro personaggi, spiega Toriello, che a loro volta finiranno per diventare familiari anche agli spettatori), racconta le storie di quattro immigrati che si intrecciano nella narrazione, tutte ambientate a Borgo Mezzanone, un piccolo borgo rurale nato ai tempi della riforma fondiaria, sperduto al centro del Tavoliere delle Puglie (all’epoca denominato trionfalmente Il Granaio d’Italia), ed ora trasformatosi in un suk afro-asiatico, fittamente popolato dalle etnie più diverse, che convivono armoniosamente con le volontarie del CARA, il centro assistenza che si occupa delle loro condizioni, e con i pochi autoctoni.

La storia comincia proprio da uno di questi, il barista dell’unico bar – spaccio della comunità, che racconta della progressiva trasformazione del borgo negli anni e che funge da trait d’union con l’attuale borgo.

Le storie che i quattro protagonisti raccontano davanti alle telecamere, una volta vinta l’iniziale diffidenza, sono storie che hanno una sola particolarità: la loro estrema ordinarietà. Sono storie comuni di emigrati, accomunate dalla nostalgia per la famiglia lontana, per i loro paesi d’origine. Uguali a tante altre analoghe, come potevano esserlo quelle degli emigrati Italiani nelle americhe agli inizi dello scorso secolo e nel nord Europa più avanti, negli anni del boom economico.

L’originalità della proposta di Luciano Toriello e Annalisa Mentana, collaboratrice nella sceneggiatura e coautrice del film, sta proprio in questo, nell’averci rivelato che questi immigrati – attorno ai quali si fanno tante inutili polemiche fomentate dal più becero nazionalismo, dall’ignoranza e dal pregiudizio – sono esseri umani come noi, con le stesse nostre esigenze, che nutrono e provano i nostri stessi sentimenti.

Basta volerli conoscere, sederglisi accanto (come nel titolo, scritto apposta tutto attaccato) ed ascoltare le loro storie per averne la conferma. Ottenere tale risultato, spiega il regista, non è stato affatto semplice: ci è voluto più di un anno di frequentazione per familiarizzare con la troupe: è stato questo il film più difficile da girare, un film senza cineprese. Il risultato finale però ha ripagato tanti sforzi: tutti i protagonisti sono estremamente a loro agio, ed alcuni rivelano addirittura sorprese inattese, come lo humour dell’indiano Peropkar, in Italia ribattezzato Gianni, che non riesce ad accettare il matrimonio combinato che in patria i genitori e l’intera famiglia gli vogliono imporre.

E’ bastato – racconta sempre Toriello – salire sul 64 barrato (che era anche il titolo provvisorio del progetto, ovvero l’autobus che dai foggiani è ritenuto zona off-limits e che collega il centro di Foggia a Borgo Mezzanone) per “attraversare il confine”, quello sbarramento prevalentemente culturale che impedisce ai più di vedere oltre il proprio naso, di accorgersi dell’esistenza di altri esseri umani con le loro peculiarità, i loro sentimenti, le loro ansie ed emozioni.

Quattro storie legate tra loro da una sottilissima trama, storie di giovani donne e di uomini migranti, di padri che non hanno mai visto la figlia più piccola e che si commuovono parlando a telefono, tutti ritrovatisi a vivere insieme nella frazione di una città del Sud Italia. Il film parla del loro tentativo di costruire e affermare, nonostante tutte le difficoltà, una propria idea di famiglia, dei progetti di tornare in patria e aprire nuove attività o di ricongiungersi con la famiglia all’estero: idee che si fondano su sentimenti e stati d’animo universali, pienamente condivisibili.

“Pur toccando il tema dell’immigrazione, il film mette a margine le origini geografiche dei suoi protagonisti, le loro identità religiose e linguistiche, cercando di far emergere piuttosto gli aspetti essenziali, i comuni denominatori dell’essere oggi uomini e donne nel mondo”, dice il regista.

Il film ci fa scoprire una Capitanata che oltre ad essere tristemente nota come terra di sfruttamento del lavoro nero degli immigrati, sa anche trasformarsi in terra di accoglienza e di integrazione.

Menzione d’onore va al cast, interamente lucerino: infatti oltre al regista ed alla coautrice della sceneggiatura, sono dauni anche l’operatore e montatore delle riprese, Marco Fortunati, che dona ai luoghi una luce particolare tanto da farli assomigliare alla sperduta provincia americana, l’operatore Michele Creta e l’autore delle musiche, Wabi Sabi, particolarmente in sintonia con i temi, i luoghi ed i personaggi. E lucerina è anche una delle mediatrici culturali che appaiono in video, Marta Altobelli.

Attendevamo Toriello alla prova di maturità dopo gli esordi giovanili e le collaborazioni con Alessandro Piva. Si può dire che con leviteaccanto questa maturità è arrivata, come testimoniano – tra l’altro – l’originalità della proposta, nonostante la delicatezza di un tema anche troppo attuale, e la lievità del tocco di regista e del punto di vista degli autori che non si pongono mai davanti, ma sempre un passo indietro ai protagonisti in modo da farli apparire in tutta la loro essenza.

Leviteaccanto dopo l’anteprima nazionale a Lecce in occasione del 16° Festival del Cinema Europeo, lo scorso 9 maggio, si è qualificato tra i film finalisti di EtnofilmFest, la mostra del Cinema Documentario Etnografico che avrà luogo a Monselice (Padova) dal 20 al 28 di giugno.