ago 05, 2015 | Post by: admin Commenti disabilitati

IL SOGNO DEI GIGANTI PECORAI di Agostino Trombetta

 

Quella mattina si ritrovarono nella masseria di Manuel nella quale, insieme a Giacomo, lavoravano gli immigrati Shane e David. La masseria era ben tenuta e le greggi ben curate. Erano dei grandi lavoratori ed amavano quella vita all’aria aperta. Il luogo era meraviglioso e dal pergolato sotto il quale  mangiavano e bevevano pane, casu et binu a rasu, si gustava un panorama paradisiaco con uno spicchio di mare azzurro e calmo che spuntava tra due colline ricoperte da macchia mediterranea.

Guardando quello spettacolo della natura non poterono non pensare alla fredda e piatta pianura emiliana, affollata di porcilaie, allevamenti in stalla di tristi mucche da latte e fabbriche, nella quale da una settimana si recavano con una certa frequenza.

Il sole era alto ma non tanto caldo quanto il cuore dei dodici allegri ragazzi che cominciava a battere forte per quell’appuntamento con la storia. Terminato il pranzo con un bicchierino di mirto fatto in casa, che Bryan aveva portato con sé, salirono a bordo un paio di vecchi furgoni e si diressero verso Sassari. Si ritrovavano sempre lì perché la fattoria non era lontana dalla città ed in pochi minuti potevano raggiungere  il “Palaserradimigni”.

Era strano vedere quei giovani allevatori, che in molte città d’Italia erano stati dapprima offensivamente definiti “pecorai” ed alla fine ammirati per quanto avevano saputo mostrare sul campo, facendo fare agli avversari sportivamente la fine di teneri agnellini da destinare alle tavole della Sardegna dei canestri.

Giunsero finalmente in città e dopo aver parcheggiato in un posto coperto e riservatissimo entrarono nella struttura adibita allo sport dei cesti attraverso una porticina sul retro ben nascosta agli occhi dei curiosi. Nessuno poteva vedere ciò che sarebbe successo in un attimo al loro ingresso. Nessuno poteva essere testimone di quella magia altrimenti sarebbe svanita per sempre. I dodici giovani pecorai, appena varcata la fatidica soglia furono improvvisamente trasformati in giganti. Ognuno di essi, di solito di altezza media o addirittura sotto la media, cresceva, chi più e chi meno, in relazione al ruolo da ricoprire. I loro sguardi erano determinati, ma come sempre apparivano allegri e frizzanti come il basket che riuscivano ad esprimere quando si trovavano sul legno di un qualsiasi palazzetto.

Altra cosa strana che avveniva al loro ingresso nel palaserradimigni era la trasformazione degli abiti in perfette tenute da gioco e dei loro fagotti in borsoni sportivi. La canotta con cui scendevano in campo presentava sul dorso l’effigie di uno dei giganti di Mont’e Prama, le statue prenuragiche ritrovate nei pressi di Cabras e divenute attrazione e simbolo della Sardegna. Li chiamavano tutti “i Giganti” ma poco conoscevano la loro origine bucolica.

Erano i Giganti della Dinamo ed erano amati e rispettati da tutti. Giocavano una pallacanestro veloce, spumeggiante e fantasiosa, prediligendo l’attacco pur senza trascurare la difesa. Insomma, I giganti-pecorai facevano impazzire il pubblico e le squadre avversarie  ovunque giocassero. Avevano da poco eliminato dalla semifinale scudetto la favorita squadra milanese, ricca di talento, soldi e soprattutto spocchia. Proprio la presunta superiorità dei meneghini, messa al confronto dello spirito di sacrificio e dell’umiltà dei giganti di Meo, il coach bravo e sempre sereno, aveva permesso di piazzare l’insperato (per molti) e disperato (per tutti) colpo di coda in gara 7.

Così, attraversata la porta di servizio da pastori, si incamminarono lungo il campo di gioco per uscire dalla porta principale da invincibili giganti, pronti alla partenza. Furono accolti dagli applausi di numerosi sostenitori, giunti in quel caldo pomeriggio di giugno, per salutare e porgere l’in bocca al lupo ai propri beniamini.  Edgar e Massimo si guardarono quando sentirono la parola lupo. Chi si occupa di pecore per tutta la settimana non può mai prenderla alla leggera. Si partiva ora dopo la sesta interminabile fatica che aveva permesso di rompere gli equilibri e decretare l’approdo alla partita senza domani, solo dopo ben 3 supplementari, risoltasi a favore dei Giganti. Qualcuno diceva che fosse record ma venne fuori che a San Severo, nel lontano 88, un derby di serie D nazionale era terminato dopo ben 5 overtimes, col punteggio di 156-154: Record o no, lo strano mix di giganti/pastori era pronto.

Dall’aeroporto di Alghero volarono in continente e poi dritti a Reggio Emilia dove i “Grissini” li aspettavano, ostinati e determinati a lasciare ancora una volta inviolato il proprio campo di fronte all’orgogliosa pattuglia sarda.  Arrivò la sera del match e il Palabigi era stracolmo di gente festante. I tifosi locali sicuri di una vittoria che non sarebbe mancata. Il centinaio di sardi, fortunati possessori di un biglietto, mostravano invece cartoncini con su scritto: “non succede, ma se succede!” E dopo un inizio terribile per i biancazzurri, seguito da una rimonta sempre più incalzante, alla fine successe.

I pecorai, divenuti Giganti, avevano conquistato il triangolino tricolore e quindi l’Italia intera dei canestri. Festeggiarono in campo con T-Shirts scudettate indosso. Mostrarono il 3 con la mano a tutta Italia. Avevano vinto 3 trofei in una sola stagione, quello che non era riuscito ad altri! Fu gioia pura in tutta l’isola ed all’aeroporto furono accolti da una folla straripante.

Toccavano il cielo con un dito. Giunsero sfiniti al Palasport per riprendere i pullmini e tornare alle loro campagne e greggi. Entrarono dalla porta principale per uscire dal retro riprendendo come sempre le proprie sembianze. Ma passando nel campo videro una luce accendersi e sotto di essa una coppia di uomini che li invitarono ad avvicinarsi. Man mano i lineamenti di questi divenivano più distinti e, di conseguenza più famigliari. Con stupore videro che si trattava di  due grandi campioni del passato.

Per primo parlò Abdul-Kareem: “Ieri sera avete compiuto un’impresa straordinaria”- disse -“avete stupito anche noi due che nel basket ormai abbiamo visto di tutto e di più”. Julius aggiunse: “Abbiamo deciso di premiarvi e rendervi per sempre veri e grandi giocatori di basket quali siete. Andate e dimenticate campagne e pecore. Lo sport e la Sardegna hanno bisogno di giganti come voi”.

Sorpresi, i pecorai-giganti si avviarono verso l’uscita posteriore vocianti. Passarono la soglia e si guardarono l’un l’altro e poi ognuno guardò sé stesso. Quella divisa era rimasta sulla loro pelle senza far posto agli abiti di un pastore. Si stupirono e furono felici. Avrebbero giocato a basket per sempre, allenandosi come giocatori normali, loro che normali non erano. Si abbracciarono, si recarono di nuovo all’ingresso principale del Palaserradimigni e festeggiarono con i passanti e con i pochi tifosi rimasti.

Qualche giorno dopo Ognuno di essi si preparava a vivere le proprie prime vere vacanze. Le estati le avevano sempre passate a governare gli animali. Si ritrovarono sotto il solito pergolato. Ognuno di essi guardava il mare, i colli, gli armenti. Ognuno di essi con il cuore gonfio di orgoglio e gli occhi pieni di lacrime di gioia e al tempo stesso di dolore. Il dolore di lasciarsi l’un l’altro. Si diedero appuntamento per la ripresa delle attività, per chi sarebbe rimasto. Si giurarono eterna amicizia e tra un belato e l’altro del gregge si avviarono ognuno per la propria strada.