ott 07, 2015 | Post by: admin Commenti disabilitati

MUSICA DI RAZZA E MIGRAZIONI SONORE di Alfredo Padalino

 

CONTRO BEETHOVEN

Il refrain di “Roll Over Beethoven” lanciato da Chuck Berry nel 1956 era un vagito di battaglia del Rock appena nato, che divenne ben presto un manifesto generazionale per gran parte degli artisti successivi: scaraventare fuori dalla modernità la musica classica, venerata dai genitori e dai fratelli maggiori; anzi, nel caso di Charles, dalla sorella Lucy, pianista dilettante che gli impediva con supponenza di comporre le sue canzonette ritmate, per far rivivere invece, su quei tasti di ebano e avorio, la genialità di Tchaikowsky e del grande compositore tedesco.

L’adolescente della Louisiana finì presto in un giro di cattive compagnie e quindi in riformatorio, per quattro lunghi anni. In breve tempo la chitarra sostituì pistola e pianoforte, e dal Blues la sua ispirazione viaggiò sulle strade impolverate del Country & Western, divenendo un fenomeno da baraccone soprattutto agli occhi dei neri che affollavano i locali notturni del profondo Sud.

Di lui si accorse tuttavia Muddy Waters e quel sound così inusuale, ibrido, trovò spazio sul vinile, scalando le classifiche nazionali con pezzi come “Maybellene”, “Johnny B. Goode” e “Sweet Little Sixteen”, plagiata dai Beach Boys nel ’63 con il titolo di “Surfin’ USA”.

Pochi anni dopo, alcuni ragazzotti inglesi dal forte accento di Liverpool, inserirono nel proprio repertorio quel brano che inneggiava alla rivoluzione democratica del pentagramma, fomentata sull’altra sponda dell’Atlantico dall’inventore del “duck walk”: John Lennon non smise mai di ammirare Chuck Berry, definendolo il primo vero poeta del Rock.

 

 

IN MORTE DI SAM COOKE

C’era un tempo in cui negli States i dischi dei cantanti neri erano marchiati con una dicitura razziale “race record”. Poi venne Elvis a rimescolare note, vibrazioni canore e generi musicali. Il Rock fu la prima breccia aperta nell’alta muraglia della segregazione afroamericana. Di lì a poco i talenti del Rhythm‘n’Blues dilagarono anche nelle classifiche Billboard, fino ad allora appannaggio solo dei bianchi.

Negli ultimi scampoli del 1957 Sam Cooke – al secolo Samuel Cook di Clarksdale in Mississippi, riuscì ad agguantare il primato di vendite con la dolcissima “You Send Me”, mantenendolo per tre settimane di seguito, così da guadagnarsi un posto d’onore fra i padri fondatori del SOUL; per qualcuno, addirittura il suo interprete migliore di sempre.

Bello, raffinato e con una voce incantevole, Sam Cooke si muoverà sapientemente alla conquista dei teen agers di tutto il mondo, e nel breve volgere di otto anni – finanche post mortem – soggiornerà con ben ventinove singoli nelle Hit Parade d’Oltreoceano, tra cui “Wonderful World”, “Twistin’ the Night Away” e il postumo “A Change Is Gonna Come”, uno dei primi brani di protesta della storia.

Di eguale rilevanza è il suo apporto manageriale nella pianificazione del proprio successo, caso in quell’epoca più unico che raro per lo star system della musica nera, così come il contributo importante fornito al Movimento per i Diritti Civili, guidato da Martin Luther King.

Ma il sogno del ragazzo di Clarksdale s’infranse a Los Angeles nel dicembre del ’64, quando venne freddato dai colpi di pistola di una donna, Bertha Franklin, per motivi che restano tuttora inspiegabili.

TRANSLATIO IMPERII

Le idee non possono essere fermate da montagne impervie o da mari sconfinati. Alla metà del Novecento la radiofonia in onde medie poteva compiere il giro del mondo in un battibaleno, nessuno era più in grado di bloccare l’avanzata delle aspirazioni dei nati alla fine della guerra, anche se proiettate inizialmente nella realtà di celluloide dei ribelli senza causa, come Marlon Brando e James Dean.

L’Europa non rimase insensibile al fascino del Rock e l’universo britannico in particolare, orfano del suo immenso impero, poté rinascere culturalmente ed economicamente, controbattendo gli Americani sul loro stesso terreno.

Scaturita, pertanto, dall’incontro creativo fra la tradizione bianca incarnata dal Country & Western e il Rhythm‘n’Blues bollato invece come frutto proibito della “razza”, la trascinante energia giovanile della nuova musica, di cui Elvis era il sovrano illuminato, si apprestava ormai a sedurre gli anni ‘60 nella forma anglicizzata di un neoclassicismo pop, distillato con intelligenza estetica dai Beatles insieme a George Martin.