ott 07, 2015 | Post by: admin Commenti disabilitati

OFF. NESSUN ULTERIORE MESSAGGIO di Paolo La Cava

 

Mi chiamo Beniamino sono un medico. Un urologo.

Provengo da una famiglia di medici: mio padre, mio nonno, il mio bisnonno. Solo il mio trisnonno era un POSSIDENTE, come si chiamavano allora.

Per questa “appartenenza” abito una bella casa nel centro di Benevento. Nobile? No i quarti li ha portati mia moglie. Lei fa la commercialista ed è sempre molto occupata. Sono abituato, o meglio mi piace, svegliarmi molto presto al mattino.

Sono le cinque, sono in piedi in cucina aspettando l’uscita del caffè dalla moka. Mi piace fumare con il vetro della finestra aperta guardando attraverso le stecche della persiana. È una fredda mattina di fine ottobre, sta piovendo un po’ e giù si vedono, riflesse sulla strada lucida, le luci gialle del camion della monnezza.

Mi faccio la barba come tutte le mattine e alle sei e un quarto sono pronto per scendere nell’autorimessa. Piove ancora, richiudo il portone in fretta e sono per strada. Il bello di uscire presto la mattina è che per strada non trovi quasi nessuno.

Mi fermo al bar che sta a metà strada tra casa e l’ospedale per prendere il secondo caffè della giornata. Lì incontro il solito barista già “carico” ed una serie di netturbini che commentano la giunta comunale. Mi piace arrivare presto al lavoro perché non c’é nessuno che ti rompe le palle per almeno due ore. Fino a circa le nove sono il padrone assoluto dello studiolo che condivido con i colleghi.

Entrando in ospedale incontro gli infermieri assonnati che hanno fatto la notte. Una folata calda mi accoglie come quando, d’inverno, ti rimetti a letto dopo esserti alzato a fare la pipì. Ho cinquantacinque anni e oggi sono mediamente soddisfatto.

Accendo il computer e nella posta elettronica mi compare l’invito per un congresso internazionale di urologia a Genova. Non devo presentare nessun lavoro ma ho intenzione di andarci. Faccio un mestiere che evidenzia chiaramente i segni di decadimento di un uomo, e sarà questo il motivo per cui non voglio che nessuno mi debba visitare un giorno diagnosticandomi un tumore o verificando solo che non sono più tanto giovane.

È qui che mi viene per la prima volta in mente la “possibilità” di sparire.

Dal momento che mi terrorizza il dolore fisico escludo in modo categorico di “farmi del male”. Non mi voglio certo suicidare! Penso piuttosto a togliere il disturbo in modo da non dover più rendere conto a nessuno. Sì bravo! Ma come? Ci penso un po’ ma poi la caposala mi riporta con i piedi per terra: ci sono le visite in reparto e poi l’ambulatorio.

È tardi, sono ormai le sette e mezzo e sono tornato al punto di partenza. Durante il giorno non ho pensato per niente al progetto di sparire. Tornando a casa in auto sento tutta la stanchezza accumulata durante il giorno. A cena la Tata che si occupa della casa ha preparato una consolante zuppa di lenticchie con seguito di baccalà in umido. Peccato, con il baccalà niente vino. Dopo cena converso con mia moglie di elezioni politiche e candidature.

Lei è un po’ di destra e quando si parla di politica finisce sempre che discutiamo fino a litigare amabilmente visto il mio passato da ex settantasettino. Non si direbbe ma ci siamo messi insieme al liceo proprio litigando di politica. Una volta lei mi salvò da un pestaggio ad opera di certi suoi “amici” fasci.

Oggi è sabato non dovrei essere in ospedale ma per una serie di coincidenze sono di nuovo qui, a pensare al congresso di Genova. Sono da solo nella mia stanza ed è qui che cado in una sorta di trance. DEVO SPARIRE E LO FARÒ IN CONCOMITANZA DEL CONGRESSO.

Ma sei scemo? Penso. No è qualcosa di inconsulto, un gesto non preventivato, ma quello che so è che voglio SPARIRE. Almeno provarci… Non ce l’ho con nessuno, solo voglio staccare la spina.

Ora penso alle conseguenze di questo gesto. Mia moglie, i figli, il lavoro, i pazienti, un carico di cose, di doveri ENORME. Eppure non riesco a fermarmi non riesco a pensare ad altro. Sì, ma come si fa dai.

No, non a partire, ma a non farsi ritrovare! A non lasciare traccia! Oggi tra carte di credito, cellulare, telepass, altre diavolerie come le telecamere di banche e negozi o di una stazione è molto difficile non lasciare una scia.

BENE signori, la sfida è aperta. Il congresso di Genova il D-day. È tra tre mesi, ho il tempo per organizzarmi. Devo elaborare un piano perfetto, nessuno deve accorgersi di nulla. Perciò sarò ancora più NORMALE di quello che sono. Per i soldi prendo l’abitudine di prelevare cinquanta euro in più di quello che faccio di solito con la scusa del gasolio, di un acquisto di libri o altre sciocchezze. Poi devo preparare un bagaglio adatto alla fuga. Ci vuole una piccola borsa, uno zaino leggero e dell’abbigliamento sportivo, versatile caldo e comodo. Un berretto, un cappuccio…

I documenti potrebbero non servirmi, del resto come fanno i clandestini, con una faccia da clandestino, a girare mezza Europa? Io sono un medico, ho un aspetto rispettabile, sì posso farne a meno! Mi faccio crescere barba, e capelli per un po’ per poi dare uno “stacco” il giorno della fuga. Ho comperato un biglietto del treno che mi porterà sino a Barcellona!

È il 27 gennaio e dopodomani sarò a Genova per il congresso. Ho regolarmente prenotato tre notti in hotel… Partirò tra poche ora passando prima a trovare i ragazzi a Roma dove stanno finendo di studiare medicina, anche loro.

Saluto mia moglie che è preoccupata del fatto che devo partire in macchina. Il brutto tempo, il traffico, la strada. A volte non si coglie quello che il destino ha preparato per te. Poverina, sta per diventare “vedova bianca” e non lo sa. Non sa di dovermi salutare in modo speciale perché quello è l’ultimo bacio che ci scambieremo!

La sera a Roma a cena con i ragazzi si parla di politica, di “cervelli in fuga”, di studio. Per fortuna abbiamo educato due perfetti “cittadini”. Loro si che potranno fare a meno di me. Poi forse è anche utile che un padre che (tra l’altro) fa il tuo stesso lavoro si tolga dalle palle. Così sei tu che ti devi tracciare la strada. E poi quello che ho deciso ho deciso!

La stanza dell’albergo a Genova è bellissima, pulita, calda. Credo che sia l’ultima cosa comoda di cui godrò nella mia vita. Ho circa 3200 euro, due diamanti sfusi, tre carati in totale. Alcune piccole verghe di oro trecento dollari. Con questo piccolo tesoro intendo saltare sul continente Africano. L’Africa sì avete capito bene, questa è la mia meta. Lì un dottore fa sempre comodo e non credo che ci sia molta gente che possa far la spia dicendo di avermi incontrato. Almeno spero, almeno per un po’. In verità non ho pensato dove andare ma il centro dell’Africa, il Chad, mi sembra un posto abbastanza sfigato, ma soprattutto poco battuto da turisti europei.

La mattina, come mia abitudine, mi alzo presto per andarmi a registrare al congresso. So di non destare alcun sospetto, ma appena posso, durante la pausa pranzo, me la svigno. L’hotel è vicino alla sede del congresso e alla stazione così mi è semplice allontanarmi a piedi. Rientro nella mia stanza d’albergo, vado in bagno, mi rado la barba e accorcio i capelli quasi a zero. Metto i capelli e la barba in un sacchetto che butterò in treno. Niente tracce.

Mi cambio, aspetto le 14.30, momento in cui c’è meno gente in giro. Il treno è alle 15.15; la stazione è vicina. Cerco di uscire all’ultimo momento: meno mi si vede in giro meglio è! Salgo su di un treno affollato, fuori è umido e freddo. Siamo a metà gennaio, cappello, sciarpa e bavero alzato mi rendono molto comune e poco riconoscibile. In hotel ho lasciato tutta la mia vita passata: la fede, vestiti eleganti, l’orologio, una parte dei miei documenti, le chiavi della macchina. NESSUN MESSAGGIO.

Il viaggio è lungo e arrivo a Barcellona di mattina, in tempo per fare colazione e cercare una soluzione. Sì devo arrivare in Marocco, ma come? Poi, come spesso capita nella mia vita quando non so che pesci prendere, la botta di culo! Sono nella zona del porto e mi rendo conto che, siccome non c’è una gran che di sorveglianza, posso agevolmente entrare. Vado dritto, senza fermarmi al posto di dogana.

Nessuno mi ferma! Sono tutti impegnati a commentare il rigore sbagliato da Leo Messi la sera prima, nel match contro il Real!!! Dalla zona passeggeri mi dirigo verso le banchine dove sono ormeggiati i mercantili. Vedo un enorme porta container che ha appena finito di completare il carico. Tira vento, è freddo, la gente si muove veloce sulla banchina con camion carrelli e gru; devo stare attento a non dare nell’occhio né a farmi investire. La scaletta per salire è poco controllata o almeno sembra. Il cargo si chiama Johnatan Livingston: credo che sia un presagio.

In un momento comincia a piovere. La gente si rifugia dove può ed io imbocco la scaletta. Ė molto alta, sono a bordo! E ora? Sono terrorizzato: ma cosa sto facendo? CALMA!!! Cerco una porta dove imbucarmi. Un magazzino andrebbe meglio che gli alloggi, dove sicuramente potrei incontrare qualcuno.

Poi vedo un mezzo di salvataggio. Ė aperto e ci monto sopra. Ha i vetri a specchio e questo potrebbe rappresentare una grossa fortuna. Devo stare calmo, devo essere lucido. Mi sento come da bambino quando, giocando a nascondino, ti scappava la pipì sempre quando stavi nascosto. Passano 6 ore e non succede nulla! Poi d’improvviso un rumore, un movimento. Salpiamo. Ė notte ho freddo, fame e mi scappa la pipì; sono in uno stato di prostrazione totale. Ho dormito durante il giorno ed ora che è notte ho gli occhi sbarrati.

La pilotina é tutta per me, ma devo stare attento. Allora cerco di distrarmi, penso a quelli che attraversano il mare da clandestini verso l’Europa. Io sono proprio scemo, vado in senso contrario. Che poi ė il “senso contrario” che mi porto dietro sin da quando ero bambino. Per una sorta di godimento personale mi sono sempre divertito a fare le cose in modo contrario al senso comune. Sin dall’asilo, alle elementari, mi divertivo a provocare il maestro facendo le operazioni al contrario sommando prima le decine e poi le unità.

Mentre stavo pensando a queste cose un rumore sordo, una luce accecante ed una folata di aria gelida mi riportano alla realtà. Cazzo sono stato scoperto. La mente ė in tumulto. Vengo spinto fuori senza nessuna premura o attenzione. Urlano e si agitano in una lingua strana.

Le voci sono molto minacciose ma loro sono piccoli, minuti e sporchi. Indonesiani, cinesi, boh, per me ė lo stesso. Vengo strattonato spinto di fronte ad un signore di mezza età un po’ meglio vestito. Dopo vari minuti ho capito che quello era il comandante in seconda. Questi mi fa salire in una torretta dove entriamo in una stanzetta spoglia con una luce fioca. Lì seduto ad un tavolo c’è un signore INCAZZATISSIMO è il comandante.

Mi hanno tolto il bagaglio per fortuna ho “tutto” addosso a me un po’ cucito nella giacca, un po’ nelle suole delle scarpe, un po’ a vista. Dal suo inglese stentato capisco che mi vuole buttare a mare; io per lui lì non esisto, nessuno sa che io sia lì, perciò…

Se gli dico che ho dei soldi? Magari è pure peggio… Lo faccio sfogare; si calma, poi riprende ad ululare e sbattere i pugni sul tavolo. Io non mi scompongo; forse questo lo fa incazzare ancora di più. Mi riempie di parolacce, di spintoni, mi sputa sulle scarpe. Poi ad un certo punto entra una persona con del cibo.

Comincia a mangiare; io in piedi in un angolo e questo che mangia un brodo con dei pezzi di pollo; si avverte un forte odore di spezie. Ad un certo punto succede qualcosa: arresta il suo mangiare da troglodita. Mi fa cenno di sedermi, prende una scodella e mi da del cibo.

Fa schifo, ma ė soprattutto una breccia nell’animo del capitano. Mi spiega che siccome il cuoco è stato male, è rimasto a terra a Barcellona. Lei è un uomo fortunato gli dico. Io faccio il cuoco! Lo riempio di cazzate! Sono un cuoco che scappa dall’Europa perché ho insidiato la donna del padrone del locale di Marsiglia in cui lavoravo e che lui non l’aveva presa bene…

Fa finta di crederci, anche perché deve risolvere due problemi: il cuoco ed un clandestino a bordo. Si volta e mi fa una proposta: tu cucini ed io non ti faccio mangiare dai pesci! Niente soldi, dormi in una branda vicino alla cucina, ma soprattutto appena facciamo scalo in Camerun ti togli dai coglioni.

Baciargli le mani mi sembra esagerato, accettare senza rilanciare un po’ stupido, rifiutare non possibile. Così gli dico che accetto solo se mi aiuta ad uscire dal porto su di un camion diretto verso il Chad! Mi guarda come se fossi uno scemo. Beh troppo normale non lo sono mai stato! Alla fine mi manda a quel paese ma accetta.

Sei giorni di navigazione ma la cosa più importante è che il mio cordone con la vita precedente è irrimediabilmente tagliato. Nessuno sa come mi chiamo veramente nessuno sa dove sono. Nel porto camerunese di Douala, dove arriviamo c’è un mondo brulicante.

La nave deve scaricare alcuni container e siccome il capitano ha mangiato bene, almeno sei giorni mi raccomanda ad uno della dogana. Trovo il camion giusto. Lo saluto con una stretta di mano.

Salto sul camion: fa caldo però la cabina è pulita e non puzza. Il camionista è simpatico, gli farò compagnia nel tragitto verso il Chad. Patteggiamo la tariffa del “taxi”.

Questa è l’ultima cosa che vi racconto, ormai è quasi fatta. Sono riuscito a spegnere quasi tutti gli interruttori della mia vita. Me ne manca uno solo.

OFF. Nessun ulteriore messaggio.

N.d.r.: L’immagine in cima ritrae il porto di Douala, Cameroun