dic 20, 2015 | Post by: admin Commenti disabilitati

APOLOGIA DELLA CHIACCHIERA di Alfredo Padalino

 

Il vangelo secondo Pasolini sentenziava che il periodo miracoloso del boom economico avesse trasformato antropologicamente l’homo italicus; raccontando, infatti, la parabola del Nuovo Modello Produttivo e del Consumismo dilagante, l’intellettuale bolognese constatava l’irreversibilità del processo di distanziamento umano tra un ventenne del 1975 e i suoi “ragazzi di vita” del 1955, con i favolosi anni Sessanta nel mezzo a fungere da spartiacque epocale fra generazioni ormai caratterizzate da un agire comunicativo che vedeva padri e figli parlarsi, senza la voglia tuttavia di comprendersi. Contro la foga giovanilistica di Sartre e modaiola di tanti altri, l’autore degli “Scritti corsari” si ostinava invece a respingere il trionfo di quell’ircocervo[i] universitario che si stava rapidamente incarnando, sotto i suoi occhi, nell’anarcoide trasandato e capellone emerso dalla temperie sessantottina. Per questo nelle sue “Lettere luterane”, uscite postume, egli rivolgerà un trattatello pedagogico a un immaginario adolescente napoletano, Gennariello, figura mitizzata di liceale incontaminato, ormai irreperibile nelle famiglie agiate e progressiste del Nord. L’intuito del grande visionario, non supportato da alcuna analisi sociologica attendibile, additava nelle periferie del mondo il luogo privilegiato dove poteva ancora annidarsi l’alternativa all’esistente, non sotto forma di sottoproletariato geopolitico abitante le megalopoli del Sud, come sospettava Marcuse, ma piuttosto con il viso furbetto di un ragazzino partenopeo, da guidare con l’educazione globale al di là dell’humus borghese di provenienza.

La rottura culturale, infatti, non risparmiava nessuno, accadeva dalla stessa parte della barricata, e anche coloro che si ponevano all’avanguardia della contestazione militante, col passar degli anni avrebbero sperimentato una sorta di mutazione/fusione genetica: come nel capolavoro di Cronenberg, “La mosca”, il giovane comunista libertario, nel tentare il suo grande esperimento di palingenesi sociale, accelera proditoriamente i tempi, si chiude nella sua capsula ideologica, ma con un intruso: la mosca del capitale. Quando la trasformazione storica agisce infine su entrambi, dopo un trentennio, ciò che fuoriesce dall’altra capsula, è qualcosa che fa impallidire perfino la mostruosità filmata dal grande Dino Risi: l’Uomo-cellulare.

Il sogno della borghesia illuminata e del socialismo umanizzato si è disciolto così nell’acidula realtà delle voci anonime, corredate oggi da piattaforme digitali con immagini, messaggini e post. La nuova promessa di felicità è adesso: per ogni cranio un telefonino, meglio se intelligente nella versione smartphone. Un popolo che rischiava l’incomunicabilità riscopre invece il desiderio incontenibile di chiacchierare e, adesso, di chattare tramite Whatsapp.

Che cosa è accaduto nel frattempo? Nel suo capolavoro “Essere e tempo”, Martin Heidegger proponeva un’accezione negativa della chiacchiera, come discorso fondato sulle dicerie anonime, facendone un momento caratteristico della vita inautentica, spersonalizzante, dimentica di sé e della propria essenza mortale. Così intesa, la chiacchiera alimenta solo la curiosità e quindi l’equivoco, in un circolo vizioso che svilisce l’attitudine conoscitiva della nostra specie, incapace di liberarsene se non con il ricorso all’analitica esistenziale, ossia all’esame lucido e spietato della nostra condizione di esseri terreni; mentre indugiare nella chiacchiera è confondersi e perdersi nel parlare altrui, superficiale e indistinto, pur di evitare di guardare in pieno volto l’inevitabilità della propria estinzione, fonte soltanto di angoscia paralizzante.

Conclusioni queste, tuttavia, confutate aspramente anni dopo da Theodor Adorno, che ne smaschera l’assunto ideologico a copertura di un conservatorismo gretto e sodale del nazismo, la nuova religione politica tesa a rivalutare l’infimo mondo antico di un’Europa premoderna, nonostante le apparenze ultranovecentesche. Il teorico francofortese non si lascia, infatti, intimorire né irretire dal linguaggio oscuro di Heidegger, ma lo sottopone a una metanalisi serrata e impietosa, rivelandone la funzione apologetica nei confronti della realtà quotidiana, a dispetto delle intenzioni. Il suo affondo critico conduce, pertanto, a una riabilitazione insperata anche della chiacchiera.

Finisce così pari e patta la querelle Adorno vs Heidegger? Tentiamo, dunque, per vie traverse, con spirito hegeliano, di riequilibrare gli estremi opposti, immedesimandoci nei due contendenti e nel terzo incluso.

Chiacchierare è nient’altro che un parlare indebolito. Nell’epoca psichedelica si parlava senza capirsi, laddove oggi si chiacchiera, anche troppo, perché non c’è niente da capire, oppure perché, molto più semplicemente, conosciamo già in anticipo le “parole mute” del nostro interlocutore occasionale. L’altro che ci parla è, quasi sempre, ormai, un nostro alter ego, un individuo omologato in cui rispecchiarsi.

Quando, al contrario, incappiamo nella vera diversità, allora chiacchierare è quasi inutile, perché si traduce in un doppio monologo sovrapposto, mentre parlare diventa un esercizio laborioso che necessita di ascolto e, pertanto, di pause riflessive. La repulsione provata quando abbiamo dinanzi l’ètranger può essere l’inizio, tuttavia, di una comunicazione possibile, giacché da un colloquiare così inaspettato, il silenzio può elaborare un agire pensante. La radicale differenza di forma mentis fra individui produce in questi casi uno scontro/incontro di creatività linguistico-comportamentali. La chiacchierata invece è rassicurante, perché scaccia via la preoccupazione di doversi confrontare davvero con l’alterità.

Conversare amabilmente con qualcuno presuppone, infatti, un’accettazione comune delle regole del gioco dialogico che, nell’ambito della chiacchiera salottiera, si eleva a costume della buona società, diventandone però il rifugio del conformista intento a rimuovere, attraverso la loquacità, l’incognita costituita dalla sua vita. Chi non partecipa all’interazione dialettica, decade a disadattato.

Nell’ultimo mezzo secolo il salotto è traslocato in televisione, dove il successo crescente dei talk show ha fatto dell’utente medio, l’audience, il soggetto di massa che esorcizza con l’interpassività il proprio sentimento del nulla. In fondo, il benpensante di fronte al piccolo schermo, eretto a tabernacolo del mainstream, è una persona vulnerabile e timorosa di esprimere un’opinione divergente, anche se, a volte, in solitudine, va in cerca di voci amiche e disponibili, scantonando nelle linee più o meno calde, invisibili dame di compagnia.

La chiacchierata non va pertanto demonizzata, perché giunge al termine di un percorso faticoso e irto di travisamenti, intrapreso dal bipede parlante, sempre più immerso oggi nella realtà multimediale. Quando armati di cellulare ci avventuriamo nelle passeggiate labirintiche sul Web, non sostiamo soltanto sulle piazze, ma a volte ci addentriamo in vie meno frequentate, in stradine che sembrano vicoli quasi senza uscita, cul de sac; qui veniamo attratti da una frase, un periodo formulato con estremo garbo logico o con furente impulsività grammaticale. Viaggiando attraverso la variopinta umanità interconnessa, la chat può restituirci un parlare diretto che rimanda, tuttavia, al contatto interfacciale, vis-à-vis, alla relazione incentrata sull’incrocio di sguardi, sull’intreccio sensoriale: l’unico giudice a legittimare l’autenticità di una prassi comunicativa.

Il social network odierno non fa che ingigantire e dilatare, all’intera sfera planetaria, la nostra sete di conoscenza spicciola e originaria, quella curiosità latente in ciascuno, tanto vituperata dai maître à penser dell’Esistenzialismo.

Se non vogliamo rassegnarci all’incomprensione vicendevole, perché intimiditi o incapaci di affrontare l’ignoto celato nella superficie dei rapporti quotidiani, allora dobbiamo provare a battere sentieri espressivi mai tentati prima, itinerari sintattici intricati, percorsi semantici inusuali, accogliendo l’alieno che abbiamo sotto gli occhi con modalità linguistiche inedite. Da sempre, in fondo, in epoche altamente drammatiche, quando un intero mondo di certezze sembra franare verso l’assurdo, una strategia di fuga è rappresentata dalla revisione del nostro vocabolario e degli strumenti adoperati per elaborarlo mentre comunichiamo. Cambiare registro è una metafora pregnante che rende bene l’idea di un gesto innocuo quanto gravido di aspirazioni trasformative radicali.

Cambiare registro, sì, ma come? Se uno Stato nazionale è in decrescita lo si deve anche alla mancanza di investimento socioeconomico nelle sue migliori energie comunicative rinvenibili nei giovani, i quali se non vedranno dischiudersi le porte dell’occupazione meritevole e stabile, prenderanno la via dell’esilio lavorativo in Paesi dove metteranno a frutto i propri talenti in un’altra lingua, in un differente codice semiotico in grado di conquistarne la personalità con il suo retroterra idiomatico. E tuttavia noi Europei – cittadini dimezzati di una Patria che non c’è, abbiamo una ricchezza di tradizioni linguistico-letterarie unica nel suo genere; nel nostro DNA culturale abita il multilinguismo: dobbiamo solo potenziarlo, anche qui in Italia, radicandolo nell’insegnamento scolastico obbligatorio. Non c’è cosa più deprimente, infatti, che veder morire una forma di lingua e il suo mondo di senso.

E tuttavia, questi molteplici universi di segni che fondano l’identità continentale, devono aprirsi al resto del pianeta o, perlomeno, al bacino del Mediterraneo di cui l’Italia è una sorta di Ponte Vecchio sospeso fra l’Africa e il futuro, una sottile infrastruttura geopolitica popolata di antiche botteghe pregiate, utile però anche al passaggio di migranti portatori di linguaggi propri, insperata linfa vitale che può corroborare la nostra (pro)creatività in declino.

“Solo un Dio ci può salvare”, pontificava Heidegger, il vecchio führer del pensiero ormai alla frutta. Il nostro Dio cammina nella società civile, si agita nel flusso di coscienza modellato dal reticolo di suoni e immagini in cui nuota anche il professionista della scrittura, meno paludato di un tempo, magari in jeans, pullover e tablet, ma sempre vertice adamantino della ricerca linguistica. Perfino quelli che si accampano nella proverbiale torre d’avorio dell’isolamento, possono installare agevolmente una parabolica culturale in grado di captare le minime variazioni di significato che sgorgano dalle viscere del presente, rielaborandole artisticamente. Una comunità che vuole restare in lizza fra le grandi del futuro, ha nei suoi intellettuali la cartina di tornasole del proprio sviluppo, se non del progresso civile dei suoi cittadini. L’impegno che dovrà assumersi, allora, il narratore del XXI secolo o lo sceneggiatore di fiction è di auscultare il proprio tempo fatto di chiacchiere, curiosità ed equivoci, per tramutarne la consistenza labile e transitoria in una trama complicata di parole e visioni che fornisca, tuttavia, un’interpretazione ragionevole e condivisa della realtà. Dobbiamo apprendere un nuovo lessico, dobbiamo saperlo articolare e trasmettere, istituendo una visione inedita del tutto. È questo il compito che deve prefiggersi l’insieme degli operatori creativi che appelliamo collettivamente intellighenzia. Da loro ci attendiamo, pertanto, una inseminazione assistita del nostro agire comunicativo: pensare è l’atto d’amore che feconda la mente di bellezza linguistica.



[i] Ircocervo: nome d’un animale favoloso, metà capro e metà cervo. Usato per lo più in senso figurato, con riferimento a cosa assurda, inesistente, chimerica e simili.