gen 13, 2017 | Post by: admin Commenti disabilitati

L’INVENZIONE DEL CITOFONO di Agostino Trombetta

 

Antonio, un valente elettrotecnico, ricco di fantasia ed inventiva, stava oziando in casa in quella domenica mattina, sul finire dei favolosi anni 60. Mentre nel mondo si combattevano la guerra del Vietnam e le lotte sociali sull’onda del ’68 lui, steso sul divano di casa, nel piccolo centro di Guardia, si occupava di un problema minore ma pur sempre un problema: come passare quelle lunghe ore domenicali? Mentre fissava il telefono che non squillava mai, neanche per portagli un po’ di compagnia e di calore umano, pensava al suo lavoro, alla sua maestria nel creare circuiti e nell’accomodare apparecchiature di vario tipo. Si alzò e stancamente ed istintivamente si recò alla finestra. Guardò il portone del palazzo di fronte, quello posto proprio sotto la collinetta dalla quale l’antica Torre dominava il paesino, quello dal quale vedeva spesso uscire e rientrare Maria, la giovane e bella vicina, oggetto dei suoi desideri e delle sue fantasie. Niente! Anche quella visione gli era preclusa in quella oziosa e calda mattina di luglio.

Guardò di nuovo il telefono perennemente muto. Guardò ancora il portone e per una strana associazione di idee si chiese: ”Può un telefono applicarsi ad un portone piuttosto che giacere su di un tavolinetto, sul pizzo bianco ricamato dall’abile uncinetto della nonna? Perché no? Può un telefono permettere ad una persona di parlare con tanti interlocutori piuttosto che con uno solo? Vediamo un po’ cosa si può fare”.

In quel modo almeno sarebbe stato per qualche ora impegnato in qualcosa, magari impossibile da realizzare, probabilmente inutile, forse solo un capriccio. Ma tutto poteva andar bene per rendere più veloci i giri di lancette del grosso orologio a pendolo appeso alla parete della sala. Quel tic-tac lo aveva infastidito fino ad allora, ma adesso non lo sentiva più. Adesso il suo cervello era tutto intento a costruirsi l’idea di un groviglio di fili e circuiti che avrebbero dato vita al portonofono. Quello era il nome che aveva scelto per quell’aggeggio strano.  Prese un quaderno e la matita. Cominciò a tracciare righe, disegnare intricate autostrade che la corrente elettrica avrebbe percorso dopo essere stata attivata da un suono e prima di essere nuovamente trasformata in suono. La gente avrebbe potuto parlare, anche stando fuori del portone di una casa, con l’inquilino della stessa. Le ore passarono veloci e così avvenne per i giorni successivi.

Trascurò anche per un bel pezzo gli apparecchi che doveva consegnare, opportunamente riparati. Qualche cliente si innervosiva per il ritardo, qualche altro mostrava maggiore comprensione e credeva alle scuse che si andava via via inventando. I pezzi di ricambio introvabili erano la più frequente giustificazione. Passarono dieci giorni ed il primo prototipo di portonofono fu pronto. Lo testò e sembrava funzionare. Eliminò dei rumori di fondo molto fastidiosi e delle scariche che l’apparecchio emetteva e che rendevano impossibile il suo utilizzo. Fece in modo di potervi installare delle batterie a lunga durata perché l’autonomia dell’apparecchio potesse essere adeguata ed infine lo rese esteticamente apprezzabile, perché anche l’occhio vuole la sua parte.

Il portonofono era pronto. Ripensò a quello strano nome mentre guardava un film di Tarzan in TV. Non si poteva proprio sentire! Il bianco e nero della pellicola gli mostravano, in quel momento, la fida compagna dell’eroe della Jungla che chiamava insistentemente il suo amico-padrone da sotto la capanna sull’albero, con dei versi  animaleschi, per avvertirlo di un incombente pericolo. Cita era agitatissima ed i suoi richiami furono efficaci. Quell’immagine rimase così impressa nella sua immaginazione che la collegò mentalmente alla sua invenzione e, in onore al primate cinematografico,  decise che la parola Citofono avrebbe sostituito il cacofonico termine Portonofono.

Finalmente nacque il citofono.  Antonio decise che lo avrebbe piazzato sotto il portoncino del suo appartamento dopo aver confezionato una targhetta con su scritto il suo nome: Antonio Geova. Questo lo riempiva di orgoglio. Era il primo uomo al mondo a possederne uno e tutti lo avrebbero notato.

Trascorsero  giorni. La gente passava sotto il suo portone e guardava quello strano oggetto, mai visto in tutta la cittadina di Guardia. Si fermava un po’, si chiedeva cosa fosse ed andava via con mille dubbi e congetture.

Certo, inventato il citofono, bisognava trovarne il motivo per utilizzarlo. Immaginò che tutto il paese, o forse tutta la nazione, potesse avere, su ogni porta o portone, un apparecchio come il suo. Va bene. Bello! Ma che farne? La gente certo non sarebbe stata a chiacchierare restando in strada, quando poteva salire in casa dell’amico, sedersi sul divano e, davanti ad un bicchierino o ad un caffè, discorrere comodamente e piacevolmente, guardando l’interlocutore negli occhi. No. Bisognava escogitare un motivo per utilizzare il citofono e per renderlo popolare.

Ci pensò a lungo finché una sera non vide passare sotto casa la processione di San Canzio, protettore della sua cittadina. Pensò alla religione. Non certo alla religione cattolica, già da millenni ancorata ai suoi riti ed alle sue tradizioni, oltre che ai suoi mezzi di comunicazione. Mentre pensava, la processione passava lenta tra canti, ceri che si consumavano e campane che suonavano a distesa.

Una nuova religione avrebbe potuto fare del citofono quello che la religione cattolica aveva fatto delle campane. La lieta novella sarebbe stata portata dalle onde elettromagnetiche del citofono, piuttosto che dal suono continuo e fastidioso delle campane. Pensò che avrebbe radunato nugoli di adepti da inviare nelle strade a suonare i citofoni. Sarebbero stati i suoi testimoni. Avrebbero annunciato a tutti la sua religione, nata per caso sotto le mura della torre di Guardia, piccolo centro di provincia. Sarebbe stata la religione di Antonio Geova. Pensò soddisfatto a tutto ciò e ricordò, in un flashback, come era arrivato a quella invenzione dapprima, ed alla conseguente fede dei suoi testimoni successivamente. Ricordò quella calda domenica mattina, seduto in mutande ad oziare sul divano di casa. Pensò che la domenica mattina, allo stesso orario della nascita di quell’idea, prima che la gente potesse uscire di casa, i testimoni di Antonio Geova avrebbero suonato ai citofoni di tutto il mondo.

E’ così che questa tradizione viene mantenuta e tramandata da molti decenni ormai. E’ così che i nostri risvegli improvvisi ed anticipati alla domenica mattina, sono il frutto della noia e del capriccio di un elettrotecnico annoiato nel paesino di Guardia.