mag 24, 2021 | Post by: admin Commenti disabilitati

A EUROVISION SONG CONTEST 2021: IL ROCK PREVALE SULL’ELETTROPOP di Michele Colucci

EUROVISION SONG CONTEST 2021: IL ROCK PREVALE SULL’ELETTROPOP

Dopo la vittoria italiana che mancava dal 1990, da ben 31 anni, tutti si accorgono dell’esistenza dell’ESG e tutti (ma proprio tutti) si sentono autorizzati a commentare. Così mi cimento anch’io, ne avrò pure diritto, se non addirittura titolo?

Tra le canzoni migliori senza dubbio va annoverata quella dei portoghesi The Black Mamba (non segue dibattito) con la voce del leader che ricorda tanto la dolcezza di Mick Hucknall, fondatore e frontman dei Simply Red; un gruppo dall’eleganza e dalla raffinatezza che al contest sono merce rara. Dice, ma cantavano in inglese: perché avreste preferito, invece dell’asettico Love Is On My Side, un bel titolo in lusitano e magari (giacchè ci troviamo) dalle tristi atmosfere del fado? Ma dove sta scritto, di grazia, che i portoghesi possono cantare solo nenie malinconiche: è come l’immortale battuta di Troisi sui napoletani che non possono viaggiare per turismo, possono solo emigrare.

Altro brano che si distingueva dal generale marasma elettropop è 10 Years, degli islandesi dal nome impronunciabile (ci provo: Daoi e Gagnamagnio, senza le o della terra dei geiser, che non saprei nemmeno dove cercarle tra i caratteri speciali). Si presentano come duo ma sono una cooperativa di almeno sei-sette musicisti e agitatori, che non me la sento di definire ballerini. La canzone non è male (anche qui il testo è in inglese, ma non lo preciso più, lo giuro), molto orecchiabile e radiofonica quanto basta. Certo la coreografia e i costumi lasciano a desiderare, ma non stiamo troppo a sottilizzare, non si può avere tutto.

Del brano dei belgi Hooverphonic, The Wrong Place, sound elettronico nel loro standard, non ho sentito fare cenno ad alcuno; eppure si elevano eccome dal piattume commercial-kitsch imperante. Probabilmente erano nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Suonano molto convincenti anche i rockettari finnici Blind Channel con la loro Dark Side tirata e piena di rasoiate elettriche, molto simile al brano dei Maneskin, forse un tantino meno originale.

La rapper russa Maniza ha fatto parlare molto di sé nei giorni precedenti l’evento. Prima che si presentasse sull’immenso palco girevole del contest tutti sapevano del vestito cucito a mano dalla madre con stoffe provenienti da tutti i paesi e delle polemiche suscitate in patria dai testi inneggianti all’emancipazione della donna russa: Russian Woman è infatti il titolo della canzone. Ma quando la matrioska è uscita fuori dal monumentale abito (effettivamente bellissime le stoffe) che rendeva impacciati e comici i suoi movimenti ed ha cominciato a rappare in sovietico, più di un sorriso di compiacenza non è riuscita a strappare. In effetti la canzone è veramente brutta. Non c’è che dire, la tipa è un’abile comunicatrice; un’influencer efficacissima alla Chiara Ferragni. Deve però trovare il suo Fedez russo che le scriva almeno le musiche, altrimenti non andrà molto lontano.

Visto che siamo passati ad analizzare le brutture, che nel contest abbondavano, una menzione speciale di disonore spetta al rappresentante inglese, con demerito giustamente classificatosi all’ultimo posto. Ma dico io, dalla patria di Lennon – McCartney e Van Morrison, dagli inventori del rock, del progressive, della new wave, dell’acid jazz, del punk e chi più ne ha più ne metta, possibile che non ci fosse un musicista migliore di quel broccolo di James Newman, un cerebroleso che non avrebbe superato nemmeno le selezioni di Sanremo.

E che dire della presuntuosa francese, Barbara Previ, che con quella lagna intitolata Voilà pretendeva anche di vincere? Una canzone che domani nessuno ricorderà. Eppure la Francia, stesso discorso fatto per l’Inghilterra, è una terra che abbonda di bravi e originali musicisti algerini, magrebini, anche qualcuno autoctono. Sicuramente, a voler cercare, qualcosa di meglio si sarebbe trovato.

Parimenti brutta e fuori contesto la canzone dell’Elvis delle valli svizzere, quel Gjon’s Tears che ha ricavato il nome d’arte dalle lacrime che il nonno versò sentendogli cantare The Pelvis in tenerissima età. Con una mise improponibile, il novello idolo dei cantoni ha rischiato di vincere arrivando addirittura terzo, a testimonianza del fatto che i gusti del pubblico (e delle giurie di esperti) sono insondabili.

Le restanti proposte si dibattono in un mare melmoso di elettro-dance dalle tinte pop uniformi e omologate, dove è quanto mai difficile cogliere la provenienza, se non per i balcanici che hanno la tendenza alla cantilena ballabile e dove l’unica differenza che si riesce ad avvertire è la diversa pronuncia inglese (avevo promesso di non parlarne più, ma non ditemi che mi avevate creduto).

A questo punto la vittoria dei Maneskin è più che legittima. La loro Zitti e Buoni suona dura, affilata e convincente anche a distanza di tre mesi, segno che il brano funziona e durerà nel tempo. Dimostra che l’uso della lingua italiana nel rock è possibile come pure che ha senso suonare il rock in altre lande che non siano la perfida Albione; anzi forse rappresenta proprio quel tocco di originalità che distingue il brano del gruppo romano dal resto delle proposte analoghe e troppo “di genere”. Dire che somiglia ad altri brani di illustri sconosciuti, come in tanti invidiosi si erano lanciati a malignare all’indomani dell’esordio sanremese, è non solo tautologico ma addirittura scontato: il rock è una musica rudimentale e alquanto povera di soluzioni armoniche ed è inevitabile che tanti riff di chitarra si somiglino tra loro. Il merito del quartetto italiano è di aver arricchito la loro proposta con una presentazione personale e di gusto, dai costumi fino alla rappresentazione on stage, che vale a distinguerli dai loro colleghi meno originali.

Una menzione (di squallore) a parte va dedicata alla stampa francese, che con gran signorilità ha accusato calunniosamente i vincitori della gara di far uso di cocaina, per di più durante la competizione, probabilmente nel ridicolo tentativo di far invalidare il risultato (per doping?). Morale: è comprensibile sformare (nel significato lucerino del termine) per un risultato che non ci piace; ma è non solo incomprensibile, quanto abominevole ricoprire di fango chi con merito si è saputo affermare, per mera ritorsione, approfittando biecamente dell’enorme potere che la stampa ancora attribuisce.

Michele Colucci